I Papi e la sofferenza

Vatican News

Laura De Luca – Città del Vaticano

La prima e più facilmente esperibile forma di sofferenza è la malattia del corpo. Lo vediamo in questi mesi. Di corpi straziati dalle ferite della guerra papa Pio XII ne aveva visti parecchi. Ecco perché anche a guerra finita, il 14 febbraio 1954, lancia il suo radiomessaggio in occasione della giornata degli ammalati. Per tutte quelle persone che ancora combattevano il loro personale conflitto contro una malattia…

Grazie alla tecnica moderna possiamo parlare direttamente a molti malati e Ci auguriamo di poter raggiungere per altra via coloro che non possono ascoltarCi. Certo vorremmo avere la onnipresenza di Dio: vorremmo accostarCi ad ognuno di voi, diletti figli e figlie, languenti nei grandi e piccoli ospedali, nei sanatori, nelle cliniche, negli ospizi, nelle prigioni, nelle caserme, nelle desolate soffitte dei più poveri o nelle appartate camerette delle vostre case. Fanciulli dai volti pallidi come fiori cresciuti senza il calore del sole; giovani, il cui raro sorriso esprime piuttosto la forza dell’animo che non la freschezza dell’età; uomini maturi, sottratti amaramente al dinamismo lor proprio; vecchi, alla cui naturale stanchezza la malattia aggiunge disagi e sofferenze.  Noi abbiamo sempre supplicato Gesù di fare il Nostro cuore in qualche modo simile al Suo: cuore buono, cuore mite, cuore aperto a tutte le sofferenze, a tutte le pene. Ma quanto vorremmo avere un qualche riflesso della onnipotenza di Lui! Come desidereremmo di passare in mezzo a voi, asciugando lacrime, recando conforti, sanando ferite, ridonando vigore e salute!

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Il Papa che era passato materialmente in mezzo alle macerie della guerra  (nel 1944 a Roma, in occasione del bombardamento di san Lorenzo) ricorda quanto conforto immediato e personale aveva prodotto quella sua presenza tra la gente sconvolta da perdite e distruzione.

Un desiderio analogo manifesta papa Giovanni XXIII

19 marzo 1959. Agli infermi, nella Basilica Vaticana, per l’incontro organizzato dal Centro Volontari della Sofferenza:

Quante volte abbiamo sentito nell’animo il desiderio di trovarCi in mezzo a voi, come faceva Gesù nella sua vita terrena lungo le vie della Palestina, e come fa ora nella sua vita eucaristica, benedicendo, consolando, asciugando lacrime, destando speranze.

È per questo che oggi Noi vivamente godiamo nel rivolgervi la Nostra parola e nel farvi sentire tutta la tenerezza del Nostro affetto.  Anzitutto desideriamo esprimervi la riconoscenza profonda per il dono, prezioso quant’altri mai, che siete venuti ad offrirCi: il dono cioè delle vostre preghiere e delle vostre sofferenze (…) Purtroppo molti sono portati a giudicare come mali, e mali assoluti, tutte le sventure fisiche di quaggiù. Hanno dimenticato che il dolore è retaggio dei figli di Adamo; hanno dimenticato che il solo vero male è la colpa che offende il Signore; e che dobbiamo guardare alla Croce di Gesù, come la guardarono gli Apostoli, i Martiri, i Santi, maestri e testimoni che nella Croce è conforto e salvezza, e che nell’amore di Cristo non si vive senza dolore. Grazie a Dio, non sempre vi sono anime che si ribellano sotto il peso del dolore. Vi sono infermi che comprendono il significato della sofferenza e si rendono conto delle possibilità che hanno di contribuire alla salvezza del mondo, e perciò accettano la loro vita di dolore come l’ha accettata Gesù Cristo, come l’ha accettata Maria Santissima nel giorno della sua Purificazione e come l’ha accettata il suo fedele e casto sposo San Giuseppe. Voi, qui presenti, appartenete appunto alla eletta schiera di queste anime fortunate. A voi pertanto diciamo: Coraggio, figliuoli! Siete i prediletti del Cuore di Gesù, perché possiamo ripetervi con S. Paolo: « A voi per Cristo fu fatta la grazia non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui » E quale altra parola più adatta, allora, che esortarvi a non distogliere giammai il vostro sguardo dalla Croce di Gesù, che la Liturgia ci invita a contemplare proprio in questa Settimana di Passione?

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La sofferenza come dono, come strumento per contribuire alla salvezza del mondo.

Sulla stessa linea papa Paolo VI il primo gennaio 1968, andando a trovare i piccoli ammalati dell’ospedale pediatrico di Roma Bambino Gesù: fa presente che il Papa è venuto certamente per fare una visita, ma non solo…

Egli è soprattutto venuto per chiedere un regalo: e cioè un’offerta di singolarissima natura. Voi, diletti fanciulli, non di rado sentite più acuta la sofferenza e piangete: e ciò è umano e naturale: però siete anche capaci di pregare. Orbene, il Papa è venuto per chiedere l’offerta delle vostre lacrime, cioè dei dolori ed angustie, e di questo stato di cose che rende tristi degli esseri intelhgenti e vivaci. Sì, non vi mancano cure e sollievi, ma sovente pensate: noi non siamo in casa nostra, non siamo con gli altri ragazzi, ai giuochi, nella dolcezza familiare. Siamo in un ospedale: e ciò senza dubbio rattrista il cuore, toglie ogni sorriso, apre la vena al pianto. Ma c’è la preghiera che conforta ed illumina…

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E quale preghiera può chiedere un Papa a dei bambini ammalati nella seconda metà di un secolo che vide le peggiori dittature contro l’uomo, e i peggiori conflitti, un mondo che sa di essere poggiato su un ordigno nucleare? E’ egli stesso a spiegarlo ai bambini, e con una tenerezza nella voce, cui non siamo molto abituati…

Noi sappiamo che il Signore ascolta, dunque, in maniera evidente, le vostre preghiere, le accoglie: di certo esse hanno un immenso valore, poiché riflettono – grande mistero, ma realtà consolante! – la potenza del dolore innocente. Secondo il criterio umano, la sofferenza di un bimbo si direbbe sciupata, inutile, anzi da respingere, nell’ordine di cose che noi ci configuriamo. Eppure basta riflettere che proprio per il dolore innocente noi siamo salvi. Non era innocente Gesù? e non è stato il suo dolore, la sua passione, la sua morte a redimere il mondo? Del pari, il dolore di voi, ignari delle malizie umane, – conclude il Santo Padre – forse anche meno cosciente di quanto potrebbe essere, è quello che più vale. E pertanto, figliuoli, voi fate al Papa un dono inestimabile, se promettete di offrire le vostre sofferenze e preghiere per la pace nel mondo; per tanti bambini che soffrono e quanto voi e di più; e inoltre per tutti questi uomini scatenati gli uni contro gli altri, perché divengano, invece, fratelli, buoni, e siano davvero condotti alla pace del Signore.

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Chiedere a un malato, anche se bambino, di pregare per la pace nel mondo significa farlo sentire meno inutile. Del resto è proprio nel dolore che percepiamo la solidarietà, il poter essere gli uni per gli altri.

25 novembre 1980. Giovanni Paolo II visita un altro ospedale, quello di Potenza, dove la gente è stata di recente colpita da un violento terremoto…

Ho sentito un dovere, un impulso del cuore, della coscienza, di venire qui, di essere, almeno parzialmente, più vicino a voi sofferenti, a voi che avete sofferto e a voi che soffrite. Questa necessità interiore è certamente causata da una compassione, non da una sensazione. Da una compassione umana e cristiana. Voi terremotati, feriti, colpiti, senza casa – e con voi, i vostri morti – siete certamente circondati da una compassione umana e cristiana da parte di tutti i vostri connazionali, di tutta l’Italia e siete specialmente circondati della compassione della Chiesa. E io vengo, carissimi fratelli e sorelle, per mostrarvi il significato di questa vicinanza; per dirvi che siamo vicino a voi per darvi un segno di quella speranza, che per l’uomo deve essere l’altro uomo. Per l’uomo sofferente, l’uomo sano; per un ferito, un medico, un assistente, un infermiere; per un cristiano, un sacerdote. Così un uomo per un altro uomo. E quando soffrono tanti uomini ci vogliono tanti uomini, molti uomini, per essere accanto a quelli che soffrono.

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Essere accanto a quelli che soffrono. Nel corpo e non solo.

11 febbraio 2006. Memoria della Beata Vergine di Lourdes… Benedetto XVI estende il suo pensiero a quanti sono malati nell’anima:

Con grande gioia sono venuto in mezzo a voi e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza. Il mio saluto si rivolge in modo speciale a voi, cari malati, che siete riuniti qui nella Basilica di San Pietro, e vorrei estenderlo a tutti i malati che ci stanno seguendo mediante la radio e la televisione, e a quelli che non hanno questa possibilità, ma sono uniti a noi con i legami più profondi dello spirito, nella fede e nella preghiera (…) Tutti sappiamo come Gesù si ponesse di fronte all’uomo nella sua interezza, per guarirlo completamente, nel corpo, nella psiche e nello spirito. La persona umana, infatti, è un tutt’uno, e le diverse dimensioni si possono e si devono distinguere, ma non separare. Così anche la Chiesa si propone sempre di considerare le persone come tali, e questa concezione qualifica le istituzioni sanitarie cattoliche, come pure lo stile degli operatori sanitari in esse impegnati. In questo momento, penso in modo particolare alle famiglie che hanno al proprio interno una persona malata di mente e vivono la fatica e i diversi problemi che ciò comporta. Ci sentiamo vicini a tutte queste situazioni, con la preghiera e con le innumerevoli iniziative che la Comunità ecclesiale pone in atto in ogni parte del mondo, specialmente là dove la legislazione è carente, dove le strutture pubbliche sono insufficienti, e dove calamità naturali o, purtroppo, guerre e conflitti armati producono gravi traumi psichici nelle persone. Sono forme di povertà che attirano la carità di Cristo, Buon Samaritano, e della Chiesa, indissolubilmente unita a lui al servizio dell’umanità sofferente.

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Ascolta la puntata integrale di Le voci dei Papi in onda venerdì 2 aprile alle 19.46 (replica  sabato 3 aprile alle 6.41) su Radio Vaticana Italia

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