Violenze e abusi in Tigray, per l’Onu è “estrema brutalità”

Vatican News

Andrea De Angelis – Città del Vaticano 

Omicidi illegali ed esecuzioni extragiudiziali, tortura, violenza sessuale e di genere, violazioni contro i rifugiati e sfollamento forzato di civili. C’è questo e molto altro nel rapporto di un’indagine congiunta della Commissione etiope per i diritti umani e dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il documento evidenzia possibili crimini di guerra e contro l’umanità nella regione etiope del Tigray. L’indagine analizza la situazione in un periodo compreso tra il novembre 2020 e il giugno di quest’anno, ovvero dall’inizio del conflitto armato alla dichiarazione unilaterale di un cessate il fuoco da parte del governo etiope. 

Fermare subito il conflitto 

“Poiché il conflitto si è intensificato, con i civili presi in trappola, è fondamentale che tutte le parti prestino attenzione ai ripetuti appelli per porre fine alle ostilità e cerchino un cessate il fuoco duraturo”, ha affermato Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, commentando oggi a Ginevra il rapporto. “Il conflitto del Tigray è caratterizzato da un’estrema brutalità e – ha aggiunto – la gravità delle violazioni e degli abusi che abbiamo documentato sottolineano la necessità di ritenere responsabili gli autori di tutte le parti”. 

Migliaia di vittime 

Nel Tigray, la regione più settentrionale dell’Etiopia, è in corso esattamente da un anno un conflitto tra il Fronte Popolare di Liberazione e l’esercito di Addis Abeba. A settembre proprio Michelle Bachelet aveva messo in guardia la comunità internazionale su quanto sta avvenendo nel Corno D’Africa, dichiarando che sono state raccolte prove di “molteplici e gravi violazioni dei diritti umani” e sottolineando come “il conflitto rischia di estendersi all’intera regione”. Migliaia le vittime, tragici anche i dati su sfollati, malnutrizione e dispersione scolastica. Tanti gli appelli di Papa Francesco, tra i quali quello dell’8 settembre, quando nei saluti ai gruppi linguistici presenti all’udienza generale ha chiesto che si dia ascolto al comune desiderio di pace:

Il prossimo 11 settembre in Etiopia si celebrerà il Capodanno. Rivolgo al popolo etiope il mio più cordiale e affettuoso saluto, in modo particolare a quanti soffrono a motivo del conflitto in atto e della grave situazione umanitaria da esso causata. Sia questo un tempo di fraternità e di solidarietà in cui dare ascolto al comune desiderio di pace.

L’avanzata dei ribelli

Ad un anno dall’inizio del conflitto, dunque, si registra un’escalation delle violenze. Un gruppo ribelle di etnia oromo alleato con i tigrini del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), che combattono le forze filo-governative nel nord dell’Etiopia, ha detto in queste ore all’AFP che la conquista della capitale Addis Abeba è “una questione di mesi, se non di settimane”. Il TPLF la scorsa fine settimana ha rivendicato la cattura di due città strategiche, Dessie e Kombolcha, situate ad appena 400 chilometri a nord di Addis Abeba, preannunciando un successivo avvicinamento alla capitale. Allo stesso tempo, l’Esercito di Liberazione Oromo (OLA), che ha stretto un’alleanza con il TPLF, poco più di due mesi fa ha annunciato di essere entrato in diverse località a sud di Kombolcha, tra cui Kemissie, che dista 320 chilometri dalla capitale.

Il dramma della popolazione

A pagare il prezzo più alto è la popolazione civile, in uno scenario che “appariva prevedibile già mesi fa, poco dopo l’inizio del conflitto”. Lo afferma nell’intervista a Radio Vaticana – Vatican News l’africanista Enrico Casale.

Ascolta l’intervista a Enrico Casale

Diritti umani violati, violenze, torture, sfollamento forzato di civili. Era pensabile che il conflitto in Tigray arrivasse a questo punto?

Ritengo che fosse assolutamente immaginabile che un conflitto tra l’Etiopia e la regione del Tigray si trasformasse in una devastante guerra civile. Una guerra che colpisce soprattutto la popolazione, perché le tensioni tra le parti si erano accumulate nel tempo e, come una pentola a pressione, sono poi esplose con la guerra. C’è proprio un odio reciproco tra etiopi e tigrini, una tensione molto forte maturata negli ultimi vent’anni, con il governo federale. Ora la rivalsa è stata fortissima. Ripeto, era uno scenario purtroppo immaginabile. 

La brutalità registrata fa pensare che il conflitto possa estendersi?

Sì, penso che possa estendersi all’intera Etiopia. Proprio in queste ore, ormai è cronaca, i tigrini si sono alleati con le popolazioni Oromo e puntano a conquistare la capitale. Dopo un’estensione delle violenze nel Paese, dobbiamo sperare che non si estendano altrove, verso, ad esempio, Somalia e Sudan, dove le persone sono, come noto, già in difficoltà. Il pericolo c’è, perché parliamo non solo di violenze fisiche sulle persone, ma anche del rischio di una carestia, vista la difficoltà di far arrivare gli aiuti umanitari. Tutto questo accade per una popolazione già vittima di recente della siccità e dell’invasione delle locuste. 

Il rapporto si riferisce ad un periodo di tempo in cui la pandemia di Covid-19 è stata protagonista ovunque, compreso il continente africano. In che modo ha inciso sul conflitto, ammesso che abbia avuto un ruolo?

La pandemia ha certamente avuto un ruolo, non tanto nel conflitto in sé, quanto nel peggiorare ulteriormente le condizioni della popolazione. Già l’Africa sconta la mancanza di cure, di vaccini, e possiamo capire cosa succede in una zona di guerra come il Tigray. Dove non arrivano gli aiuti umanitari, non arrivano neanche vaccini e medicine. 

Parliamo di crimini contro l’umanità che avvengono oggi, nel 2021. Eppure l’Etiopia è spesso dimenticata. Perché accade questo?

Va detto che c’è una difficoltà da parte dei media a coprire la crisi. Non ci sono giornalisti in Tigray, quei pochi che sono riusciti a penetrare si sono potuti fermare per breve tempo. Inoltre c’è una guerra di propaganda da parte dei diversi attori, l’informazione di fatto non esiste. Penso che poi la guerra sia sottovalutata anche da un punto di vista internazionale. Non solo questa crisi, ma anche quella in Sudan e Somalia sono sostanzialmente dimenticate da un mondo che vede la lotta alla pandemia come priorità assoluta.