Via Crucis: “La scelta di vivere l’ideale della carità”

Vatican News

di Marco Bellizi

Claudia è sposata con Lorenzo dal 2007. Hanno 8 figli: Anna, Marta, Margherita, Cesare, Pietro, Maria e Giulia e Giuseppe, nati il 14 marzo di quest’anno. Claudia e Lorenzo hanno conosciuto negli anni del liceo l’omg “Operazione Mato Grosso”, di cui fanno parte dal 2002, e da 8 anni vivono in missione in Perú. Dal 2016 sono nella casa che ospita giovani in difficoltà, nella città di Lima.

Otto figli, vivete in missione e spesso in una situazione di conflitto. Come educare a una visione aperta della vita e del mondo in un momento come quello attuale?

L’aspetto che più caratterizza il nostro stare in missione è la vita comunitaria. Viviamo con 30 ragazzi dai 17 ai 25 anni provenienti dalle zone più povere del Perú. Siamo a carico della “Casa Estudiantes” dell’Operazione Mato Grosso a Lima. Questi ragazzi vengono nella capitale con il sogno di studiare e potersi fare una “posizione”, per poter riscattare dalla povertà la propria famiglia.  Spesso, come genitori, ci troviamo contesi nelle attenzioni tra figli e ragazzi. Non è facile trovare un equilibrio, ci sono momenti in cui i figli hanno più bisogno, altri in cui sono i ragazzi o le dinamiche all’interno della casa a richiedere la nostra attenzione. Siamo molto sereni di crescere i nostri figli in un ambiente così ricco di persone, esperienze, storie e ci rendiamo conto che questa vita ci insegna ed insegna loro molto più di quanto potremmo fare noi. Una vita così intensa ci porta spesso a dover dire ai nostri figli: «Aspetta, guarda che c’è qualcun’altro che ha bisogno adesso»; «Questa cosa dobbiamo condividerla con tutti»; «Sentiti fortunato di quello che abbiamo»…Ma queste frasi non sono vuote, non sono dette per educare, sono l’esperienza che si vive tutti i giorni. Inoltre, la convivenza nella Casa Estudiantes, si fonda su un regolamento: che permette alcune cose ma altre no, che scandisce il ritmo della giornata e che propone buoni principi da seguire. Tutto questo ci aiuta ad avere un criterio nell’educazione che non è solo il nostro ridotto di genitori, ma ci fornisce una visione molto più ampia, che tiene in considerazione tutti gli aspetti della vita di un giovane e spinge ad essere d’esempio noi per primi, tanto per i ragazzi quanto per i figli.

Cosa vi ha spinto a partire per il Perú?

Siamo partiti per il Perú nel 2014, dopo 7 anni di matrimonio vissuti in Italia. È stato un passo in più nel cammino dell’Operazione Mato Grosso, cammino iniziato ai 18 anni, assieme a vari amici, con l’unico desiderio di poter aiutare le persone più bisognose. E forse anche con un pizzico di ribellione verso una società o una maniera di vivere che privilegia soltanto il successo e schiaccia i buoni sentimenti. Dopo tanto lavoro fatto in Italia per sostenere le spedizioni, e dopo le esperienze fatte in Perú per alcuni mesi, i nostri amici più cari ci hanno proposto di partire come famiglia per 2 anni. Non senza dubbi, abbiamo accettato, con il desiderio di vivere ancora e con più decisione l’ideale di carità che da anni muoveva i nostri cuori. La scelta di rimanere in Perú in maniera permanente l’abbiamo presa dopo aver conosciuto più a fondo il padre Ugo, che era il fondatore dell’omg, e che ha cambiato radicalmente la nostra maniera di guardare alla vita, alla società ma soprattutto ci ha insegnato ad avere fiducia verso i giovani. Può sembrare assurdo, di sicuro è inusuale, ma in realtà per noi è stato solo dire di sì ai bisogni che abbiamo incontrato, compiere i passi che la vita e gli amici ci hanno indicato…Insomma, abbiamo fatto ciò che ognuno può fare se desidera vivere a pieno la vita.

Cosa significa per voi vivere di fede e di carità?

La nostra casa, così come la nostra famiglia, vivono di carità. Questo significa che se potremo o no fare la spesa, se potremo pagare qualcosa di necessario, se potremo aiutare un ragazzo od una persona che ha bisogno, non lo sapremo fino a quando non ci arrivi una donazione. È grazie al lavoro di tanti giovani dell’omg in Italia, dell’aiuto dei nostri amici che ci hanno spinto a partire e del buon cuore di tanti benefattori, se riusciamo a portare avanti quest’opera che ci è stata affidata. Ogni anno le richieste di giovani che desiderano essere ammessi alla Casa aumentano, ed è un segno bello: il lavoro che facciamo serve.  Ma tutto questo non dipende solo da noi, non credo che siamo noi con le nostre belle facce a commuovere le persone, non sono le nostre parole, credo che sia il bisogno che ognuno ha di credere che può esistere qualcosa di buono. Lo stesso bisogno che abbiamo noi ed a cui, con tutti i difetti e le incapacità, tentiamo di dare una risposta con la vita.