UNHCR: prioritario rimanere in Afghanistan. No ai respingimenti

Vatican News

Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

Prosegue l’evacuazione dall’Afghanistan dei cittadini che hanno collaborato con i contingenti dei governi occidentali e con le organizzazioni internazionali presenti nel Paese fino alla conquista di Kabul da parte dei talebani. Almeno 400 persone sono attese con i prossimi ponti aerei in Italia e il presidente Usa, Joe Biden, ha annunciato che un contingente di militari statunitensi resterà per garantire la necessaria assitenza alle operazioni. Nel caos successivo alla conquista talebana dell’Afghanistan la principale preoccupazione internazionale riguarda la situazione umanitaria e la possibilità che i flussi di profughi verso i Paesi confinanti possano avere forti ripercussioni anche in Europa. E’ per questo motivo – spiega Chiara Cardoletti, rappresentante dell’UNHCR per l’Italia, la Santa Sede e San Marino – che l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha deciso di mantenere il prorpio personale in Afghanistan ed ha invitato tutti gli Stati a facilitare le procedure d’asilo per gli aghani che già si trovano all’estero, avvisando i governi di interrompere qualsiasi iniziativa di rimpatrio verso l’Afghanistan.

Ascolta l’intervista a Chiara Cardoletti

Qual è il clima in Afghanistan pochi giorni dopo la presa del potere dei talebani?

Chiaramente in questi ultimi giorni stiamo osservando l’evoluzione della situazione e dunque c”è grande attesa. Ma là dove è possibile e dove la stazione di sicurezza lo permette stiamo continuando il nostro lavoro, cercando di stabilizzare la situazione umanitaria, che è la priorità in questo momento. Si parla molto di corridoi umanitari e di evacuazioni, ma per noi in questo momento la cosa più importante è la situazione degli oltre 500mila sfollati interni, che sono scappati delle loro case dopo l’avanzata dei talebani. Il nostro obiettivo in questo momento è assicurarci che donne e bambini abbiano la possibilità di avere un alloggio e di avere accesso ai beni di prima necessità, sia per stabilizzare la situazione, sia per rispondere a esigenze di carattere umanitario.

L’Alto Commissariato si avvale anche di staff locale per le proprie attività. Quali sono le vostre preoccupazioni per i cittadini afghani che lavorano con voi?

La maggior parte del nostro staff è afghano, anche se abbiamo un importante contingente internazionale. In questo momento la grande preoccupazione è soprattutto per la componente femminile del nostro staff e fare in modo che possa continuare a fare il lavoro che ha fatto negli ultimi vent’anni in Afghanistan, in particolare nell’ambito dell’emancipazione femminile nel Paese. C’è poi una grande attenzione anche nei confronti di quei colleghi afghani che potrebbero avere avuto già in passato problemi con i talebani, ma finora non abbiamo avuto nessuna informazione di problemi particolari riguardanti il nostro staff nazionale, che, ripeto, continua ad essere operativo su territorio.

Gli stati occidentali, oltre che dalla situazione geopolitica e strategica sul terreno, sembrano sempre più preoccupati di quello che potrà essere l’aumento dei flussi migratori dall’Afghanistan. Qual è la posizione dell’UNHCR al riguardo?

In questo momento il problema è in Afghanistan e lo spostamento delle persone avviene dentro il Paese ed è lì che dobbiamo focalizzare la nostra attenzione. Abbiamo notato effettivamente dei movimenti più incisivi verso l’Iran negli ultimi mesi, ma nulla che susciti particolari preoccupazioni per quanto riguarda grandi flussi. In ogni caso, stiamo lavorando con il governo iraniano per fornire assistenza nella pianificazione di possibili interventi di assistenza nei confronti delle persone che potrebbero arrivare nel Paese. Ovviamente non escludiamo la possibilità che le persone possano continuare il loro tragitto verso l’Europa, ma – così come avvenuto con la crisi siriana – riteniamo sia importante cercare di stabilizzare i profughi il più vicino possibile ai luoghi d’origine e assicurarci che possano rientrare nel proprio Paese quando questo sia possibile.

Per quanto riguarda i tanti afghani della diaspora e tanti profughi che già si trovano all’estero, in particolare in Europa, quali sono le raccomandazioni dell’UNHCR agli Stati che li ospitano?

Le nostre raccomandazioni sono state abbastanza chiare: garantire l’accesso al territorio e garantire l’accesso alle procedure d’asilo. Per quanto riguarda le persone, cui è stata negata la protezione internazionale, abbiamo lanciato un appello a tutti i governi, chiedendo loro di non effettuare ritorni forzati o respingimenti verso l’Afghanistan data la criticità della situazione e il rischio concreto di violazioni di diritti umani.

Il vuoto lasciato dai Paesi che hanno ritirato il proprio personale crea le condizioni per un rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite e delle sue agenzie specializzate?

Assolutamente. Il nuovo governo ha chiesto alle Nazioni Unite di rimanere e noi, come agenzia umanitaria e in accordo con i nostri partner, siamo convinti che sia proprio in questi momenti che il nostro lavoro è più importante e sarebbe veramente poco serio da parte nostra lasciare l’Afghanistan in un momento così critico. Anzi, è proprio in queste circostanze che noi moltiplichiamo i nostri sforzi e che chiediamo maggiore aiuto a tutti i nostri sostenitori, che siano governativi o privati. Quindi da parte nostra e da parte di tutti gli organismi umanitari delle Nazioni Unite c’è la determinazione a rimanere in Afghanistan per continuare a lavorare con un popolo che ormai da vent’anni soffre in maniera incredibile e continuare a fornire il supporto necessario. E’ questa l’assoluta priorità.