Ucraina, straordinaria solidarietà verso i profughi alle porte di Trieste

Vatican News

Adriana Masotti – Città del Vaticano

Subito dopo l’inizio della guerra in Ucraina, attraverso il valico di Fernetti, confine di Stato tra Italia e Slovenia a pochi km da Trieste, erano centinaia le persone che ogni giorno attraversavano la frontiera, lasciandosi alle spalle la tragedia in corso in terra ucraina. Arrivavano tramite pullman, furgoni, automobili private. Nei primi giorni l’accoglienza era spontanea, affidata in particolare al personale di un ex albergo, l’Hotel Transilvania, che aveva aperto le porte ai profughi e a volontari, uomini e donne di Trieste e provincia, spinti dal desiderio di rispondere in qualche modo alle tante necessità di quei fratelli e e di quelle sorelle in umanità. 

Oggi al confine, gli arrivi sono un po’ diminuiti e ci si è dati una maggiore organizzazione, c’è la presenza della polizia per l’identificazione di quanti arrivano, dei carabinieri, dell’esercito, sono presenti i sanitari per i controlli anti Covid-19, i volontari della Protezione civile e di varie organizzazioni, ma la generosità dei singoli cittadini prosegue ancora. E’ questo che racconta a Vatican News Sandra Pontello, da poco in pensione dopo anni di lavoro presso lo  studio di un commercialista e aderente alla comunità locale del Movimento dei Focolari:

Ascolta l’intervista a Sandra Pontello

Sandra Pontello, cos’è stato per lei e che cosa continua ad essere questo suo impegno quotidiano di accoglienza dei profughi ucraini?

Indubbiamente per me è un’esperienza molto forte. Abitando vicino al confine conoscevo la struttura che poteva ospitare temporaneamente le persone che arrivavano, scendendo dai pullman a tutte le ore, perché avevo insegnato italiano ai profughi afghani e pakistani che erano passati lì anni fa, e allora mi sono subito messa in contatto con il responsabile (un romeno di nome Felix, triestino d’adozione, ndr) per vedere di che cosa c’era bisogno. Andando lì ho scoperto che c’era un gruppo WhatsApp, che si è chiamato “Gruppo Fernetti”, già attivo di persone che conoscevano l’ucraino o il russo, e di altre di buona volontà come me che stavano dando una mano offrendo tè o caffè. E’ stato importantissimo per me mettermi in gioco, lo sentivo proprio come una mia responsabilità. Ho fatto delle esperienze molto belle, molto significative, ho potuto aiutare e soccorrere anche con un solo abbraccio o un sorriso le persone che ho incontrato e ho potuto anche accogliere una notte marito e moglie anziani, che poi si sarebbero diretti a Napoli, potendo avere così un rapporto più profondo con loro e testimoniare che ci sono ancora persone di buona volontà che ci tengono alla fratellanza.

C’è stato qualche episodio, qualche incontro, che l’ha toccata in modo particolare? 

Sì, l’episodio di un bambino di 12 anni, penso, che dopo essere entrato nella struttura e aver preso un tè, mi ha guardata senza sapere che cosa dirmi e mi ha abbracciato forte forte: questo è stato il suo grazie che mi ha veramente commosso. Oppure l’episodio di una signora molto anziana che faceva veramente fatica a camminare, l’ho accompagnata ai servizi, poi lo accolta, ma lei continuava solo a piangere e ad abbracciarmi. E’ stato importante anche l’incontro con quei due coniugi che sono stati ospiti a casa nostra, perché attraverso di loro abbiamo conosciuto di più il loro popolo. E’ stato fondamentale conoscere un po’ della loro vita, tutto quello che hanno lasciato, condividere un momento molto forte di dolore, conoscendo si sperimenta più empatia, si capisce di più la sofferenza delle persone e questo è importante anche per la nostra crescita personale e spirituale.

Come lei ha detto, non era la sola ad offrire questa assistenza e accoglienza, ma c’era già un gruppo che poi si è allargato e c’era quindi una grande generosità proprio nel portare le cose necessarie, quello che veniva richiesto dai profughi stessi…

Sì, guardi, passavano persone che avevano saputo che c’era questa accoglienza, nessuno si conosceva e arrivava “provvidenza” continuamente. Borse piene di cose: pannolini per bambini e per donne, merendine, succhi di frutta, arrivava di tutto con tanto amore e con tanta generosità. Arrivava a tutte le ore e questo ci commuoveva e ci stupiva e questo succede ancora. Infatti, noi ci scriviamo nel gruppo Whatsapp e pian piano arriva tutto quello di cui c’è bisogno. Le persone che collaborano sono di Trieste o vivono sul Carso triestino, ma qualcuno viene anche da Udine. 

Dopo ormai un mese dall’inizio della guerra in Ucraina le cose sono un po’ cambiate, l’accoglienza si è più strutturata, come sta andando avanti?

Adesso al confine le cose sono migliorate, perché hanno preso in mano la situazione le forze dell’ordine, abbiamo la polizia o l’esercito che ferma i pullman che arrivano e può controllare le persone con calma. C’è la Protezione civile sempre pronta a fornire i beni di prima necessità, sono stati istituiti dei servizi igienici per i profughi che arrivano. Noi ora siamo la struttura che sta accogliendo chi deve fare la quarantena e ha bisogno di essere ospitato sul posto per qualche giorno e che viene comunque aiutato da noi in quello di cui ha bisogno e ci diamo una mano per riuscire a farlo.

Da dove provengono queste persone e chi sono generalmente?

All’inizio erano persone che avevano una destinazione, avevano parenti o amici che li aspettavano; adesso credo che stiano arrivando veramente quelle persone che hanno lasciato tutto senza sapere che cosa sarà della loro vita e questo è ancora più straziante e i bisogni sono immensi perché hanno lasciato veramente tutto. Ho visto persone arrivare in vestaglia ed è stato veramente duro guardarle negli occhi. Ma adesso io penso che sarà ancora peggio, perché molte città ucraine sono state distrutte e questo significa che molti profughi che arrivano sono quelli che sono rimasti per giorni e giorni magari nei bunker e che soltanto così come sono possono riuscire a prendere dei mezzi per arrivare in Italia. Ma vedo che la “provvidenza” arriva anche da persone che si stanno attivando da altre parti d’Italia rendendosi disponibili ad andare a prendere i profughi al confine e che c’è una solidarietà veramente grande che si sta muovendo in questo senso.

Lei parla di “provvidenza”, che cosa intende dire?

Intendo dire che c’è tanto bene che circola e che non ti aspetti neanche di vedere e che ti sorprende. Sono aiuti di persone di buona volontà che si fanno avanti per donare cose con tanta gioia, con tanto amore ed è qualcosa che fa bene al cuore e di cui tutti abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di vedere scene di questo genere: sappiamo che la guerra, che il male, non avrà l’ultima parola finché ci sono persone così. E ce ne sono tante.