Ucraina, il Nunzio: abituati alla guerra, non ci rassegniamo a chiedere la pace

Vatican News

Svitlana Dukhovych – Città del Vaticano

“Dopo sette mesi e mezzo di guerra intensa siamo psicologicamente abituati, in un certo senso, quindi ci fa meno effetto a livello psicologico; però duole, perché con ogni missile, con ogni bomba muoiono persone, oltre agli altri danni. Ma è sempre un’esperienza spirituale, perché siamo nel mese di ottobre e quindi l’unica arma che ci rimane è quella di Dio e della Madonna: nel mese di ottobre ci affidiamo alla Vergine Maria che intercede per noi, che chieda la pace per noi e per tutto il mondo”.  Parole di dolore, di rassegnazione, ma anche di fede e di speranza quelle che il nunzio in Ucraina, monsignor Visvaldas Kulbokas, condivide con Vatican News nel giorno di un nuovo attacco a Kiev.

Eccellenza, qual è la situazione? 

Dopo tutti questi mesi di guerra intensa siamo consapevoli che in qualsiasi momento, in qualsiasi giorno, ci possono essere nuovi attacchi, come avvenuto oggi, non solo su Kiev ma su tante località. Ho visto dalle notizie che almeno 15/16 località sono state attaccate. È difficile anche avere tutte le informazioni perché, ad esempio, con Leopoli e con Ternopil non abbiamo neanche i contatti telefonici. Evidentemente sono state colpite anche varie infrastrutture importanti. A Kiev, alcuni collaboratori della nunziatura non sono riusciti a venire al lavoro, e anche tutta la città è rimasta in gran parte paralizzata perché durante l’allerta è vietato per legge svolgere attività di gruppo, shopping o servizi tecnici. E così la città rimane letteralmente paralizzata in parte. Nel mese di ottobre ci affidiamo alla Vergine Maria… Ma qui in Ucraina è un continuo mese di ottobre, è un’esperienza spirituale che ci fa convertire, ci fa stare sempre più uniti a Dio. Come mi dicevano, ad esempio, le madri e le mogli dei morti o degli ostaggi: alcune piangono i loro cari, altre non sanno dove siano i figli o i mariti e dicono che qualsiasi secondo potrebbe essere l’ultimo per la vita dei loro cari. Così, anche la preghiera diventa in parte disperata, in parte c’è questo aspetto molto forte di costanza perché l’appoggio a Dio è costante. Non posso dire che tutti stiano vivendo questa esperienza spirituale così profonda, ma ne ho sentito tante, di testimonianze di questo tipo. E poi, anche mentre parlo adesso la mia speranza è che anche tanti credenti e non credenti siano uniti in tutto il modo per chiedere a Dio la pace.

Cosa sta facendo la Chiesa?

Faccio un esempio concreto. Una delle nostre collaboratrici è andata a Messa nella cattedrale greco-cattolica o della Resurrezione e poi, dopo la Messa, i sacerdoti hanno spiegato a tutti che non conveniva uscire fuori ma scendere sotto la cattedrale e lì sono rimasti per cinque ore e mezza, durante tutta l’allerta, che potrebbe ripetersi in ogni momento. Sono rimasti sotto per tutta la giornata e i sacerdoti stessi hanno avvisato le persone che non conveniva spostarsi verso il centro della città. In questo caso, anche le chiese diventano parte del sistema di protezione civile con i loro sotterranei, come nel caso sia della chiesa romano-cattolica di San Nicola al centro di Kiev, sia della cattedrale greco-cattolica, che ha un buon sotterraneo, nel senso che può accogliere tantissime persone. L’aiuto va non soltanto a frequenta la Messa ma anche alle persone che vivono nei dintorni. E quindi anche le parrocchie diventano punti di informazione attraverso i suggerimenti che i sacerdoti diffondono. Poi, tutto il resto continua, perché anche dal punto di vista umanitario le diocesi, le parrocchie e le Caritas diocesane e parrocchiali continuano a essere molto attive, soprattutto nell’andare verso quelle località che hanno subito concretamente gli attacchi. Non mi riferisco tanto agli attacchi di oggi quanto piuttosto a quei territori che sono stati per lungo tempo sotto occupazione e hanno bisogno di un aiuto costante, quotidiano. So che anche da Kiev ci sono convogli che percorrono a volte diverse centinaia di chilometri per aiutare quelle regioni dove non c’è niente, dove non c’è più produzione, non c’è più lavoro… A volte, la gente che è rimasta lì si appoggia agli aiuti che provengono da altre regioni.

Il Papa continua a ribadire la necessità di costruire la pace…

Io vorrei riportare come esempio ciò che mi hanno detto alcune settimane fa le madri e le mogli degli ostaggi che ho già menzionato. “Non sappiamo più dove andare, ci rivolgiamo al Santo Padre con la richiesta”, dicono, riferendosi alla liberazione di prigionieri. E aggiungono: “Ecco, l’unica cosa che vogliamo è la pace, l’unica cosa, perché altrimenti c’è una grandissima sofferenza”. Ma Papa Francesco che cosa ha detto durante la preghiera dell’Angelus di domenica scorsa? Ha sottolineato, in un passaggio molto significativo, “la pace giusta”. Sempre il Papa, quando parla della pace, parla di quella pace che non ha soltanto l’apparenza ma che è una vera pace. Noi non vogliamo soltanto le apparenze della pace, vogliamo una vera pace, un vero cambiamento dei cuori, soprattutto di chi ha incominciato la guerra. E in quest’ottica spirituale, la mia lettura personale è che l’”arma” principale è proprio la preghiera. Di questo sono sicuro ogni mattina, quando celebro da vescovo l’Eucaristia; so che parlo direttamente con Gesù presente sull’altare e gli presento la stessa domanda: “È sufficiente una tua parola, Gesù, e avremo la pace”. Secondo me, non ci sono altre vie di uscita se non la preghiera e la conversione di coloro che sono responsabili di questa guerra.