Skorka: coltivare il ricordo è spezzare la disumanizzazione

Vatican News

Su L’Osservatore Romano una riflessione del rabbino emerito del Seminario Rabbinico Latinoamericano di Buenos Aires in occasione della Giornata della memoria

Abraham Skorka

La Giornata internazionale in memoria delle vittime dell’olocausto, che ricorre il 27 gennaio, ricorda il giorno del 1945 in cui le truppe sovietiche hanno liberato il campo di concentramento e di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. Da allora sono trascorsi 79 anni. Uno sguardo al mondo attuale sembra portare inevitabilmente alla conclusione che alcune delle forze dietro a quel genocidio non sono molto cambiate. Perdura l’odio bigotto contro gli ebrei e contro molti altri che in qualche modo sono “diversi”. I coraggiosi sforzi di pensatori, insegnanti, istituzioni e organizzazioni internazionali di ogni genere non sono riusciti a curare o a prevenire la piaga della disumanità, che avvelena i sentimenti, i pensieri e le azioni di troppi. Sembra che la specie umana sia schiava di passioni egoistiche che non è in grado di dominare.

La mancanza di sensibilità nei confronti degli altri esseri umani, l’incapacità di provare compassione per quanti soffrono, l’eccessiva ambizione di potere e di possesso e l’egocentrismo sono sintomatici di civiltà malate. Parafrasando Ezechiele 36, 26, direi che gran parte dell’umanità ha bisogno di sostituire il suo cuore di pietra con un cuore di carne.

Sebbene ogni individuo abbia tratti genetici, culturali e sociali unici che ne formano il carattere, una tesi centrale della Bibbia è che tutti dispongono del libero arbitrio per migliorarsi, cambiare la propria visione e diventare più empatici. Deuteronomio 30, 19 è il locus classicus di tale assioma: “Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza”. Secondo Maimonide (La guida dei perplessi, III, capitolo 17; Mishneh Torah, Hilchot Teshuvah 6), negare la responsabilità umana per le proprie scelte e azioni egoistiche non porta solo miseria. Va anche di pari passo con il negare il Dio che esige che le persone agiscano con giustizia e misericordia.

La morsa della disumanizzazione può e deve essere spezzata. Un modo per farlo è coltivare la memoria. Il ricordo che gli esseri umani sono capaci di grande male ci avverte che la cattiveria è sempre in agguato, ponendo una sfida perenne a tutti gli sforzi per costruire un mondo umano.

Sebbene esista una ricca biblioteca di studi, documenti e altro materiale sulla Shoah, la cui raccolta è iniziata ancor prima che la maggior parte delle persone venisse a conoscenza della carneficina nazista, il significato perenne di quanto è accaduto sembra estraneo alla coscienza della maggior parte delle persone. Perché non è ovvio per tutti che dobbiamo essere tutti più umani, che dobbiamo scegliere la vita? Perché l’impegno a collaborare per raggiungere questo obiettivo non è stato abbracciato da tutti con passione? Perché le ingiustizie sociali e le disuguaglianze, per non parlare dell’apparente prosperare di regimi totalitari, persistono e addirittura aumentano?

Libri, testimonianze e tutto ciò che contribuisce a una memoria viva non possono restare meri dati registrati da qualche parte. Né la memoria può avere un impatto se la si ricorda a parole solo uno o due giorni l’anno. Per essere davvero significativa, la memoria deve essere parte integrante della cultura vivente. Altrimenti non è altro che una curiosità o un argomento di dibattito accademico.

Quando i Figli d’Israele uscirono dalla schiavitù in Egitto, Mosè gridò loro: “Ricordati di questo giorno” (Esodo 13, 3), sicché quel momento continua a essere inciso nella memoria delle persone. Deuteronomio 16,3 stabilisce che nei giorni in cui si celebra Pesach si può mangiare solo pane non lievitato, abolendo tutto quello che è lievitato. Ciò inculca un’abitudine che incoraggia fisicamente il ricordo di quel che significa essere oppressi in modo disumano. Questa e altre pratiche correlate, imprimono nella coscienza delle persone, ogni giorno della loro vita, la necessità di essere libere.

Nella tradizione ebraica, l’uscita dall’Egitto è intesa come la prima redenzione d’Israele (Esodo 6, 6). Da allora, gli ebrei hanno mantenuto la convinzione che Dio li condurrà verso una redenzione finale, insieme a tutti i popoli. Fintanto che il popolo ebraico serberà il ricordo della prima redenzione, la speranza di una redenzione futura e finale continuerà a vivere nel suo essere. Fintanto che l’umanità serberà, giorno dopo giorno, il ricordo dell’orrore e s’impegnerà a bandire le forze che l’hanno prodotto, il mondo che Dio vuole, quello che i profeti hanno preannunciato come giorno di redenzione per tutti, un giorno diventerà realtà.