Regno Unito e Francia: aspro confronto sulla pesca nella Manica

Vatican News

Giancarlo La Vella – Città del Vaticano

Il dopo Brexit sta creando frizioni tra Gran Bretagna e Francia. La questione del contendere è la pesca nel Canale della Manica, già tra i punti chiave dei negoziati sulla Brexit. Ora, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, tra i due Paesi, divisi dallo stretto braccio di mare, c’è un confine e questo impone nuovi atteggiamenti ai pescherecci di Londra e Parigi. La Francia ha fermato alcuni natanti britannici, in una sorta di ritorsione nei confronti del Regno Unito, che avrebbe emesso un numero di licenze di pesca insufficienti ai pescatori francesi, minacciando inoltre ulteriori misure. Ad esempio, potrebbe ridurre la fornitura di elettricità ad alcune isole britanniche della Manica, che dipendono dal punto di vista energetico dalla Francia; inoltre potrebbe scattare un blocco commerciale sui prodotti ittici britannici.

Londra convoca ambasciatrice francese

La vicenda sta assumendo torni aspri con relative conseguenze sul piano diplomatico. Londra ha convocato l’ambasciatrice francese, Catherine Colonna, per consultazioni e tutto fa pensare ad un futuro clima di forte contesa, a meno che la diplomazia non riesca a dipanare una questione che ad oggi sembra di difficile soluzione. E effettivamente qualcosa si sta muovendo. Prima della convocazione dell’ambasciatrice, il ministro britannico dell’Ambiente, George Eustice, aveva fatto appello alla calma, aprendo al dialogo con il governo francese. Anche il premier francese, Jean Castex, si è detto disponibile a riparlare della questione, a condizione però che “Londra rispetti i suoi impegni”.

Una questione non solo economica

“La vicenda, di per sè, sarebbe di facile soluzione, poiché la pesca nella Manica rappresenta solo una piccola parte del Pil dei due Paesi, ma sta invece assumendo più grandi proporzioni”. Questa l’analisti fatta, ai microfoni di Radio Vaticana – Vatican News, da Antonio Villafranca, responsabile Europa dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi). “Ambedue i Paesi stanno danno alla questione significati eccessivamente politici. Da una parte – afferma Villafranca – il premier britannico, Boris Johnson, vuole mantenere in piedi la ferma posizione assunta durante i negoziati per la Brexit; dall’altra, il presidente francese, Emmanuel Macron, a un anno dalla possibile rielezione, non vuole uscire sconfitto dal confronto con la Gran Bretagna”.

Ascolta l’intervista ad Antonio Villafranca

Antonio Villafranca, quali le motivazioni di questo confronto tra Regno Unito e Francia sul tema della pesca?

Innanzitutto dobbiamo renderci conto di quanto sia importante la pesca nel Canale della Manica per i due Paesi. In realtà pochissimo, cioè la pesca conta per lo zero virgola qualcosa per cento del Pil britannico o di quello francese o addirittura europeo, quindi parliamo veramente di qualcosa che, di per sé, non ha un’enorme importanza e su cui non sarebbe impossibile trovare un accordo. Il problema sta nel fatto che la pesca era uno dei cavalli di battaglia della Brexit a tutti i costi del premier britannico Johnson; è quindi un tema fortemente politicizzato in Gran Bretagna, ma adesso sta diventando fortemente politicizzato anche in Francia, d’altra parte Macron si prepara alle elezioni del prossimo anno.

C’è comunque una ricaduta negativa sul comparto marittimo e su tutto quello che ruota intorno a questo?

Certo, un impatto a livello locale esiste ed è importante, ma nulla che non possa essere ovviamente risolto, se ci fosse la volontà politica di farlo, attraverso appunto delle sovvenzioni al comparto della pesca o delle compensazioni da parte di Francia Gran Bretagna e anche nel più ampio contesto europeo. Purtroppo però sembra che ci possa essere una escalation, assolutamente da evitare, per cui la Francia potrebbe fare delle ritorsioni su molte delle isole britanniche, che si trovano nelle vicinanze della sua costa e che dipendono dal punto di vista energetico dalla Francia. Inoltre la Francia potrebbe anche infittire e rendere più rigorosi i controlli delle merci scambiate. In tal modo si allargherebbe ulteriormente lo spettro del conflitto, aggravando una situazione in cui la Brexit continua ad essere di difficile applicazione e su cui ancora incombe anche la questione dell’Irlanda del Nord.

Guardando agli sviluppi, il Regno Unito potrebbe ancor più allontanarsi da Bruxelles?

Questo dipende delle scelte strategiche del Regno Unito. Tuttavia mi chiedo quale sia l’interesse di Londra a portare avanti l’allontanamento dall’Unione, per avvicinarsi sempre più agli Stati Uniti, che non vorrebbe dire condividerne la forza e la potenza. Sarebbe, diciamo, un abbraccio impari tra i due. E quindi credo che questo non sia nell’interesse strategico della Gran Bretagna, per altro il grosso dell’interscambio commerciale della Gran Bretagna è ancora con i Paesi europei. Quindi non so fino a che punto effettivamente possa convenire a Londra una frattura con Bruxelles.

Questa querelle sulla pesca dimostra che gli accordi sulla Brexit sono rimasti incompleti?

Un accordo, che va a cercare di dirimere una situazione che in realtà si era creata nel corso dei decenni in cui la Gran Bretagna era stato Paese membro dell’Unione Europea, in alcun modo non poteva essere onnicomprensivo. E’ evidente che dei dettagli, ma anche più che dei dettagli, devono ancora essere finalizzati. Sta di fatto, però, una cosa: non si può pensare da parte della Gran Bretagna, o di qualsiasi altro Paese che volesse staccarsi dall’Unione Europea, che, una volta usciti, si abbiano gli stessi trattamenti di favore che si avevano prima. Quindi su questo c’è una forte presa di coscienza, forse ancora non del tutto maturata, in Gran Bretagna, che invece va fatta.