Quel verso di Emily Dickinson nell’omelia della notte di Natale

Vatican News

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Nel Messaggio Urbi et Orbi ha citato Dante, nell’omelia della Notte di Natale ha citato Emily Dickinson. Papa Francesco usa i riferimenti letterari per sottolineare l’universalità del messaggio evangelico che parla in ogni tempo e in ogni latitudine. Ma anche per non creare steccati tra sapere ‘alto’ ed esperienza dell’agire ordinario e anonimo di ogni creatura, tra le intuizioni fortunate di figure si spicco della cultura e quelle dell’uomo e della donna ‘comuni’.

“Chi non ha trovato il Cielo quaggiù lo mancherà lassù (E. Dickinson, Poems, P96-17)”

Ricorre alla poetessa Emily Dickinson, il Papa, per sottolineare la necessità di prenderci “cura di Gesù adesso, accarezzandolo nei bisognosi, perché in loro si è identificato”. In una omelia incentrata sulla piccolezza, sull’accogliere il povero ferito, così come saranno i poveri ad accoglierci un giorno in Cielo, Francesco lega il nostro operare nel “qui ed ora” alla dimensione della vita eterna. Come a dire che la vita piena può essere vita piena proprio spendendo pienamente nel nostro pellegrinaggio terreno i nostri giorni, stando bene attenti a non essere indifferenti ai bisogni dell’altro. Lo conferma la poetessa Elena Buia Rutt:

Ascolta Elena Buia Rutt

Studiosa e traduttrice di Flannery ‘O Connor – scrittrice americana che ha in comune, con Emily Dickinson, una concezione della poesia come visione sacramentale dell’esistenza – la Buia sottolinea l’analogia tra l’omelia del Papa e il modo attraverso cui Emily guarda la realtà carica di un continuo rimando al trascendente. 

La continuità tra questo mondo e l’Eterno

“C’è la percezione, attraverso la letteratura, dello straordinario nell’ordinario, di una realtà non colta in maniera intellettualistica ma esperienziale”, afferma Buia. “Il Bambino come segno, gli angeli che parlano ai pastori per tranquizzarli, indicando loro il segno di un bambino in una mangiatoia, solo, esposto al vento, al freddo. E’ un segno che devono seguire. La poesia, secondo Emily Dickinson, è fatta di segni, concreti, esperienziali – precisa – e il poeta è colui che accende lanterne, accende luci per metterci in contatto con l’eternità. Nella poesia di Dickinson, come nell’omelia di Francesco, la dimensione di continuità tra questo mondo e l’Eterno è sottolineata”. In sostanza, “non esiste una discontinuità che non possa essere colmata dalla fede, dalla speranza, da un modo diverso di essere qui, in questo mondo, e che ci viene illuminato dalla poesia e dalla fede”.

Lo straordinario nei ‘piccoli’ gesti concreti dell’ordinario

Elena Buia ci ricorda che Emily parla appunto di due “dimensioni vertiginose”: l’eternità, intesa come abisso di fronte alla sua esperienza di vita; ma nello stesso tempo questo Regno dei Cieli che è assolutamente presente nella nostra vita e “va decifrato”. Insomma, “la poesia esprime la possibilità di discernere, di contemplare questo mondo, piccolo” e che si esprime attraverso segni concreti, altrettanto ‘trascurabili’: il petalo di una rosa, il volo di un’ape. “Il mondo dell’esperienza – nella poesia di Emily Dickinson così come nell’omelia di Papa Francesco – ci rimanda a un mondo più grande. E’ nel nostro ordinario che si rivela, si mostra il meraviglioso”.