Processo vaticano, Tirabassi: io solo uno strumento nell’affare di Londra

Vatican News

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

La riunione a Londra del 20-22 novembre 2018, che rappresentò un punto di svolta della compravendita del Palazzo di Sloane Avenue al centro del processo vaticano, ha occupato quasi interamente la seconda parte – ma è già prevista una terza – dell’interrogatorio a Fabrizio Tirabassi. L’ex funzionario dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, accusato di peculato, corruzione, estorsione, truffa, abuso d’ufficio, è stato ascoltato dalle 9.45 alle 17.15 nella diciannovesima udienza del procedimento per i presunti illeciti con i fondi della Santa Sede. Illeciti dei quali si è detto estraneo, affermando anzi di essere stato uno “strumento” nelle mani del suo capo ufficio dell’epoca monsignor Alberto Perlasca, ora testimone chiave.

Trattative

Nelle otto ore di botta e risposta – intervallate da diversi momenti di tensione tra gli avvocati – il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, tramite mail e chat proiettate sul muro dell’Aula dei Musei vaticani ha cercato di dimostrare come Tirabassi fosse invece pienamente coinvolto nelle trattative per Londra. A cominciare da quelle che hanno portato alla firma di un framework agreement nel novembre 2018, con il quale la Santa Sede cercava di ottenere “un divorzio consensuale” dal broker Raffaele Mincione per rilevare il palazzo di Sloane Avenue.

Affari e interlocutori

L’acquisto dell’immobile è stato l’unico argomento trattato oggi, partendo dalla proposta dell’affare nel 2014 ed elencando una serie di personaggi finora solo citati nelle precedenti udienze, che o ebbero un ruolo attivo nella vicenda, come gli avvocati Nicola Squillace, imputato del processo (mai apparso in aula), e Manuele Intendente, oppure rimasti ai margini ma ‘ponte’ per introdurre altri interlocutori, come Renato Giovannini, vice rettore dell’Università Telematica Marconi, e Giuseppe Milanese, presidente della Cooperativa Osa. Questi ultimi tre sono tutti estranei ai reati contestati, ascoltati come testimoni durante le indagini.

La proposta 

Prima di concentrarsi sulla riunione di Londra, svolta nell’ufficio di Torzi “in un clima teso”, il promotore Diddi ha fatto un passo indietro. È tornato quindi a 8 anni fa quando Mincione – dopo aver visto sfumare l’affare sul petrolio in Angola per il quale era stato chiamato come advisor – aveva proposto all’allora sostituto Angelo Becciu, tramite monsignor Alberto Perlasca, responsabile dell’Ufficio amministrativo, un investimento a Londra attraverso il fondo di cui era titolare Goff. Da esperto, Mincione passò a essere controparte contrattuale per la Santa Sede.

La proposta, ha spiegato Tirabassi, avvenne in un incontro in Segreteria di Stato alla presenza di Becciu e Perlasca e un consulente del gruppo Mincione. Dopo la riunione Perlasca “scese in ufficio e chiese di fare un appunto per autorizzare”. Fu coinvolto anche Enrico Crasso, per 26 anni consulente finanziario della Segreteria di Stato, area manager di Credit Suisse (banca che introdusse Mincione per l’affare Angola). “Obbediente alla gerarchia”, dopo la riunione, Tirabassi estese la nota, sorpreso però dalla “repentina decisione di Perlasca”, che da tempo era animato dal desiderio di investire sul mattone. “Senza mezzi termini” il monsignore disse che si procedeva all’affare, dopo il placet dell’allora sostituto Becciu.

Gli investimenti del Vaticano sugli immobili sono una ‘tradizione’ risalente ai tempi di Pio XI e negli anni sono state acquistate diverse sedi diplomatiche nel mondo, tuttavia per Tirabassi – minutante dal 1987 – era una “novità” un simile acquisto.

Gli investimenti di Mincione

A lungo l’imputato si è soffermato sugli “investimenti scelti e determinati da Mincione” con la restante parte di liquidità del patrimonio della Segreteria di Stato confluiti nel fondo Athena. Mincione investiva “in varie operazioni”, soprattutto quote delle proprie società. “Ma questo rientrava nell’autonomia del gestore”, ha spiegato Tirabassi. Perlasca, però, tramite “raccomandazioni verbali”, disse al broker “di gestire in modo prudente la liquidità”.

“Eravamo a conoscenza del tipo di investimenti fatti ma non avevamo possibilità di interventi, anche perché venivamo messi al corrente ex post”, ha spiegato Tirabassi. “Di fronte all’inerzia di Mincione cosa ha fatto?”, ha chiesto Diddi. “Consigliai a Perlasca di consegnare la documentazione a un avvocato perché vedesse i termini per uscire in qualche modo dall’empasse. Lui però aspettava perché era in corso la rivalutazione del palazzo. Eravamo prima della Brexit e la rivalutazione della sterlina attenuava gli altri problemi sottostanti”. Per Tirabassi, in ogni caso, era “uno stranissimo modo” quello del suo capo ufficio “di gestire in maniera autonoma i rapporti con i terzi”.

L’ufficio del Revisore e la Segreteria per l’Economia

In questa situazione intervenne nel settembre 2018 una richiesta di revisione dell’Ufficio revisore generale, mirata ad analizzare gli investimenti del fondo Goff. E il segretario di Stato, Pietro Parolin, diede istruzione al Dicastero “di collaborare con l’Ufficio del Revisore”. Ancor prima, nel 2015, era stata la Segreteria per l’Economia, all’epoca guidata dal cardinale George Pell, in una lettera indirizzata agli enti della Santa Sede, a chiedere maggiori informazioni su ricavi, spese e fondi. La missiva è stata proiettata sul muro dell’aula, insieme a un’altra nota in cui si legge testualmente: “Monsignor X non sta ancora fornendo le informazioni necessarie per completare il budget 2015 della SdS che si riferiscono ad esempio agli investimenti immobiliari e alle attività connesse con l’Obolo di San Pietro”. Per Tirabassi il riferimento era a Perlasca. Lo stesso Tirabassi, insieme a un altro minutante dell’ufficio, risposero per due volte alla Segreteria per l’Economia sottolineando il fatto che essa non avesse il potere di “invadere la legittima autonomia dei Dicasteri garantita dalla Pastor Bonus” e che “i propri statuti non le permettono di ingerirsi nella giusta autonomia dei Dicasteri”.

I rapporti con Torzi

Il focus dell’interrogatorio si è poi concentrato sui rapporti di Tirabassi con Intendente, Giovannini e soprattutto Torzi. Tra progetti di investimento in crediti sanitari, aperitivi e riunioni nel centro di Roma, si arrivò ad un incontro alla Confcooperative, il 14 novembre 2018, durante il quale, parlando dell’immobile di Londra, Torzi disse di conoscere Mincione e di avere la capacità di convincerlo “a fare un compromesso” per fare uscire il Vaticano dal fondo. Perlasca, informato dai collaboratori, si disse “convinto di andare per questa strada”. Mincione già due giorni prima gli aveva anticipato che c’era “l’ipotesi di una buona soluzione”. “Probabilmente Torzi si è mosso in anticipo”, ha commentato oggi Tirabassi.

Riunione a Londra

I fatti si susseguono rapidamente. Il 15 novembre Perlasca annuncia all’avvocato Paolo Bernasconi del prestigioso studio Baker & McKanzie, in contatto sia con la Segreteria di Stato che con Mincione, “che il 20 a Londra ci sarebbe stata una decisione definitiva”. “Ovviamente io non ci sarò”, disse a Tirabassi, chiedendo di accompagnare Crasso nella trasferta londinese. “Quell’ovviamente non mi è piaciuto… Era consapevole che era una cosa definitiva. Oggi mi sento uno strumento”, ha detto  in aula l’imputato.

Torzi “mandatario” della Segreteria di Stato

A più riprese ha ribadito che nella riunione nella capitale britannica “il mandatario della Santa Sede era Torzi” e come tale ha agito nelle giornate di lavoro, in cui si cercava di stipulare febbrilmente un contratto con Mincione. “Chi gli ha dato questo mandato?”, ha chiesto Diddi. “Perlasca via telefono. Eravamo lì ad assistere quello che faceva Torzi. Rappresentava lui gli interessi della Santa Sede”. Tirabassi ha descritto quelle tre giornate come caratterizzate da forte stress e ansia, con Mincione sempre in contatto con Torzi e gli avvocati di controparte che presentavano eccezioni sulle clausole.

Tempi stretti

A ciò si aggiunse il fattore tempo. La preoccupazione era di concludere il tutto entro il 15 dicembre in modo da rientrare nella deadline imposta dal Revisore generale. In una mail Perlasca scriveva infatti che se il revisore “sapesse che abbiamo fatto una operazione così delicata… faremmo un altro guaio”. Dal momento che per effettuare l’operazione era necessario “un veicolo” e cioè la costituzione di una società per il passaggio di quote (cosa che avrebbe richiesto diversi giorni), fu accettata la proposta di Torzi di versare le quote nella sua società Gutt, da anni inattiva. Fu prodotta anche una certificazione per dimostrarlo. Il 21 sera si ottenne un primo schema del contratto, subito inviato a Perlasca che però si rese conto della necessità di un’assistenza legale ma non volle conferire tale incarico a Bernasconi, sia per il “conflitto di interessi” con Mincione, sia per il compenso eccessivo richiesto per l’analisi: 160mila euro.

Le mille azioni con diritto di voto

Da Roma Perlasca si rivolse all’avvocato di Torzi, Nicola Squillace, dal momento che si pensava – ha spiegato Tirabassi – di agire tutti per lo stesso fine. In seguito fu firmato l’accordo che cedeva a Torzi mille azioni, a fronte delle trentamila della Segreteria di Stato. “Servivano come compenso economico e per continuare ad essere amministratore del palazzo”, ha spiegato Tirabassi, “era una garanzia”. Le mille azioni di Torzi avevano però diritto di voto e gli lasciavano così piena disponibilità dell’immobile. Motivo per cui la Segreteria di Stato si mosse per cercare di chiudere ogni affare col broker. Ovvero l’altro pezzo della storia su cui si basa il processo in corso, che proseguirà il 6 e 7 giugno prossimi.