Parolin: la guerra in Europa sembra ravvivare macabre nostalgie totalitarie

Vatican News

Il cardinale segretario di Stato celebra la Messa conclusiva al convegno per gli ottant’anni del Codice di Camaldoli. Nell’omelia, sottolinea che il Regno dei cieli è impastato con la nostra vicenda, che la santità di Dio è essere là dove c’è morte, insignificanza, male. Invita i cristiani a resistere al male perseverando nella fede e auspica un coinvolgimento pieno dei laici nella crescita della democrazia

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin celebra la Messa conclusiva al convegno che si è svolto in questi giorni nel monastero dei Camaldolesi, in occasione degli ottant’anni da quel Codice di Camaldoli che nel 1943 un gruppo di intellettuali, laici e religiosi cattolici, proprio in questo luogo, sotto la guida di monsignor Adriano Bernareggi, redasse attraverso un confronto sul magistero sociale della Chiesa, sui problemi della società, sui rapporti tra individuo e Stato, tra bene comune e libertà individuale. Sebbene oggi, afferma il cardinale, il contesto storico ed ecclesiale sia mutato, il timore per quella che definisce “una inopinata guerra nel cuore dell’Europa” è forte tanto che, osserva, “sembra voler ravvivare macabre nostalgie totalitarie”. 

La santità di Dio è là dove c’è morte, insignificanza, male

Alla luce delle letture della liturgia odierna sulle tre piccole parabole tratte dal Vangelo di Matteo, quella sul grano e la zizzania, sul granello di senape e del lievito, il cardinale precisa che “la santità di Dio è essere presente là dove c’è la morte, l’insignificanza, il male”. Sottolinea che il Regno dei cieli “è impastato con la nostra vicenda, con la nostra storia, con la nostra vicenda personale. Le tre parabole insistono soprattutto sullo scarto – aggiunge – cioè sulla sproporzione tra realtà diverse; sulla necessità di discernere ciò che significa essere nel mondo; e, infine, sul sapere attendere. Questa sproporzione, questo discernimento, questo sapere attendere sono lo spazio della fede. E quello spazio è la condizione della storia”.

Il messianismo di Gesù non è politico e non è un’utopia

Parolin prosegue dicendo che “il vero problema per il credente che vive nella storia è duplice: resistere al male, e perseverare nella fede senza cercare accomodanti scorciatoie”. E sottolinea che “il messianismo di Gesù non è politico, non tende cioè a esprimere uno stato, un potere mondano. Egli vede la presenza del Regno dei cieli nella storia come scarto, contraddizione, nascondimento”. Poi aggiunge un chiarimento utile a sgombrare il campo da fuorvianti possibili interpretazioni: “Il messianismo di Gesù è un messianismo della persona. Non è un’utopia. Pensarlo come utopia è stato una delle contraddizioni storiche che la cristianità ha sopportato. Il messianismo di Gesù è la persona che vive col Dio che vive in lei e inventa ogni giorno il suo agire nella storia comune degli uomini”. Ricordando la vicenda di Giobbe, il cardinale ricorda inoltre che “Dio non ha bisogno di chi lo difenda o lo giustifichi, ma di chi creda nella segreta sapienza della sua parola”.

Una inopinata guerra sembra ravvivare nostalgie totalitarie

Nella consapevolezza di ciò che accadde dopo il 25 luglio del 1943, quando – afferma il cardinale – ci si rese conto che il male che si era manifestato nel cuore dell’Europa, “aveva coperto con una densa oscurità il nostro stesso Paese ed era penetrato in noi stessi”, Parolin ritiene che oggi si debba guardare a quella iniziativa del Codice di Camaldoli come a una iniziativa “necessaria”, traendone una utile lezione. Il porporato fa una precisazione di contesto storico ed ecclesiale: “là eravamo dentro la catastrofe del fascismo e della guerra, alla vigilia della costituzione di quel che sarà il «Partito cattolico». Sebbene ora si viva una situazione geopolitica totalmente diversa, “una inopinata guerra nel cuore dell’Europa sembra voler ravvivare macabre nostalgie totalitarie”. 

La svolta antropologica attuale rischia di mettere in discussione la fede

Parolin non dimentica pure la diversità delle condizioni ecclesiali rispetto a ottant’anni fa: non si immaginava all’epoca che potesse arrivare il rinnovamento del Concilio Vaticano II, eppure “ora stiamo sperimentando – ammette – una svolta antropologica che sembra voler mettere in discussione la fede stessa”. Resta valido, secondo il Parolin, fare un accurato discernimento per comprendere la storia in atto e l’esigenza di elaborare una cultura adeguata che, osserva, oggi è in larga parte inedita. È questa, oggi, una responsabilità di tutto il Popolo di Dio, sottolinea. E a questo proposito – così come peraltro aveva già esosrtato a fare il cardinale Zuppi, presidente della Cei in apertura del convegno di Camaldoli – Parolin auspica un aumento dei luoghi di incontro, di formazione, delle occasioni di riflessione comune non solo sui temi civili e sociali, ma anche su quelli della fede. Il Sinodo in corso, in quest’ottica, è un’espressione di tutto questo, afferma il segretario di Stato, con il coinvolgimento dei laici credenti.

La testimonianza dei cristiani nella crescita della vita democratica

Parolin esprime la convinzione che la partecipazione alla crescita democratica della società civile e delle istituzioni ha oggi bisogno di donne e di uomini cristiani, consapevoli della loro fede, che testimonino, in ogni ambito del vivere comune, la loro ispirazione, i valori e i comportamenti che la loro fede continua a fermentare, senza i quali questa società non sarà migliore. Il cardinale mette in guardia sull’individualismo esasperato che, dice, non restituisce alle persone la libertà sperata, la felicità cercata, bensì il consumo di sé stessi. “Abbiamo bisogno di recuperare la passione dell’altro, il riconoscimento dell’altro, l’accoglienza dell’altro”, scandisce. Infine, tornando al senso delle parabole di oggi, sottolinea che “il Regno dei cieli cresce invisibilmente nella storia umana, là dove vivono il desiderio della piena dignità umana; là dove vivono l’amore per la libertà dei singoli e dei popoli, attraverso il diritto e la giustizia; la dove vive la compassione per gli altri, che è già la nostalgia di Dio”.