Nel ricordo di Giovanni Battista de Rossi a duecento anni dalla nascita

Vatican News

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Continua anche oggi, presso la Promoteca del Campidoglio, il convegno dal titolo Il secolo di Giovanni Battista de Rossi (1822-1894). La cultura archeologica dall’Italia all’Europa, e gli eventi proseguiranno durante tutto l’anno con conferenze, visite guidate e mostre. 

Il programma è iniziato mercoledì 23 febbraio proprio nell’anniversario della nascita di de Rossi con l’inaugurazione, da parte del cardinale Gianfranco Ravasi, del nuovo allestimento di una delle due Tricore, che l’archeologo aveva riscoperto nel comprensorio di San Callisto. E al cardinale abbiamo chiesto il significato del suo contributo dato non solo alla cultura, ma anche alla Chiesa.
“Giovanni Battista de Rossi è considerato tradizionalmente il padre dell’archeologia cristiana, l’artefice di quella scoperta  ancora oggi fondamentale, che sono le catacombe di San Callisto. Luogo che ancora i pellegrini di tutto il mondo visitano come le più importanti tra le catacombe romane. Luogo dove De Rossi ha potuto realizzare quel suo grande sogno di ritrovare l’area delle tombe dei primi Papi attraverso l’analisi delle iscrizioni. Per questo motivo è stato una delle figure più significative per la Chiesa nel ritrovare le sue radici e le sue origini, tanto è vero che il Papa più legato a lui, Pio IX, entrò idealmente in questo spazio quasi sorpreso, lui che non aveva creduto fosse possibile trovare questa testimonianza”.

Significato attuale per riscoprire la fede

“Ricordare l’opera di Giovanni Battista de Rossi riveste un valore profondo soprattutto ai giorni nostri, perché”, prosegue il cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura e della Pontificia Commissione di archeologia sacra, “l’archeologia apparentemente sembrerebbe essere, come dice la parola stessa, qualcosa del passato, qualcosa di remoto, che non appartiene all’orizzonte quotidiano. In realtà noi sappiamo bene che chi non ricorda non vive. Perdere la memoria, come purtroppo accade ai nostri giorni,  vuol dire perdere anche la ricchezza, la grande eredità del passato, ma soprattutto vuol dire, in questo caso, ritrovare la propria sorgente anche per la fede, perché i cristiani dei primi secoli qui a Roma, attraverso questi cimiteri – le catacombe erano tali – hanno potuto mostrare la loro fede attraverso l’arte, come quella, degli affreschi, attraverso le loro tombe, attraverso la storia della Chiesa romana stessa. Per questo motivo è importante ricordare quel proverbio attribuito alla Spagna e che di solito si ritrova nelle biblioteche: Le catacombe sono i morti che aprono gli occhi ai vivi, cioè ricordano cosa sono realmente nella loro identità”.

Metodo, ricerca e fede

Monsignor Pasquale Iacobone, segretario della Pontificia Commissione di archeologia sacra ricorda che “già Papa Francesco aveva anticipato durante la seduta delle Pontificie accademie, il 1° febbraio scorso, quest’appuntamento dedicato al de Rossi in occasione del bicentenario della nascita. Giovanni Battista de Rossi è una figura conosciuta e apprezzata a livello internazionale, importante non solo dal punto di vista dell’archeologia ma anche dell’epigrafia, della storia cristiana, del costume e anche della devozione per cui l’archeologo seguiva tante istituzioni che si dedicavano sia scientificamente allo scavo e al recupero archeologico,  sia alla divulgazione scientifica, alla cultura in senso lato e anche al culto dei martiri. De Rossi fu infatti anche Magister del Collegio cultorum martyrum proprio per abbinare esperienza di fede e culto dei martiri alla ricerca archeologica, svolta con metodo scientifico e con i criteri più adeguati per l’epoca. È lui che, come disse di lo storico e filologo tedesco, suo contemporaneo, Theodor Mommsen ‘aveva elevato questa disciplina da mero passatempo di studiosi a vera scienza storica’ “.

Una figura non dimenticata, uno studioso instancabile

“Giovanni Battista de Rossi parte dalle fonti e arriva ai luoghi”, dice il professor Fabrizio Bisconti, docente di Iconografia cristiana e medievale all’Università degli Studi Roma tre e al Pontificio istituto di archeologia cristiana, “un itinerario metodologico completamente diverso dal passato. E riconobbe, ad esempio, il complesso catacombale di Callisto, la catacomba più antica e organizzata, dove si trovava il coemeterium, cioè dove dormivano i primi cristiani. Quindi allargò la sua attenzione ad altre catacombe romane. L’intelligenza scientifica di de Rossi non è raccontabile: fine epigrafista, topografo eccezionale ma anche stratigrafo, cioè un antesignano della moderna indagine archeologica. Scava tutta la zona in maniera intelligente e nuova, dà una svolta importantissima agli studi e fonda nuove istituzioni di salvaguardia e di studio, come la Commissione di archeologia sacra che è l’organo competente sulla salvaguardia. Nei suoi scavi fornisce tutti quei dati che hanno ispirato negli anni Venti la creazione del Pontificio istituto di archeologia cristiana”.

Una figura severa ma non seriosa, che conosceva il valore dell’amicizia, come quando regalò un abito da sposa all’oste dal quale pranzava. Uno studioso instancabile che si occupò anche di altre catacombe come le vicine di Domitilla e San Sebastiano, per citarne solo due. Consulente di tanti celebri studiosi stranieri. “Credo che dormisse poco, perché veramente non so come facesse a portare avanti la rivista Bollettino di archeologia cristiana per anni e anni, una Roma sotterranea Cristiana e un carteggio amanuense spaventosamente ricco e ora conservato nella Biblioteca vaticana”, continua il professor Bisconti e conclude:  “Noi archeologi partiamo sempre dalla sua lezione per fare magari nuove scoperte e nuovi pensieri sull’archeologia cristiana, sull’archeologia delle catacombe e sull’archeologia dell’antichità tarda. Giovanni Battista de Rossi è certamente una figura fondamentale e non dimenticata”.