Natale a Sarajevo: festa per tutti, ma con il cuore alle sofferenze di Kyiv

Vatican News

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Finita la Messa della Notte di Natale, nella chiesa del convento francescano di Sant’Antonio, nel cuore di Sarajevo, sul sagrato, i pochi cattolici rimasti in città dopo l’ultima, terribile guerra, faranno festa con i tanti ospiti musulmani e gli ortodossi. E si scalderanno bevendo il vin brulè preparato da un amico musulmano dei frati, Adnan Smaijc, proprietario di una Casa del tè. “Si è offerto ed ha organizzato tutto lui, senza che noi chiedessimo niente – racconta a Radio Vaticana – Vatican News padre Marinko Pejic, teologo francescano e animatore di incontri per i giovani – perché per lui è una gioia partecipare alla nostra festa”.

Il vin brulè del musulmano Adnan per la notte di Natale

Padre Marinko, che può celebrare anche in rito orientale e che ha molti amici in Ucraina, vede in questa disponibilità disinteressata dell’amico Adnan, un segno di speranza, “nonostante tutti i traumi e le incomprensioni che ancora abbiamo a Sarajevo e in Bosnia”. E’ preoccupato per la comunità cattolica della capitale, sempre più anziana e assottigliata (30 anni fa, prima della guerra, erano più di 50 mila, oggi non arrivano a 5 mila) ma si rallegra quando vede tanti “giovani di tutte le etnie “che vogliono stare insieme, e che vedono questa diversità come una ricchezza. Non come un destino che si deve accettare o una cosa da sopportare, ma come una cosa bella, che fa parte, in senso positivo, della nostra storia”.

Il presepe vivente di Grbavica, ammirato da tanti musulmani

Sarà anche un Natale di incontri tra cattolici e ortodossi, “andremo in tanti alla Divina liturgia del lora Natale” ricorda il francescano di Sarajevo che ha studiato a Roma durante gli anni dell’assedio 1992-1995. Ci si incontrerà nelle case con i musulmani e con loro si farà festa ammirando il presepe vivente di Grbavica, il quartiere sull’altra sponda del fiume Miljacka, rispetto al centro di Sarajevo, dal quale le milizie serbo-bosniache di Mladic e Karadzic lanciavano colpi di mortaio sulla Biblioteca e sul cuore multietnico della città. Oggi, nelle case abbandonate dai serbo-bosniaci, vivono molti musulmani, che mangeranno dolci natalizi con i cattolici davanti alla casa provinciale dei francescani, dove viene allestito il presepe vivente.

Kyiv 2022 come Sarajevo 1992, l’orrore si ripete

Tutti, in questi giorni di festa, guarderanno a Kyiv e alle altre città ucraine sotto i bombardamenti russi, assediate come Sarajevo nel Natale del 1992. “Sono le stesse dinamiche – ci dice padre Marinko – evidentemente abbiamo imparato poco. La gente soffre al freddo, senza elettricità e gas, come qui trent’anni fa”. Nella chiesa di Sant’Antonio, cuore francescano della città, racconta, “preghiamo ogni giorno per gli ucraini e per tutti coloro che nel mondo soffrono per una guerra”.

Don Tonino Bello: nelle macerie di Sarajevo, la culla di Gesù

E rilegge la lettera scritta per il Natale di trent’anni fa dal venerabile don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta che da presidente di Pax Christi guidò 500 pacifisti nella Sarajevo assediata, la sera dell’11 dicembre 1992. Tornato in Puglia, dopo aver fermato, per più di un giorno, le granate che da quasi nove mesi cadevano a pioggia sulla città martire, con la forza della “nonviolenza attiva”, scrive “Buon Natale, Sarajevo!” che viene pubblicato da Luce e Vita, il settimanale della Diocesi di Molfetta. “Il Signore, quest’anno, sceglierà le tue macerie come sua culla – scrive il 58.ne vescovo, già minato dal cancro che lo porterà via meno di 4 mesi dopo – e ti farà compagnia. Anche se incombe su di te una ulteriore strage degli innocenti”. Paragona i 500 della “carovana di pace” ai magi, che hanno trovato il Gesù Bambino da adorare “nelle persone che abbiamo abbracciato lungo la strada. Nei vecchi commossi per la nostra audacia. Nel giovane soldato piangente alla nostra partenza”. Di tutto questo parliamo con padre Marinko Pejic in questa intervista:

Ascolta l’intervista a padre Marinko Pejic

Quale Natale sarà questo a Sarajevo, trent’anni dopo il primo assedio della città, nel 1992? Ci sono ancora segni di quella tragedia? Come vivono il ricordo gli abitanti?

Sarajevo dopo 30 anni sembra forse irriconoscibile, da questo punto di vista, non ci sono tanti segni di guerra. La stragrande maggioranza degli edifici è stata rinnovata, ricostruita, quindi chi non ha visto Sarajevo negli anni ‘90, magari non la riconoscerebbe, perché era una città quasi distrutta. Però certamente ci sono altri segni: purtroppo sono passati sì 30 anni, però tante ferite sono ancora aperte. Parlando con la gente, la guerra in qualche modo è presente ancora, anche se si vive in modo abbastanza normale, si va avanti. Però c’è questo segno di una tragedia, di una guerra: è un trauma che non è stato del tutto sanato, ancora, questa è la mia impressione.

Una ferita che forse anche le immagini e quello che succede a Kyiv, un’altra capitale ora sotto assedio hanno riaperto… Sentite questa vicinanza e fate qualcosa per aiutare gli ucraini che ora vivono al freddo e senza energia?

Penso proprio che le ferite siano state riaperte, perché noi riviviamo proprio quegli anni, quando sentiamo quello che succede in Ucraina. Certamente ci ricorda la nostra situazione, e soffriamo molto perché è ancora molto vicino per noi. Vediamo più o meno tutte le dinamiche della guerra, anche la gente che soffre proprio adesso al freddo, senza elettricità, senza gas. E’ una ferita che si riapre di nuovo, lo sentiamo molto vicino questo popolo. Nella nostra chiesa di Sant’Antonio abbiamo inserito una preghiera, tutti i giorni, per la gente di Ucraina e per tutti quelli che soffrono per tutte le guerre. E cerchiamo certamente, per quanto è possibile, di aiutare anche questa gente. Abbiamo fatto più volte delle raccolte di denaro da inviare tramite organizzazioni come la Caritas diocesana. Si cerca di fare quello che è possibile, qui in Bosnia non ci sono molti profughi ucraini, perché non era possibile per loro rimanere. Lo Stato bosniaco non garantiva loro la possibilità di rimanere più di un mese, se non sbaglio, ma adesso qualcosa è cambiato. Però molti quelli che sono arrivati, sono andati poi in Croazia. Ma noi sentiamo questa vicinanza, e io forse un po’ di più, anche perché mi sento legato molto agli ucraini, ho molti amici da quando ho studiato a Roma, ho studiato con tanti preti ucraini, ed essendo anche birituale partecipo un po’ anche del cristianesimo di rito orientale. Ho degli amici tuttora a Leopoli, in Ucraina occidentale. Anche qui in Bosnia ci sono le comunità ucraine autoctone, arrivate qui nell’Ottocento. Lo sentiamo, ci dispiace e ci fa tornare di nuovo tutti i ricordi delle cose terribili che abbiamo vissuto.

Ricordi di tragedie ma anche di gioie, come l’arrivo, nella notte tra l’11 e il 12 dicembre del 1992 della “Carovana di pace” guidata da monsignor Tonino Bello, il vescovo di Molfetta già malato di cancro, e che sarebbe morto pochi mesi dopo…

Ricordo la domanda che si faceva don Tonino Bello nel ’92, entrato a Sarajevo assediata con 500 persone dei Beati i costruttori di pace, in quella lettera che annunciava la sua visita alla città, poco prima di Natale.  Si chiedeva “dove può nascere quest’anno Gesù, se non a Sarajevo, in un luogo talmente freddo, talmente colpito dalla violenza e anche dalla morte?”. Sarajevo, per don Tonino, era il luogo dove era più naturale che venisse deposto il Bambino Gesù. E oggi dove può essere questo luogo se non per esempio a Kyiv, in un luogo talmente segnato dalla sofferenza in questo momento? Purtroppo in qualche modo la storia si ripete: abbiamo imparato poco evidentemente.

Lui dice anche, nella lettera scritta al suo ritorno in Italia: “Abbiamo visto Gesù nelle persone che abbiamo abbracciato per strada, nei vecchi commossi per il nostro coraggio, nel giovane soldato piangente alla partenza e poi nei capi religiosi che ci hanno implorato di interessare il mondo che era indifferente, come anche i cittadini di Betlemme che non accoglievano Gesù…”

Vorrei ricordare anche un altro sacerdote italiano, don Renzo Scapolo, che era il fondatore dell’associazione Sprofondo. Lui è arrivato a Sarajevo nel 1994, la prima volta. Poi dopo nel 1995 ed è rimasto per 4 anni, per dirigere questa associazione proprio lì nel nostro Centro francescano di Grbavica, dove avevano la loro sede. Questa associazione è attiva tuttora a Sarajevo e hanno lasciato un profondo segno. Quest’uomo (scomparso a Como nel 2017, n.d.r.), veramente, ha creato un movimento attorno a sé di volontari, di gente di tutte le etnie, che era un punto di riferimento per molti bosniaci, italiani, militari, pacifisti, gente di diverse estrazioni che veniva nel suo centro. Tuttora sono presenti qui e organizzano gli aiuti umanitari per i cittadini poveri di Sarajevo. La città ha veramente un ricordo di questo sacerdote molto profondo e molto bello.

Uno dei segni belli e forti di questo Natale è il presepe vivente di Grbavica, davanti alla vostra Casa Provinciale Francescana, che è stata sede di “Sprofondo”. Ci può raccontare come è nata questa tradizione?

E’ una manifestazione che è intitolata “Natale con i francescani a Sarajevo”: sono più eventi che si svolgono prima di Natale, e uno di questi è il presepe vivente che si organizza davanti alla nostra casa provinciale, a Grbavica, ed è sempre molto partecipato. Abbiamo cominciato ad organizzarlo subito dopo la guerra, penso nel 1996 e 1997, si organizza un presepe vivente, con gli animali, la gente in costume, offriamo un po’ di vin brulè alla gente, un po’ di dolci natalizi, cantiamo insieme i canti natalizi ed è una cosa bella a cui partecipano i vicini che in maggioranza sono anche i musulmani che vivono lì attorno, e vengono volentieri.

Lì a Grbavica, durante la guerra, si erano vissute molte tragedie…

Io in quel periodo non mi trovavo a Sarajevo, ma i frati mi hanno raccontato che all’inizio c’era molta più gioia molto più entusiasmo nel fare il presepe, perché la gente durante la guerra lì ha sofferto molto, nel quartiere di Grbavica. Che era stato occupato ed è diventato anche purtroppo noto per crimini di guerra, per le cose orrende che sono successe. La nostra casa è stata quasi distrutta, i frati l’hanno dovuta lasciare e ritirarsi. Poi, subito dopo la guerra, appena era stato possibile organizzare il presepe, la gente lo sentiva in un modo speciale. C’era molta più condivisione, anche perché si usciva da una guerra nella quale mancava tutto, il cibo, ma anche le occasioni per stare insieme, per vivere una vita normale. Allora in questi primi anni era qualcosa di molto sentito, molto bello, accolto molto bene. Tutt’ora, certamente, quando si fa il presepe la gente viene volentieri, perché per noi il Natale, nella nostra tradizione, è molto importante. Si percepisce, in qualche modo, come una festa alla quale prendono parte un po’ tutti. Nelle nostre chiese, per esempio, per la Messa di Natale vengono anche molti musulmani, sono curiosi, perché sentono questo ambiente di festa e vogliono partecipare. Io mi ricordo che da bambino la nostra chiesa del villaggio era piena la notte di Natale anche di musulmani, era una cosa normalissima per quella festa.

E avviene anche che voi cattolici partecipiate alla festa degli ortodossi e a quelle dei musulmani?

Noi volentieri partecipiamo al Natale degli ortodossi, andiamo nella chiesa ad ascoltare la loro liturgia. E’ una cosa molto comune, molto sentita. Il Natale è speciale in qualche modo, ma si partecipa poi anche ad altre feste, specialmente il mese di Ramadan, molto sentito dai musulmani. E’ un mese nel quale la gente sta insieme, si va spesso nelle famiglie a cenare insieme. Insomma c’è questa condivisione per le feste, è una cosa ancora molto viva.

Ci sono anche altri momenti importanti nel Natale a Sarajevo…

Abbiamo diversi eventi, per esempio le suore, che hanno alcuni asili nido, organizzano, per esempio, dei programmi per i bambini, poi nella sede del nostro Istituto teologico con gli studenti organizziamo sempre una festa natalizia qualche giorno prima. Si organizza un teatrino sempre amatoriale con gli studenti e dei canti. Vengono sempre tantissime persone, soprattutto tanti giovani, molti studenti di tutte le età e intellettuali, per esempio, perché facciamo anche questi spettacoli in collaborazione con il Teatro Nazionale di Sarajevo, quindi con costumi professionali… Si fa una bella serata insieme e poi una serie di concerti, in quasi tutte le chiese. Poi certamente la Messa di Natale, da noi celebrata sempre a mezzanotte è molto partecipata, specialmente per la presenza di gente di altre fedi e altre etnie. Per esempio quest’anno, nella nostra chiesa qui del convento di Sant’Antonio, un nostro amico musulmano, proprietario di una Casa del tè si è offerto di fare il vin brulé, organizza tutto lui, non gli abbiamo chiesto nulla. Ma lui si è offerto, perché per lui è una gioia partecipare a questo evento. E’ una cosa bella, perché nonostante tutto, tutte le ferite, tutti i traumi, tutte le incomprensioni che ci sono tutt’ora, non sono scomparse del tutto, ci sono anche questi segni bellissimi. Di un Natale che è ancora in grado di portare un po’ di gioia, un po’ di semplicità e di bellezza. Per tutta la notte si cantano questi canti che raccontano tutti la nascita di questo Re che viene in un posto povero, freddo, per condividere la sorte degli uomini. Canti che sono molto vivi, molto sentiti ancora: la gente li sa tutti a memoria e li canta. Il Natale in Bosnia e a Sarajevo è ancora importante e bello.

C’è anche questo bel segno degli incontri con i giovani che anche lei organizza, con la partecipazione di giovani musulmani…

Da parecchi anni qui al convento Sant’Antonio abbiamo, ogni martedì, dopo la messa vespertina, un incontro per i giovani. Organizziamo una conferenza per loro, invitando degli esperti, dei professori. Questi incontri non sono esclusivamente confessionali, non sono mai pensati solo per i cattolici, sono offerti a tutti e anche i temi sono molto vari, su quello che interessa i giovani. Vengono in tanti e non tutti sono credenti: sono ragazzi che hanno trovato un ambiente dove si trovano bene. Si sta insieme, si cerca di condividere questo tempo insieme, di parlare di vari argomenti, anche delicati, come quelli legati alla guerra e alla pace. E’ un segno positivo. Nei giorni scorsi, con questo gruppo, sono una quarantina e almeno 20 musulmani, siamo andati a visitare alcuni nostri conventi che ospitano musei famosi, per conoscere la storia della Bosnia, che questi conventi, del quattordicesimo secolo, conservano nel modo migliore. Anche questa è una cosa bella, nonostante tanti altri segnali di guerra, rimasti ancora, perchè la società bosniaca è tutt’ora abbastanza divisa. Queste cose però mi rallegrano, mi dà speranza il fatto che ci siano ancora giovani di tutte le etnie che vogliono stare insieme, e che vedono questa diversità come una ricchezza. Non come un destino che si deve accettare o una cosa da sopportare, ma come una cosa bella, che fa parte, in senso positivo, della nostra storia. Questo è un segno di speranza, in una città dove la comunità cattolica, purtroppo, è ridotta a forse un due o tre per cento della popolazione. Se pensiamo che prima della guerra i cattolici a Sarajevo erano almeno 50 mila circa, adesso siamo forse a 5000, appena. Sono numeri che fanno un po’ preoccupare, vediamo che nostro futuro è abbastanza incerto, da questo punto di vista, e c’è poco da fare. Però ci sono anche questi segni di speranza, segni belli. Io sto qui, vivo qui e voglio rimanere qui con questa gente.