Myanmar, appello Onu: interrompere la vendita di armi, alimentano il conflitto

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ll relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani si rivolge alle istituzioni finanziarie chiedendo di fare di più per impedire alla giunta militare birmana di acquisire armi. La Thailandia citata la nuova principale fonte di forniture militari che il Paese asiatico sta ottenendo attraverso il sistema bancario internazionale

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Le istituzioni finanziarie devono fare di più per impedire alla giunta militare birmana di acquisire armi, ha affermato il relatore speciale Onu per i diritti umani in Myanmar, Tom Andrews, citando la Thailandia come la nuova principale fonte di forniture militari che il Myanmar sta ottenendo attraverso il sistema bancario internazionale. Il governo thailandese ha risposto che sta esaminando il rapporto Onu, e che i suoi istituti bancari seguono i protocolli bancari del sistema finanziario globale. Lo riferisce l’Agenzia Fides.

Aggressioni ai civili

Nel rapporto titolato “Banking on the death trade: how banks and governments enable the military Junta in Myanmar”, Andrews ricorda che molti governi occidentali (Stati Uniti, Unione Europea e altri stati) hanno imposto sanzioni alla giunta birmana che ha preso il potere con un colpo di stato del 2021 e osserva che, su questo versante, gli sforzi della comunità internazionale per fermare il flusso di armi hanno avuto un certo successo. L’approvvigionamento di armi e attrezzature per la produzione di tecnologie (per uso militare e civile) al Myanmar attraverso il sistema bancario internazionale è diminuito di un terzo del suo valore, passando da 377 milioni di dollari nel 2022 a 253 milioni di dollari nel 2023. Tuttavia la giunta militare al potere si è mossa per aggirare le restrizioni, mentre “le forze militari continuano ad aggredire sistematicamente i civili del Myanmar usando potenti armi da guerra ottenute dall’estero”, afferma Andrews nel rapporto.

Restrizioni aggirate

Tra le modalità usate per aggirare le restrizioni, vi sono: variare i fornitori di armi e mezzi militari; sfruttare alcune lacune nel sistema di sanzioni; cambiare istituzioni finanziarie e approfittare della mancanza di una precisa volontà politica da parte di alcuni governi. Tutte mosse “per eludere le misure adottate dalla comunità internazionale”, ha affermato il relatore che ha citato, a titolo esemplificativo, due nazioni confinanti con il Myanmar: Singapore e Thailandia.

Le relazioni con Singapore e Thailandia

Singapore, che – riferisce ancora Fides – era uno dei principali fornitori di attrezzature militari con stretti legami commerciali con il Myanmar, “ha articolato una chiara politica di opposizione al trasferimento di armi”, in linea con la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvata larga maggioranza dopo il colpo di stato del 2021. Le esportazioni di armi e materiali correlati da parte di aziende o entità di Singapore sono crollate e, da 120 milioni di dollari nel 2022, sono passate a 10 milioni di dollari nell’anno 2023.

La Thailandia, d’altro canto, non ha una posizione esplicitamente contraria al trasferimento di armi in Myanmar, ha detto Andrews, aggiungendo che le esportazioni da entità o aziende registrate in Thailandia sono più che raddoppiate nello stesso periodo: da 60 milioni di dollari a circa 130 milioni di dollari. Tra i mezzi acquistati “vi sono elicotteri Mi-17 e Mi-35 utilizzati per condurre attacchi aerei su obiettivi civili”, ha denunciato, definendo la Thailandia “la principale fonte di forniture militari del regime, per gli acquisti tramite il sistema bancario internazionale”. Se la Thailandia avesse risposto nello stesso modo del governo di Singapore, “la capacità dell’esercito birmano di attaccare il popolo del Myanmar sarebbe stata notevolmente ridotta”, ha notato.

Interrompere la vendita di armi

Andrews ha invitato gli Stati che sostengono la pace e il rispetto dei diritti umani in Myanmar a interrompere la vendita di armi da parte delle loro aziende e ha invitato le istituzioni finanziarie a congelare i rapporti con le banche statali del Myanmar. Il relatore Onu ha riferito che anche le esportazioni militari dalla Russia e dalla Cina verso il Myanmar sono diminuite, mentre esportazioni dall’India sono rimaste costanti, anche se – ha rilevato – bisogna considerare che parte degli appalti militari da quei paesi potrebbe essersi spostata verso canali informali o un mercato non registrato dal sistema bancario.

Ma, al di là delle considerazioni sul commercio illegale, le osservazioni di Andrews si sono rivolte in particolare al sistema bancario che, tramite un commercio registrato, consente al regime di acquistare beni e attrezzature per portare avanti la guerra. Secondo il documento, 25 banche hanno fornito servizi bancari alle banche statali del Myanmar dopo il colpo di stato. “Le banche hanno l’obbligo fondamentale di non facilitare i crimini – e questo include i crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, ha detto. “La buona notizia è che la giunta è sempre più isolata”, ha detto Andrews, riportando un bilancio aggiornato del conflitto civile che ha superato i tre anni in Myanmar: più di 5 mila civili uccisi, 3 milioni di sfollati e oltre 20 mila prigionieri politici.

Gli appelli del Papa

Sul conflitto in Myanmar e sulla fornitura di armi si è più volte soffermato negli ultimi mesi Papa Francesco. “Guadagnare con la morte è terribile”, ma “purtroppo oggi gli investimenti che danno più reddito sono le fabbriche delle armi”, ha detto al termine dell’Udienza generale del 1° maggio scorso, in cui ha lanciato l’ennesimo appello per la ricerca della pace.  Anche in occasione della messa di Pasqua 2024, il Pontefice aveva ammonito: “Non si ceda alla logica delle armi e del riarmo. La pace non si costruisce mai con le armi, ma tendendo le mani e aprendo i cuori”.