L’Opec aumenta al minimo la produzione di petrolio. Inascoltate le richieste Usa

Vatican News

Marco Guerra – Città del Vaticano

L’Opec, che riunisce i maggiori Paesi produttori di petrolio, ha deciso un aumento minimo delle forniture per il mese di settembre. Si tratta di un quantitativo decisamente più contenuto dei 600 mila barili al giorno in più che sono stati stabiliti per luglio e agosto in un mercato affamato di greggio, dove le quotazioni sono molto alte. Di fatto è il rialzo più esiguo dal 1986 in termini assoluti, il più risibile di sempre se calcolato in termini percentuali.

Le motivazioni dell’Opec

La decisione dell’Opec arriva nonostante mesi di sforzi diplomatici culminati con il viaggio del presidente americano Joe Biden in Arabia Saudita a metà luglio, proprio allo scopo di ottenere una produzione aggiuntiva. In una dichiarazione, l’Opec ha spiegato i motivi per cui è necessario essere cauti nell’aggiungere petrolio al mercato. I paesi del cartello, guidato dall’Arabia Saudita, hanno bisogno di mantenere parte della loro capacità petrolifera in riserva in caso di future interruzioni. Hanno anche notato la mancanza “cronica” di investimenti nella produzione di greggio che coincide con l’allontanamento delle nazioni più ricche dai combustibili fossili per far fronte al cambiamento climatico.

L’azione diplomatica Usa

Dal canto suo la Casa Bianca ha risposto sottolineando che ciò che conta è il costante calo dei prezzi del petrolio e della benzina dai massimi dello scorso giugno, calo che sarebbe coinciso, secondo l’amministrazione Usa, con le azioni diplomatiche intraprese da Biden con i Paesi produttori. Malgrado l’annuncio dell’Opec anche ieri il petrolio ha ceduto il 4% sulle borse al termine di una giornata movimentata sui mercati. Alla base del nuovo calo, una serie di fattori tra cui la notizia dei nuovi colloqui che si terranno a Vienna per il rilancio dell’accordo sul nucleare in Iran, a cui parteciperà anche l’inviato degli Stati Uniti. Progressi nell’intesa potrebbero portare in prospettiva a una ripresa delle esportazioni dall’Iran, con effetto calmieratore sui prezzi. L’obiettivo degli Stati Uniti è far calare il costo del greggio per calmierare l’inflazione galoppante, che tiene in scacco l’economia mondiale da cui arrivano sempre più segnali di recessione.

Altomonte (Bocconi): interessi geopolitici sulla produzione di greggio

“Da un lato l’Opec, e soprattutto l’Arabia Saudita, vuole dare un segnale dopo le pressioni americane ricevute, dall’altro non vuole perdere i guadagni derivanti dai costi del petrolio elevati. Ricordiamo anche l’accordo strategico dell’Opec con la Russia e quindi questo sicuramente influenza la decisione di non dare spazio ad una riduzione del prezzo”. Così Carlo Altomonte, docente di Politica economica europea all’Università Bocconi, analizza la decisione presa dall’Opec, sulla quale peserebbero anche valutazioni di ordine geo-politico. “La domanda globale di greggio – spiega – è in rallentamento. Questa domanda dovrebbe far scendere i prezzi che invece restano alti per via del conflitto russo-ucraino e della mancanza dell’offerta russa dovuta alle sanzioni. Su questo si innesca la speculazione che approfitta delle tensioni geopolitiche”.

Ascolta l’intervista al prof. Altomonte

Vera partita contenere l’inflazione

Altomonte osserva poi che l’aumento del “costo alla pompa” dei carburanti c’è già stato nei mesi scorsi e questo ha causato la crescita generale dell’inflazione a cui “si sta rispondendo con l’intervento delle banche centrali” sul costo del denaro. “La decisione dell’Opec – spiega ancora – non sposta molto, nel senso che la domanda resta invariata rispetto all’offerta; è possibile che l’inflazione scenda nei prossimi mesi con una stabilizzazione, ma non riduzione, dei prezzi alla pompa”. Il professore della Bocconi ricorda che gli Stati Uniti chiedevano una maggiore produzione, pur essendo loro autosufficienti, proprio allo scopo di abbassare l’inflazione che “sta facendo male all’economia americana”. “L’aiuto da parte degli arabi questa volta non è arrivato – prosegue – perché c’è la Cina che è un grande compratore e la Russia che è un grande produttore, quindi i Paesi arabi non si sono schierati in maniera acritica con gli Stati Uniti”.

Ombre di recessione economica

Secondo Altomonte sul fronte economico si staglia quindi la possibilità di una recessione globale verso la fine dell’anno: “Prima saranno colpiti gli Stati Uniti anche a causa dell’aumento dei tassi; invece per l’Europa il peggioramento potrebbe arrivare più tardi ma potrebbe essere più lungo, perché si combina l’aumento dei tassi di interesse alla riduzione dei consumi dovuta al conflitto. Nel momento in cui l’inflazione dovesse ridursi, questa recessione dovrebbe perdere forza e quindi si ritornerebbe a tassi di crescita economica positivi”.