Liberia,evangelizzare curando le ferite

Vatican News

Federico Piana- Città del Vaticano

Due sanguinose guerre civili durate undici anni tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del nuovo millennio e una devastante epidemia di Ebola, dal 2014 al 2016. La Liberia, stato dell’Africa occidentale con un’economia fragile ed incerta, ancora oggi sta tentando di curare le proprie ferite. Soprattutto in questi mesi, quando la pandemia di Covid 19 complica il quadro generale con un’impennata di contagi, un solo ventilatore polmonare per tutta la nazione, e una diffusa carenza d’ossigeno.

Padre Snider: un apprendista missionario

A Foya, città sperduta a nord-ovest di un Paese in lotta perenne per la sua sopravvivenza (secondo gli ultimi dati delle organizzazioni internazionali d’assistenza, l’83% della popolazione liberiana vive sotto la soglia di povertà), ha iniziato da poco la sua missione evangelizzatrice un sacerdote quarantacinquenne della Società delle Missioni Africane. Padre Lorenzo Snider, otto anni passati in precedenza in Costa D’Avorio, si definisce “un apprendista missionario”: “Sono un apprendista perché io sto imparando dalle persone che sono qui. Molto spesso mi ritrovo a camminare insieme a dei compagni di strada straordinari, quasi certamente messi al mio fianco dalla provvidenza”.

Ascolta l’intervista a padre Lorenzo Snider

Primi passi di una giovane Chiesa

Gli equilibri religiosi della Liberia si basano su una forte presenza protestante, una buona dose di cattolici e delle minoranze musulmane ed animiste. E’ in un contesto così articolato che la Chiesa sta muovendo i suoi primi passi. “La Chiesa in Liberia è giovane – dice padre Snider -. Ad esempio, nella regione di Foya l’evangelizzazione è stata fatta dai fratelli protestanti: i cattolici sono arrivati non molto tempo fa, sicuramente prima della guerra civile”. Non stupisce, allora, che una delle difficoltà sia la mancanza di sacerdoti. “Nella mia diocesi di Gbamga, zona che rappresenta il 30% del territorio liberiano, ci sono solo otto preti diocesani, più un paio, che stanno studiando all’estero” racconta il missionario.

Salvare vite, non fare piani pastorali

Molte realtà ecclesiali e numerose parrocchie sono guidate da catechisti. Padre Snider spiega che sono questi uomini e queste donne ad “occuparsi della guida pastorale delle comunità. Fino a qualche anno fa, venivano formati in un’apposita scuola”. La guerra civile, che ha provocato almeno 250mila morti e un numero indefinito di sfollati, non ha permesso di mettere in pratica alcun progetto pastorale. Subito dopo il conflitto, si trattava di salvare vite, non di seguire modelli o strategie: “Tutta la nostra gente – afferma padre Snider – almeno quella nata prima del 2003, ha fatto l’esperienza dei campi profughi. Per questo, una delle sfide attuali della Chiesa è camminare con il popolo, patire e soffrire con lui”.

Lotta per la giustizia e difesa del lavoro

Ma di sfide, oggi, la Chiesa in Liberia se ne pone anche delle altre, ambiziose. “Sono – elenca padre Snider- accompagnare uno sviluppo integrale e sostenibile e lottare per la giustizia, perché, dopo la fine della seconda guerra civile, non è stato celebrato alcun processo contro i signori della guerra e chi ha subito atroci violenze ancora aspetta delle risposte. Senza mettere da parte, però, la battaglia per il rispetto della dignità della gente, dei lavoratori: un operaio agricolo, per lavorare dalla mattina alla sera nei campi, porta a casa trecento dollari liberiani, l’equivalente ad un euro e mezzo”.

Giovani, linfa vitale per Chiesa e società

Motore della società e della Chiesa sono, innegabilmente, i giovani. Padre Snider ricorda che in “Liberia i giovani sono la maggioranza della popolazione. Nella mia parrocchia, molti di loro sono spronati ad essere uniti per mettere a disposizione la forza e la freschezza per il bene comune”. Nella sua unità parrocchiale padre Snider ha dato vita ad un gruppo di oltre 60 giovani volontari che, per un giorno a settimana, danno aiuto a chi sta peggio di loro: “Cosa vuol dire dare una mano? Due mesi fa siamo stati in un paesino sperduto nella foresta, vicino al confine, dove da un anno stiamo costruendo una scuola. Percorrendo strade sterrate per tre o quattro chilometri, io ed i miei giovani abbiamo trasportato, con la testa, i sacchi di sabbia necessari per continuare i lavori”. Un esempio concreto che, in fondo, può essere considerato la metafora del desiderio di riscossa di un intero Paese.