La Via Crucis a Cutro, in preghiera per i migranti morti in mare: “Sono la carne di Cristo”

Vatican News

Migliaia di persone di Crotone e del circondario in processione sulla spiaggia del naufragio del 26 febbraio. Dietro la croce realizzata con il legno del barcone, si piange, si canta e si pregare tra gli oggetti dei migranti rimasti sulla sabbia. L’arcivescovo Panzetta accanto all’imam in processione, poi l’appello: “Non vogliamo un’Europa nella quale è difficile trovare accoglienza. I poveri sono la carne di Gesù”. Buttata in mare una corona di fiori bianchi

Salvatore Cernuzio – Inviato a Crotone

Una felpa grigia taglia 24-36 mesi è in mezzo alla spiaggia di Steccato di Cutro, coperta di sabbia, pietruzze e “cannizzi”, come i cutresi chiamano le canne di legno. Qualcuno ha creato a fianco un piccolo altarino, con candele, fiori e una croce. Anna, una donna di Cutro con in braccio il suo cagnolino, è in ginocchio ad accarezzare la manica. Intanto piange così forte che le si è sciolto il trucco: “Chissà il freddo in quell’acqua gelida, la paura… Sono venuti da noi a cercare la vita e hanno trovato la morte”. Le parole della donna si perdono in mezzo ai canti e le preghiere delle 14 stazioni della Via Crucis che l’Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina ha organizzato ieri pomeriggio per commemorare i naufraghi inghiottiti dalla “tomba d’acqua” che è all’alba di domenica 26 febbraio è divenuto il mar Ionio, quando un barcone partito dalla Turchia si è distrutto su una secca buttando in acqua uomini, donne e bambini.

La croce con il legno dei barconi

Su quella riva dove sono riemersi dall’acqua i corpi di 71 migranti – principalmente afghani e pakistani –, denudati dalla violenza delle onde, la gente di Crotone e del circondario cammina in processione dietro un enorme crocifisso sbilenco in legno. Non un legno qualsiasi ma il legno del barcone frantumato, con gli stessi bulloni e gli stessi chiodi che l’urto ha fatto saltare in aria. L’ha realizzata, “nelle ore successive il dramma”, un falegname locale e sarà custodita nella parrocchia di Le Castella, spiega prima della Via Crucis il parroco don Francesco Loprete. “Vedendo travi e legni ho pensato alla croce di Gesù: questo legno grezzo e freddo porta il corpo di tanti innocenti morti per colpe che non hanno commesso, porta impresso il sogno di fratelli e sorelle”, dice. E aggiunge: “Il mare si sta portando via tutto. Il rischio è che anche noi possiamo cancellare dalla nostra mente questo dramma che ci ha toccato tantissimo”.

Don Francesco Loprete presenta la croce realizzata con il legno del barcone naufragato

Parrocchiani e sindaci a portare il crocifisso

A portare a turno la croce sulle spalle durante la processione sono i fedeli delle parrocchie di Botricello, Rocca Bernarda, Belcastro, Le Castella, Isola Capo Rizzuto, San Leonardo e tutti i comuni vicini. Nelle spiagge di alcuni di questi paesini, a causa della corrente, sono stati recuperati corpi nelle scorse ore. A fare da cruciferi nella penultima stazione sono invece i sindaci dei comuni del circondario.

L’arcivescovo e l’imam in processione

Dietro a loro, sotto l’ombra delle due braccia lignee, camminano fianco a fianco l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta e l’imam della Moschea di Cutro, Mustafa Achik, l’uno accanto all’altro a pregare insieme per le anime delle vittime, la maggior parte delle quali di fede islamica. Il vescovo con la stola rossa e le mani giunte; l’imam, affiancato dalla figlia quattordicenne Malak, tenendo in mano il tappetino usato dai musulmani per le loro cinque preghiere giornaliere. Una immagine potente, come quella del primo marzo quando i due si sono messi in ginocchio alla camera ardente sulle 66 salme allineate nel Palamilone. Panzetta appena arrivato, dopo aver baciato la croce e benedetto i presenti, ha subito detto infatti che la Via Crucis si svolgeva “in unione ai nostri fratelli musulmani, per pregare insieme l’unico Dio”.

Monsignor Panzetta e Mustafa Achik vicini in processione

Un popolo partecipe

Tutto intorno c’è un popolo commosso e sinceramente partecipe. Migliaia di persone: “Non ci aspettavamo questa grande partecipazione”, dicono gli organizzatori dell’Ufficio Migrantes. “È doveroso essere qui, siamo tutti coinvolti in questa tragedia che ha bussato alle nostre case”, commenta una donna a braccetto col marito. C’è lei, ci sono i pompieri, i gruppi sportivi, i commercianti del luogo, i bambini, gli anziani, intere famiglie, due ragazzi in sedia a rotelle, l’arcivescovo di Cosenza, Giovanni Checchinato, e il vescovo di Lamezia Terme, Serafino Parisi.

La Via Crucis

Canti e preghiere

Piangono, intonano canti con la chitarra a Gesù “Come posso naufragare se al timone ci sei tu…”, recitano preghiere leggendo il libretto inviato dalla Diocesi tramite il canale Telegram e seguono le indicazioni del parroco di Botricello, don Rosario Morrone, tra i primi a recarsi in spiaggia al momento della tragedia. Durante il percorso che fa memoria del cammino di Cristo verso il Golgota, si prega per i bambini innocenti morti per le ingiustizie, per chi soffre per le tragedie del mondo o per “politiche esclusive ed egoiste”, per le mamme che perdono i figli.

Una donna accarezza la felpa di un bambino nella sabbia

Lacrime sulla sabbia

Il cielo, inizialmente terso, si scurisce quando la folla arriva sulla spiaggia, quasi a voler assecondare l’atmosfera di commozione alla vista dei resti del naufragio, rimasti immobili sulla sabbia da sette giorni. Scarpe spaiate, indumenti, salvagenti, giocattoli, scorte di cibo. La risacca ha portato tutto a riva. E qualcuno, forse i parenti o anche gli stessi superstiti che hanno visitato in questi giorni quella che i crotonesi hanno ribattezzato la “spiaggia del dolore”, hanno pensato di raccogliere tutto sotto croci improvvisate in legno e fil di ferro. Su una di queste croci, una signora anziana si inginocchia e poggia un rosario rosso. Si fa il segno della croce, poi si accoda alla folla che intanto si è sparsa ovunque, anche nelle collinette circostanti, per ascoltare le parole conclusive dell’arcivescovo a fianco al relitto.

L’appello di Panzetta: dobbiamo essere accoglienti

Parole forti, dette a braccio e con tono misurato, indirizzate ai singoli fedeli ma anche a chi detiene ruoli di responsabilità. “Gesù è il cuore spalancato e accogliente di Dio nei confronti dell’umanità, per cui mentre camminavamo ci siamo chiesti: ma noi siamo ancora cristiani? Certo, abbiamo radici cristiane, opere d’arte, la croce appesa al collo, facciamo le nostre novene, battezziamo i nostri figli. Ma come mai dopo 2000 anni di cammino dietro Gesù non abbiamo imparato veramente ad accoglierci? Qualcosa non sta funzionando nella nostra vita…”, scandisce il presule.

“Se accogliamo veramente Gesù, dobbiamo lasciarci cambiare il cuore e non permettere alla paura di farci diventare persone dal cuore gelido. Se siamo cristiani non possiamo non essere accoglienti, dobbiamo essere accoglienti, dobbiamo avere il cuore aperto come Gesù e quindi non vogliamo un’Europa col filo spinato, un’Europa nella quale è difficile trovare accoglienza. I poveri sono la carne di Gesù, quelli che hanno perso la vita in questo mare sono la carne di Gesù. E pertanto, proprio guardando questo mare, dobbiamo batterci il petto tutti, nessuno escluso. Perché abbiamo la responsabilità di generare intorno a noi un clima di accoglienza, fraternità, amicizia”, afferma Panzetta.  “Chiediamo al Signore questo dono di conversione: vogliamo essere comunità ospitali – prosegue -. È nel Dna della nostra gente, del nostro territorio di avere il cuore spalancato. Non permettiamo alla paura di renderci comunità dal cuore gelido, atterrite di fronte alla diversità. Noi vogliamo una convivialità delle differenze”.

La folla alla Via Crucis

La corona di fiori in mare, come a Lampedusa

Un Eterno riposo recitato in coro conclude la Via Crucis. Al microfono l’imam ringrazia tutti per il sostegno mostrato alla comunità islamica. Insieme a un sacerdote prende una corona di fiori bianchi e la getta in mare. La memoria torna a Lampedusa, dieci anni fa, quando Papa Francesco fece lo stesso gesto simbolico per onorare la memoria dei morti seppelliti non dalla terra ma dall’acqua del Mediterraneo, “cimitero a cielo aperto”. Ancora di più, dopo questa ennesima tragedia.

L’imam e un sacerdote buttano la corona di fiori in acqua