La Madonna del latte, simbolo della divina maternità

Vatican News

Nell’iconografia diffusissima della Madonna con Bambino vi è quella particolare della Madre che allatta il Figlio, che non è semplicemente devozionale ma anche di profondo significato teologico. Grandi artisti si sono misurati con la tenerezza indicibile di questo gesto amoroso che è terreno e spirituale al tempo stesso. Papa Francesco ha più volte ribadito l’importanza e la naturalezza dell’allattamento, emblema del mistero miracoloso della vita

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Nel giorno in cui si celebra Maria Madre Santissima di Dio, la mente corre subito alle innumerevoli opere, di pittura o di scultura, che popolano l’arte di ogni tempo con l’immagine della Vergine con il Bambino. A ogni evidenza, non ne esiste una più rappresentata. Le varianti riguardano la Madonna seduta in trono o in piedi, isolata o circondata da angeli o santi, con degli offerenti in preghiera ai suoi piedi. Il Bambino può tenere tra le mani un oggetto, un piccolo animale, un fiore o un frutto. Talvolta il Piccolo sgambetta, altre volte tende la manina ad accarezzare il volto della Madre. Alcune volte si guardano, in altre guardano verso chi guarda. Si tratta di una vera gara per rappresentare nel migliore dei modi possibili la bellezza più pura e luminosa, realizzandola con i limitati mezzi terreni.

Filippino Lippi, Madonna con Bambino (particolare),1466-1469 circa, tempera su tavola, Firenze, Palazzo Medici Riccardi

Maria sempre presente

Nei primi secoli dell’arte sacra si enfatizza una regalità divina di Maria distante e ieratica, mentre nel proseguo del tempo le immagini instaurano via via con lo spettatore un rapporto più intimo, familiare. Insomma, nello scorrere del tempo l’iconografia della Madonna con Bambino cambia, delineando la temperie storica del momento, ma di sicuro in modo assolutamente riconoscibile e sempre presente, nelle chiese, nelle edicole, lungo le strade, nelle case.

“La tutta santa”

Soffermiamoci su una iconografia particolare della Vergine con il Bambino: la Madonna lactans o del latte, diffusa e molto antica. Divinità che allattano sono presenti in ogni tempo, fin dalla preistoria e in ogni luogo. Notissima è, ad esempio, la dea egiziana Iside che allatta Horus. Sembra che proprio da questa prenda forma, in ambito orientale, la Madonna allattante, presente fin dal VI secolo, nell’arte copta e poi bizantina, dove è detta Panaghia Galaktotrophousa, la “tutta santa che dona il latte”. In occidente, nei primi secoli dell’era cristiana, appaiono alcune sante cosiddette “galattofore”, cioè portatrici di latte e per questo invocate dalle puerpere, come sant’Agata, santa Brigida, santa Romana, ma l’iconografia della donna che allatta appartiene interamente alla Vergine e si afferma soprattutto all’inizio del Trecento, quando nell’arte si abbandonano gli stilemi orientali delle icone e la rappresentazione diventa meno ieratica, meno distante e più vicina all’umanità. Alla metà del Duecento, assistiamo a un’altra rivoluzione artistica che è nel Crocifisso, ovvero nell’affermazione del Christus patiens, Cristo sofferente, su quello triumphans, Cristo trionfante, dei secoli precedenti. Artefici ne sono i francescani che scelgono un linguaggio artistico più comprensibile, empatico, che avvicini i fedeli alla Chiesa in modo diretto, anche emozionale. E cosa c’è di più divino e insieme umano del rapporto tra un figlio appena nato e sua madre? Rappresentano il mistero della vita stessa. E il momento dell’allattamento ne è l’immagine più immediata.

Un significato fortemente teologico

Grandi artisti si sono misurati con l’iconografia della Virgo lactans, che non è semplicemente devozionale ma teologica: mostra che Dio è veramente quel Neonato che nelle prima fasi della vita ha bisogno di nutrirsi attraverso la madre, come un qualsiasi altro bambino. Nel Vangelo di Luca 11,27, c’è il primo riferimento esplicito della materna carnalità di Maria: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. Il concilio di Efeso, nel 431 decretò la maternità di Maria, Theotokos, portatrice di Dio. E ancora Clemente di Alessandria parla del latte come simbolo del Logos, mentre nella prima Lettera di Pietro è nutrimento spirituale.

El Greco, Sacra Famiglia e S. Anna, olio su tela, 1595, Hospital de Tavera, Toledo

Il sacro latte

Nel VI secolo si formò una leggenda secondo cui, in una grotta non lontano dalla basilica della Natività di Betlemme, la Vergine avrebbe spillato alcune gocce di latte a terra per la fretta di dare la poppata al Bambino mentre incalzavano i soldati di Erode. La pietra di quel luogo diventò candida. Quel luogo è la Crypta lactea o Crypta lactationis, in arabo Meharet Sitti Mariam che nei secoli e ancora oggi richiama donne, cristiane e musulmane, che chiedono alla Vergine protezione per il parto e latte abbondante per i loro figli. 

La leggenda fu importata in Europa dai crociati insieme alle reliquie della Terra Santa che annoveravano anche fiale con il sacro latte, chiamato anche latte di luna o latte della montagna. Sono stati contati circa settanta luoghi in Italia, Francia e Spagna, dove sono custodite queste reliquie. In Italia particolarmente noto è quello della Collegiata di San Lorenzo a Montevarchi, in provincia di Arezzo.

Una iconografia diffusa

Impossibile ricordare i tantissimi esempi della Madonna del latte sparsi in tutto il mondo cristiano, prima nel sud dell’Italia, e in seguito particolarmente in ambito toscano e lombardo. Le opere che raffigurano la Madonna del latte si moltiplicano, quindi, tra XIV e XV secolo e si arrestano, almeno nell’arte ufficiale, bruscamente, dopo la Controriforma che reputava non conveniente qualsiasi genere di nudità. Alcune opere furono anche ritoccate e il seno sovra dipinto. Tale iconografia riprende in età moderna, anche se non con la stessa frequenza. La donna che allatta può essere una donna qualsiasi, non è più connessa in modo stretto e simbolico alla Madonna, anzi spesso il confine tra arte sacra e arte profana diventa impercettibile, basti pensare, ad esempio ad alcune Maternità di Picasso –  e non solo – ma l’intensità e la sacralità, quel senso di silenzio che ruota intorno alle figure restano simili, segno del mistero che avvolge il gesto amoroso.

Maestro di area campana, Madonna del latte o Madonna di San Guglielmo, tempera su tavola, fine XII- XIII secolo, Museo abbaziale di Montevergine, Mercogliano

Nei primi esempi dell’arte occidentale, la costruzione iconografica è epifanica: la Vergine guarda di fronte a sé, come di lontano, e conserva l’immagine regale della Madre di Dio delle icone bizantine. Proprio in occasione delle celebrazioni di fine anno e del 1° gennaio, è esposta, nella Basilica di San Pietro, la bella icona della Virgo lactans proveniente da Montevergine che riveste nel suo impianto iconografico precisi echi bizantini. Al XIII secolo è datato il mosaico sulla facciata della basilica di Santa Maria in Trastevere, dove vi è una Madonna seduta sul trono che allatta il Bambino, tra cortei di sante che portano lampade e i due piccoli offerenti ai suoi piedi.

Il mosaico della facciata della basilica di Santa Maria in Trastevere, XIII secolo

Ancora, nella pala d’altare del Maestro della Maddalena, artista di ambito fiorentino, datata alla seconda metà del XIII secolo, la Vergine è seduta su un ricco trono tra san Leonardo del Limosino e san Pietro. Ha la testa appena reclinata ma conserva un impianto rigido e stilizzato, mentre tiene con un braccio il Bambino che sembra un piccolo adulto, vestito come un filosofo, con toga purpurea, il rotolo in una mano e nell’altra il gesto di benedire.

Maestro della Maddalena, Madonna del Latte tra San Leonardo del Limosino, San Pietro, angeli e storie di san Pietro, fine del XIII secolo, Yale University Art Gallery

Simili a questa ci sono diverse altre opere tra le quali ricordiamo quella dalla cappella del SS.Sacramento in San Martino a Pisa, del XIII secolo, di scuola bizantina, ma che ha già in sé forme più morbide che sembrano presagire il momento dell’incipiente trasformazione dell’espressione artistica.

Allievo del Maestro della Croce di Castelfiorentino, Madonna del Latte, 1270-80, tempera e oro su tavola,, Museo Nazionale di San Matteo, Pisa ©Fondazione Zeri

“Sacralità umanizzata”

Ambrogio Lorenzetti, Madonna del latte, tempera e oro su tavola, 1324-25, Siena, Museo Diocesano

Nel tempo, l’arte fiorisce con gesti e sguardi incantevoli. La prima versione, priva di rigidità bizantine è la Madonna del latte di Ambrogio Lorenzetti, databile al 1324-25. La Madre guarda il figlio con l’occhio lungo e dolce, mentre lo tiene tra le braccia in modo del tutto naturalistico. Il bambino biondo fa forza con il piedino contro l’incavo del gomito della Vergine e succhia il latte in un modo che vediamo fare spesso a bambini, con l’occhio girato a osservare curioso il mondo intorno a sé. È un vero bambino, anche irrequieto, che nell’insieme dell’opera restituisce un’atmosfera familiare e realistica. È stata definita infatti, a ragione, opera dalla sacralità umanizzata. Resta il fatto che questo dipinto segna un discrimine netto, una vera rivoluzione iconografica.

Andrea Pisano, Madonna del latte, marmo, 1346-1348, Museo nazionale di San Matteo, Pisa

Un’altra opera straordinaria, più recente di quella del Lorenzetti, datata tra il 1346 e il 1348, è la scultura della Madonna del latte in marmo bianco e decori in oro, opera la cui paternità è controversa, se di Andrea Pisano  da solo o con l’aiuto di Nino, suo figlio che, attualmente conservata nel Museo di San Matteo, si trovava originariamente nella Chiesa di Santa Maria della Spina sul Lungarno di Pisa. È un busto, ma capace di suggerire lo sforzo di tutto il corpo stante della Vergine nel sostenere il Bambino già un po’ cresciuto, non più neonato; dal collo rigido, dal suo viso serio e contratto pare traspaia anche la parte dolorosa che talvolta accompagna l’allattamento. Anche in quest’opera il genio dell’artista è evidente, nella ricerca di linguaggi inediti e naturalistici.

Luca Signorelli, Madonna del latte, tempera su tavola, 1482 – 1485 circa, Pinacoteca di Brera, Milano

Su un lato dello Stendardo della Flagellazione, dipinto su tavola e datato al 1485, opera di Luca Signorelli, un meraviglioso Bambino dagli occhi chiari non sta poppando ma, rivolto in avanti, guarda con intensità lo spettatore. Sembra che voglia render partecipi della grazia, rinnovando quei significati intrinseci del latte quale nutrimento spirituale, mentre la Vergine riveste il ruolo di Madre della Chiesa e Chiesa lei stessa.  

Giovanni Antonio Boltraffio (attrib.), Madonna del latte, olio su tela applicata su tavola, 1500 – 1524, Brooklyn Museum of Art, Brooklyn (NY), ©Fondazione Zeri

Celeberrima è la cosiddetta Madonna Litta, la cui attribuzione è discussa anche se l’incanto meraviglioso che suscita la sua visione porta a pensare che sia effettivamente opera di uno dei più grandi artisti di ogni tempo, Leonardo da Vinci. Di recente si propende a considerarlo suo con l’aiuto dell’allievo Antonio Boltraffio, che ne dipinge uno molto simile. La Vergine ha un volto dolcissimo, di ineffabile bellezza e guarda il suo Bambino che ricorda un po’ l’archetipo di questa iconografia, ovvero l’opera di Ambrogio Lorenzetti del quale abbiamo parlato prima: il Bambino sgambetta e ha lo stesso occhio girato ma in modo dolce, rilassato, vinto dal sonno.

Leonardo da Vinci, Giovanni Antonio Boltraffio, Madonna Litta, tempera su tavola, 1490, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo

 La Madonna del latte nel presepio

Talvolta la Vergine che compie il gesto di allattare appare nella Natività. In questi giorni, attraverso i canali dei social media o della televisione, un’opera è diventata familiare: il presepio di Greccio, affresco del 1409 attribuito al pittore giottesco Maestro di Narni, che si trova nella lunetta della parete di fondo della Cappella del presepio, nel Convento di Greccio. Lo vediamo anche nella riproduzione che fa da sfondo al presepio di Piazza San Pietro.

Maestro di Narni, Presepe di Greccio, Natività di Gesù, pittura su parete, 1409 ca., Cappella del presepio, Convento di Greccio

Ci sarebbe molto da dire su questa iconografia doppia che vede da una parte san Francesco di fronte al Bambino in fasce nella greppia e lo stesso identico Bambino e la stessa identica greppia nella scena accanto, dove ci sono Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello. Un particolare però non sfugge e si tratta del gesto di Maria che sta allattando, distesa su una stuoia a righe rosse.

Maestro di Narni, Madonna del latte, affresco, 1375 – 1410, Chiesa di S. Agostino di Montefalco, ©Fondazione Zeri

Il Maestro di Narni dipinge anche un’altra Madonna lactans, sul tipo della variante della Vergine da sola con il Bambino, ma questa della Natività appartiene a una iconografia non così diffusa.

Taddeo Gaddi, Trittico, tempera su legno, 1330-34, Staatliche Museen, Berlin

Taddeo Gaddi, Trittico, particolare con la Natività

La Madonna che allatta anche in un episodio di un trittico, opera di un altro artista di scuola giottesca, anzi uno dei più insigni, Taddeo Gaddi. Balza alla mente un’altra insolita rappresentazione natalizia, che è quella ormai famosissima della Vergine che distesa a letto legge la Torah mentre Giuseppe culla il Bambino, tratta dal Libro delle Ore di Besançon, composto verso il 1450.

Libro delle Ore di Besançon, 1450 ca, Fitzwilliam MS 69 folio 48r.

Una Madonna allattante, infatti, si trova proprio nella miniatura di un manoscritto della fine del Trecento, opera del fiorentino don Silvestro dei Gherarducci. Si tratta dello spartito del canto gregoriano Puer natus est nobis, “Un bambino ci è nato” dove l’occhiello del capolettera P è decorato a tempera e oro con raffinata cura calligrafica. Un altro particolare commovente e inedito, tra l’altro, è la figura di Giuseppe che dorme chiuso nel suo mantello poggiato con il capo sul ginocchio della Vergine, mentre lei lo guarda con tenerezza. Queste iconografie originali lasciano pensare che siano state ispirate dalle miniature sui codici, che spesso riportano composizioni inedite ed evidentemente ispirate da una maggiore libertà compositiva.

Don Silvestro dei Gherarducci. Spartito del canto gregoriano “Puer natus est nobis”, fine XIV secolo

L’invito di Papa Francesco

Papa Francesco più volte ha parlato della naturalezza dell’allattamento, invitando le madri a farlo liberamente ogni qual volta ce ne fosse bisogno. Durante l’Omelia nella Messa e nel Battesimo del 12 gennaio 2020, diede il “permesso” di allattare”: “…se il tuo bambino piange e si lamenta, forse é perché ha troppo caldo: togliete qualcosa; o perché ha fame: allattalo. Qui, sì”. Il Papa con queste parole, nel luogo solenne della Cappella Sistina, ha riannodato il legame della maternità con il sacro, rievocando così l’antichissima immagine e il significato della Madonna del latte che nei secoli aveva popolato i luoghi consacrati e che si era perso nel tempo.
Nell’Udienza generale del 21 ottobre 2020, Il Papa disse: “E io vedevo la mamma che coccolava e allattava il bambino e ho pensato: “così fa Dio con noi, come quella mamma”. Con quanta tenerezza cercava di muovere il bambino, di allattare. Sono delle immagini bellissime. E quando in Chiesa succede questo, quando piange un bambino, si sa che lì c’è la tenerezza di una mamma, come oggi, c’è la tenerezza di una mamma che è il simbolo della tenerezza di Dio con noi. Mai far tacere un bambino che piange in Chiesa, mai, perché è la voce che attira la tenerezza di Dio.” 
Durante la celebrazione dei

Annamaria Trevisan, Vergine con Bambino, pittura a olio, 2023, collezione privata