La laicità in Chiara Lubich: alta contemplazione rimanendo “immersi nel mondo”

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Adriana Masotti – Città del Vaticano      

La presenza, il compito, la peculiarità della missione dei laici nella Chiesa cattolica è uno degli aspetti centrali su cui il Concilio Vaticano II disse parole di novità, dando inizio a una nuova primavera ecclesiale contrassegnata dalla nascita di movimenti, comunità, cammini, gruppi e associazioni laicali che rappresentano un’immensa ricchezza per tutta la Chiesa. Ma il laicato cattolico in Italia, già tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, si trovava a vivere una stagione ricca e vivace, mentre l’ambi­to ecclesiale era animato da fermenti di rinnovamento. 

Il profilo laicale di Chiara Lubich 

E proprio tra gli anni ’30 e gli anni ’50, prima dunque del Vaticano II che si sarebbe aperto nel 1962, a Trento vedeva le sue origini quello che diventerà una delle forme di aggregazione più diffuse, il Movimento dei Focolari o Opera di Maria. Fondatrice è Chiara Lubich, una giovane laica che imprime nell’Opera una fisionomia laicale spiccata e originale. Di questo si parla in Cose antiche e cose nuove, al centro del Convegno di questo pomeriggio all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, a cui interverranno, alla presenza dell’autrice, la teologa Barbara Pandolfi; Ilaria Pedrini, sociologa del Centro Studi Judicaria, Tione di Trento e Ernesto Preziosi, dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, Milano.

Un’anomalia cronologica nella storia dei Focolari

Il volume descrive il percorso compiuto dalla Lubich a contatto con il francescanesimo cappuccino e poi con l’Azione Cattolica, fino alla nascita dei Focolari. Ponendosi una questione che l’autrice, Elena Del Nero spiega così ai nostri microfoni: “Questo libro nasce dall’aver osservato come un’anomalia dei tempi. Nel senso che il Movimento dei Focolari si avvicina come caratteristiche a quella fioritura di realtà ecclesiali che si è verificata, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, caratterizzate da un timbro laicale e di solito accompagnate da un dono dello Spirito. Eppure il Movimento dei Focolari nasce in un contesto cronologico storico completamente diverso, perché nasce durante la Seconda guerra mondiale. La data della fondazione del Movimento si fa risalire, infatti, al 7 dicembre del 1943 e quindi questa anomalia cronologica e storica ha portato proprio a voler indagare sul profilo laicale che Chiara Lubich esprimeva già negli anni ’40 e ’50”.

Ascolta l’intervista a Elena Del Nero

Tra le esperienze che hanno preparato il Concilio

Nella prefazione lo storico Fulvio De Giorgi scrive a questo proposito: “Occorre evitare di ricorrere alla categoria del precursore, dunque di una Lubich precorritrice: categoria ambigua e sdrucciolevole sul piano dell’intelligenza storica. L’approccio corretto è quello di far vedere come l’esperienza della Lubich rientri in quel variegato e diversificato insieme di esperienze storiche che hanno preparato il Concilio, che hanno condotto ad esso e che lo hanno orientato, senza le quali, dunque, non si sarebbe avuta quella svolta storica che invece si è realizzata”. Una tesi condivisa dall’autrice, che sottolinea il fatto che comunque “il contesto ecclesiale di quegli anni non era del tutto pronto ad accogliere le novità, per cui non si può nascondere che ci siano stati anche dei momenti difficili in cui le novità del profilo laicale e del carisma, di cui Chiara era portatrice, non venivano ancora comprese”.

Le tre vie praticabili dai laici e una quarta strada

Negli anni pre-conciliari tre erano le vie praticabili dai laici: la via monastica, la via della consacrazione con voti ma senza vita comunitaria e la via comunitaria (e matrimoniale) ma senza voti. Da Chiara Lubich deriva una proposta diversa, definita da lei stessa “una quarta strada”. Era quella della convivenza di vergini e sposati con la presenza spirituale di Gesù tra loro a immagine della Sacra Famiglia di Nazareth: il Focolare. Fondamentale per la comprensione di questa nuova via, la permanenza di Chiara per qualche giorno a Loreto nel 1939, per un corso di esercizi spirituali. Così racconta quell’evento Elena Del Nero: “Quella di Loreto è un’esperienza a cui la Lubich ritorna costantemente, ricordando come, visitando e stando lungamente all’interno della Casetta che secondo la tradizione sarebbe quella di Nazareth, lei intravede la sua strada. La percepisce diversa rispetto a quelle che abitualmente si presentavano a chi voleva assumere un impegno di vita cristiana, per cui a chi le chiede al suo ritorno a Trento: “hai trovato la tua strada, ma qual è questa strada? Il matrimonio? La vita consacrata? La consacrazione nel mondo?”, poteva rispondere: “nessuna di queste”. Solo più tardi la quarta strada acquisirà i contorni di quella che possiamo dire la famiglia di Dio nel mondo, il Focolare”. 

Maria, modello del laico

Nel pensiero della Lubich si delineano nel tempo alcune precise caratteristiche della figura del laico che emergono più dalla vita vissuta che da teorizzazioni o speculazioni intellettuali. “Sicuramente – commenta Del Nero – esse nascono dalla visione di Chiara della persona umana come custode dentro di sè della scintilla della presenza di Dio, quindi una visione universale dove ognuno acquista la sua dignità, per lei infatti non c’erano barriere di nessun genere. E poi anche l’importanza della comunità e quindi della vita di comunità, una realtà di comunione che diventa per lei presenza del popolo di Dio”. Il Movimento dei Focolari è stato riconosciuto e approvato per la prima volta dalla Chiesa nel 1964 con il nome di “Opera di Maria” e Maria viene vista dalla Lubich come il modello del laico. E’ ancora Elena Del Nero a spiegare il perchè: “Maria è il modello del laico perchè Chiara vede in Lei colei che ha realizzato l’incarnazione e quindi colei che fa entrare Gesù nella storia, Gesù che quindi si fa prossimo e presente ad ogni uomo e entra in tutte le dimensioni umane”. 

L’unione con Dio, ma “mescolati fra tutti”

“Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” scriveva nel 1958 Chiara Lubich e continuava: “l’attrattiva del nostro tempo, come di tutti i tempi, è ciò che di più umano e di più divino si possa pensare, Gesù e Maria: il Verbo di Dio, figlio di un falegname; la Sede della Sapienza, madre di casa”. In questo testo si coglie una visione positiva della dimensione laicale, “si coglie il valore di un’alta vocazione a rischiarare il mondo – si legge nell’introduzione al volume Cose antiche e cose nuove – non prescindendo dalla semplicità e dalla fatica del quotidiano”. Uno scritto che non a caso lo stesso Papa Francesco riprese incontrando nel 2014 i membri dell’Assemblea generale del Movimento dei Focolari per incoraggiare i suoi membri a “rimanere fedeli a questo ideale di contemplazione, a perseverare nella ricerca dell’unione con Dio e nell’amore vicendevole coi fratelli e le sorelle”.

La santità non dipende dallo stato di vita

Ma in che modo Chiara Lubich viveva la sua laicità e che cosa il suo sentire ha portato in chi l’ha seguita e poi in tutta la vita della Chiesa? “Posso dire che c’è un momento in cui lei avverte chiaramente la sua dimensione laicale – risponde Elena Del Nero – ed è quando, durante il Natale del 1943, dopo essersi già consacrata a Dio, avverte un’ulteriore spinta a donare tutto, tutto quello che fino a quel momento aveva caratterizzato il suo mondo, la sua famiglia, gli alunni della scuola dove insegnava, immaginando che ciò significasse entrare in un convento, vivere in clausura, ma contemporaneamente avvertendo un certo disagio interiore nei confronti di questa scelta. Risolutivo risulta allora un dialogo con il suo confessore, nel quale lei capisce che la santità non dipende da uno stato di vita, quanto piuttosto dal vivere la volontà di Dio. Questo le fa intuire di avere in mano la possibilità di indicare a chiunque, in qualsiasi stato di vita si trovi, l’accesso alla santità”. Una santità di popolo.

Portare Dio in tutte le cose umane

Il percorso delineato nelle pagine del volume Cose antiche e cose nuove si arresta alle soglie del Concilio Vaticano II; a quell’epoca nella Lubich sono già maturi i segni di una visione che attribuisce un valore prezioso alla personalità dei laici adeguata alla modernità, nella privilegiata condizione esistenziale di essere immersi nel mondo e di poterlo rendere partecipe della vita del Vangelo.