Iraq nel caos politico, a otto anni dall’esodo dei cristiani dalla Piana di Ninive

Vatican News

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Le cicatrici di una devastazione e il desiderio di un pieno ritorno alla vitalità. È quanto emerge dalle testimonianze di chi ha vissuto in prima persona l’esodo biblico del 2014 dalla Piana di Ninive, una regione orientale, a nord-est della città di Mosul, nel governatorato iracheno di Ninive. L’antica città sorgeva dove oggi si trova la periferia orientale di Mosul, sulle rive del fiume Tigri. Nella notte tra il 6 e il 7 di agosto di otto anni fa, era il giorno della Trasfigurazione del Signore, il sedicente Stato Islamico – che già da tempo occupava quel territorio – cacciò 100 mila persone, in massima parte cristiani.

Un esodo biblico 

Quasi tutti andarono verso Erbil, nel Kurdistan iracheno. Famiglie lacerate come dall’esplosione di una polveriera. Mosul, Qaraqosh e altre città della pianura di Ninive ospitavano 1,5 milioni di cristiani in Iraq. Dopo la seconda invasione americana, nel 2004, e la rivolta dell’Is nel 2014, in Iraq sono rimasti solo 300 mila cristiani. Un segno, seppur timido, di rinascita di questi luoghi si è inverato durante la Pasqua scorsa: a Qaraqosh, città assira a maggioranza cristiana nel cuore della pianura, più di 25 mila cristiani hanno cantato l’inno di Osanna nella domenica delle Palme. 

Padre Buols Thatbit è sacerdote a Karemles, villaggio a una trentina di chilometri a est di Mosul. Fu lui che, con il legno della chiesa di St. Adday, fece la croce che adornò il luogo dove fu accolto a Mosul Papa Francesco. Lo raggiungiamo telefonicamente mentre è alla guida verso il nord del Paese e con lui torniamo indietro a quel 2014:

Ascolta l’intervista con padre Buols Thatbit

“Portavo acqua e coraggio alla mia gente”

“Io mi trovavo nel cuore dell’evento quando è caduta Mosul nel 2014”, racconta. “Eravamo senza acqua, senza elettricità. Un tempo molto difficile che ha avuto il suo apice il 6 agosto”. Spiega che ha vissuto quel periodo come prete impegnato ad aiutare la sua gente: “Cercavo di portare acqua, sostegno, coraggio alla popolazione”. È stato un anno spartiacque per la storia di questi abitanti. “Prima – riferisce il religioso – malgrado l’insicurezza nella regione, la situazione era abbastanza tranquilla e i cristiani erano pure aumentati”. Invece, dopo il 2014 c’è stato il tracollo. È cominciata la diaspora che continua ancora oggi. “Quando oggi esci dalla tua casa per andare a scuola, per esempio, devi passare attraverso quartieri ancora completamente distrutti, deserti. Il tessuto sociale è stato disciolto, tanti professionisti, i medici, per esempio, sono fuggiti dal Paese. Tante famiglie sono state costrette a separsi, alcuni sono tuttora bloccati in Libano, Giordania, Turchia senza nemmeno la speranza di poter emigrare verso il Canada o l’Australia, come desidererebbero”.

I problemi politici del Paese incidono sulle minoranze

L’anniversario della presa di Mosul da parte dell’Is cade nel contesto di una situazione politica nel Paese allo stallo. Il leader sciita Muqtada al-Sadr ha invitato i suoi seguaci a continuare il loro sit-in all’interno della zona governativa irachena, ha chiesto lo scioglimento del parlamento ed elezioni anticipate. Ha detto che i “rivoluzionari” devono restare e continuare nella loro protesta, respingendo la possibilità di avviare un dialogo con i suoi oppositori politici, un’alleanza di partiti per lo più sostenuti dall’Iran. 

Un caos che ricade soprattutto nell’attenzione istituzionale alle minoranze: ne è convinto padre Thatbit che cede a un po’ di sconforto. “Il governo non ha saputo sfruttare la visita del Santo Padre – lamenta – sono stati avviati alcuni lavori ma sono condizionati dalla corruzione. Non si avverte una reale voglia di risolvere i problemi. Solo parole vuote e basta”. Intanto, i numerosi check point continuano a limitare fortemente la circolazione nella Piana. “Tanta la disoccupazione. L’economia è andata giù. Mancano gli spazi per le attività sociali, spirituali. C’è come un enorme buco per la gente che è andata via e questo ci fa male”.