Incontri Teologici a Rijeka, focus su Sinodo e sinodalità nelle Chiese cristiane

Vatican News

Alessandro Di Bussolo – Rijeka (Croazia)

In attesa di dialogare con il cardinale Mario Grech, segretario del Sinodo dei vescovi, domani pomeriggio in collegamento online dal Vaticano, sulla “Chiesa sinodale”, i 35 studenti e dottorandi di teologia protagonisti della settimana degli “Incontri teologici del Mediterraneo” promossi dall’arcidiocesi di Rijeka – Fiume, hanno discusso di sinodalità durante i dibattiti e nei lavori di gruppo. Per confrontare le diverse idee di sinodalità presenti nelle comunità cattoliche, ortodosse e riformate, dalle quali provengono i giovani aspiranti teologi, che arrivano dai Balcani, ma anche dalla Germania e dall’Italia.

Branko Murić e il ruolo dei teologi nel processo sinodale

E il cammino sinodale avviato da Papa Francesco nella Chiesa Cattolica è stato anche lo sfondo e il filo conduttore della lezione di martedì del croato Branko Murić, docente di Teologia fondamentale all’Università di Zagabria. Il teologo, che con Gianluigi Pasquale ha pubblicato, nel 2021, per Carocci, il volume “Teologia fondamentale, il logos tra comprendere e credere”, ha offerto una ricca riflessione sulla “Responsabilità dei teologi in accordo con il carisma del proprio servizio nella Chiesa”.

Hovorun: la Chiesa russa e la guerra in Ucraina

Questa mattina, invece, nella sala della Domus Laurana dell’arcidiocesi di Rijeka, la drammatica attualità della guerra in Ucraina è stata rievocata dal teologo Cyril Hovorun, di origini ucraine ma docente in Svezia, all’Università di Stoccolma. Hovorun ha interpretato la discesa in campo del patriarca di Mosca e di tutte le Russie accanto al presidente russo Vladimir Putin come un tentativo di “riconquistare per la sua Chiesa il posto centrale nella piazza pubblica russa”. Ma con il risultato, per il teologo ucraino, di creare forti divisioni, che all’interno del Paese sono poco visibili, perché “ogni dissenso è sanzionato”.

Le difficoltà del Patriarcato con chi vive fuori dalla Russa

Fuori dalla Russia, invece, “alcune strutture del Patriarcato di Mosca prendono sempre più le distanze da Mosca”. E ha fatto l’esempio della “Chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca, che continua a essere la più grande comunità religiosa in Ucraina e costituisce una parte significativa della Chiesa ortodossa russa”. La sua decisione, a maggioranza, “di non chiedere, in futuro, l’approvazione di Mosca per i suoi nuovi primati che verranno eletti” del 27 maggio 2022, di fatto ha significato “l’autoproclamazione dell’autocefalia”. Al termine della lezione c’è stato un dibattito acceso con alcuni studenti della teologia ortodossa di Belgrado, che hanno difeso le ragioni di Kirill e di Putin.

Murić: una teologia nata dal Concilio

Di alcuni dei temi toccati da Branko Murić nella sua lezione, legata al tema degli Incontri Teologici del Mediterraneo “Libertà e responsabilità per la parola pronunciata”, abbiamo parlato con il teologo di Zagabria in questa intervista:

Ascolta l’intervista a Branko Muric (Univ. Zagabria)

Della sua lezione mi ha colpito innanzitutto il riferimento alla libertà e responsabilità del teologo nel dialogo e ascolto non solo della Parola di Dio, ma anche dell’esperienza di fede dei credenti. Da questa, lei ha detto, “i teologi assorbono l’ecclesialità del loro lavoro”. Può approfondire questo concetto?

E’ un concetto che è nato sistematicamente della teologia del Concilio Vaticano II. E Papa Francesco approfondisce questo concetto nei suoi documenti, e anche nel suo insegnamento. Lui fonda anche l’idea della sinodalità, per come la vedo io, su questo sensus fidei fidelium. Significa che la purezza, la verità della fede proviene da tutto il popolo di Dio, la fede della Chiesa approvata da tutto popolo di Dio. Questo vuol dire che la voce del popolo di Dio è importante per vedere l’autenticità della fede. Nel secondo punto ho ricordato che il teologo proviene dalla Chiesa, la sua fede è la fede della comunità. Allora la sua ricerca scientifica è anche importante per la comunità. In questo senso il teologo è non solo libero, ma anche responsabile per la sua ricerca. E’ libero di fare ricerca accademica, di approfondire la Parola di Dio e tutto quello che riguarda la Parola di Dio quando si occupa dell’uomo, del mondo, della cultura e della società. Per questo la sua responsabilità deriva dal fatto che la ricerca ha i suoi obblighi verso il popolo di Dio, che Papa Francesco esprime con parole chiare, parlando di servizio dell’evangelizzazione. In questo consiste non solo la libertà, la responsabilità, ma anche il dono della ricerca teologica per la Chiesa e da qui proviene anche l’attualità e l’importanza di una teologia che è libera ma che è anche responsabile per quello che fa. Nella società di oggi, postmoderna, ci sono diverse idee su cosa sia la verità, su chi sia l’uomo e tante altre cose. Per esempio, durante la pandemia, tanti hanno pensato che Dio ci avesse abbandonato. In questo c’è la responsabilità del teologo di offrire nell’ambito accademico una riflessione basata sulla Parola, sulla sua ricerca, sul suo dialogo con la scienza e sul suo discernimento, per trasmettere tutto questo con un linguaggio ecclesiale e teologico corretto.

Come questo sensum fidei fidelium può aiutare il processo sinodale in corso nella Chiesa cattolica e a discernere ciò che è davvero dello Spirito Santo e ciò che invece è solo influenza dell’opinione pubblica?

Nel processo sinodale è importante discernere quello che è veramente la voce del Popolo di Dio da quello che è opinione pubblica. Lo devono fare i vescovi, ma anche i teologi. I vescovi devono consultarsi con i teologi, devono ascoltarli, perché loro sono il link, la connessione con tutto quello che si può sentire o nell’ambiente accademico, o in quello sociale, culturale ma anche ecclesiale. I teologi ascoltano la voce di Dio, nella ricerca sulle Scritture,  ma anche ascoltano quello che la Chiesa ha detto nella storia, nella sua tradizione, ma anche quello che il popolo di Dio chiede oggi, le domande attuali. In tal senso il teologo offre una riflessione, una spiegazione, un risultato della sua ricerca e offre anche al vescovo la possibilità di conoscere meglio la voce del suo popolo, non solo tramite i media, ma anche tramite i suoi teologi.  Penso che sia abbastanza importante riconoscere il valore dei teologi e anche la connessione tra il teologo, il suo carisma e anche il carisma del magistero. Papa Francesco ha detto molto chiaramente che è veramente importante separare quella che è l’opinione pubblica, perché questa è spesso guidata da altri interessi, nati fuori dalla Chiesa, interessi che vogliono mettere la Chiesa in una posizione non opportuna. Può darsi che sia una posizione moderna, alla moda, ma non ha nessun legame con la Parola di Dio. Anche per questo penso che non sia corretto cercare informazioni e risultati del processo sinodale solo sui mass media. E’ importante avere pazienza e ascoltare le voci dei protagonisti, e discernere quello che è giusto da quello che non è giusto, quello che è vero da quello che non è vero e poi aspettare. Per vedere che si conclude tutto il processo e quando tutti hanno potuto dire la loro su un tema. Penso che questa sia veramente una grande opportunità per la Chiesa che può davvero sentire tutte le voci, e come dice Papa Francesco, sentire anche le voci dalle periferie.

Nel parlare di libertà di parola e responsabilità del teologo, lei ha sottolineato, con Papa Francesco, che “la teologia non può essere un sistema monolitico della stessa opinione”. Questa idea della teologia che sperimenta nuove vie, è ancora uno dei frutti più grandi del Concilio Vaticano II?

Sì, questo è veramente un frutto del Concilio Vaticano II, sulla scia della conversione pastorale, che è avvenuta nel Concilio, quando i vescovi nell’aula non hanno accettato gli schemi già pronti e offerti solo da una teologia, quella scolastica della scuola romana, ma hanno detto che volevano sentire anche le voci dei teologi dei propri Paesi. Questo momento credo che abbia aperto un movimento ricco, pieno di idee e di nuove realtà, e ha trasformato il Concilio in qualcosa di completamente nuovo come esperienza della Chiesa. Penso che questa esperienza del Concilio Vaticano, sarà possibile approfondire nel nostro processo sinodale globale: rivivere la conversione pastorale nel senso di un maggior ascolto tra vescovi e teologi. Ho detto, nella mia relazione, che adesso abbiamo centri della sinodalità in tutto il mondo. E questi centri potrebbero diventare anche i centri delle nuove teologie e dei nuovi modelli teologici validi nei diversi luoghi e contesti della vita della Chiesa. E penso che questo potrebbe dare una nuova ricchezza, un nuovo impulso per lo sviluppo teologico che potrebbe diventare più attuale e più significativo per il nostro tempo.

Quanto sono forti nella teologia e teologi di oggi anche nella Chiesa i pericoli denunciati dal Papa dello gnosticismo e del pelagianesimo? E’ vero che derivano dalla poca umiltà dell’uomo moderno, segnalata anche da Francesco?

Questi sono i pericoli che provengono dall’interno della Chiesa stessa. Papa Francesco nella sua esortazione Gaudete et Exultate individua queste due pericoli. Vedo lo gnosticismo come un pericolo per noi teologi, che rischiamo di chiuderci nelle nostre teorie, potremmo pensare che queste sono la completa comprensione che spiega tutto, e che quello che è fuori da questa teoria non è giusto e non significa niente. Io penso che dobbiamo stare molto attenti a questo rischio e che dobbiamo utilizzare quella che Papa Francesco chiama “la categoria del dialogo” tra le differenti teorie teologiche e non stare chiusi nelle nostre astrazioni teoretiche. C’è poi l’altro pericolo del pelagianesimo, abbastanza presente nel puro attivismo ecclesiale, quando crediamo che tutto dipenda dalle nostre forze. Questo però è in contraddizione con lo Spirito Santo che muove la Chiesa. Rischiamo di non dare il primato alla forza di Dio che agisce nella Chiesa e nel mondo, e siamo in questo senso deisti, moderni deisti. Allora anche su questo pericolo dobbiamo stare attenti nella Chiesa.

Quali punti della sua lezione hanno maggiormente stimolato il dibattito tra gli studenti in sala e nei workshop?

Prima di tutto, abbiamo discusso abbastanza sul tema della sinodalità. E penso che questo tema è veramente una sintesi di tutto quello che io volevo dire nella mia relazione. Nei workshop avevo studenti croati cattolici, ma anche come studenti dalla Serbia di teologia ortodossa, come pure teologi che provengono dalla tradizione riformata. Abbiamo parlato dell’idea della sinodalità e abbiamo visto che ci sono differenti modi di vivere la sinodalità nelle differenti comunità ecclesiali. Secondo tema discusso è stata la relazione tra magistero e teologia, e quale sia la responsabilità del magistero rispetto alla teologia e viceversa. Infine abbiamo discusso su come, in questa era digitale, potremmo trovare punti di riferimento e trovare la verità in questo mondo nuovo, dove ci sono tantissime parole, tantissime idee, tantissimi concetti che si dovrebbero discernere, per diventare significanti anche per noi nella Chiesa.