Il premier Shtayyeh: “Quando i bambini palestinesi vedranno il mare di Gaza”

Vatican News

Il primo ministro palestinese, in una lunga intervista rilasciata a L’Osservatore Romano, si sofferma sul fondamentale ruolo dell’Anp per il futuro di Gaza e dell’intera Palestina

Roberto Cetera – Ramallah

“I cristiani rappresentano una componente molto importante del popolo palestinese. Il loro alto livello educativo appreso nelle vostre eccellenti scuole, la loro spiccata attitudine all’imprenditorialità e al commercio, come pure nelle libere professioni, e la loro appassionata appartenenza al destino del nostro popolo, li costituiscono come un elemento decisivo per la costruzione e lo sviluppo di uno stato finalmente libero e indipendente”. Con questo omaggio alla comunità cristiana inizia una conversazione che il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha voluto concedere, in questi giorni difficili, a L’Osservatore Romano. Shtayyeh, 66 anni, ha un passato da economista, è stato governatore della Banca islamica e ministro dei lavori pubblici. Da sempre membro di Fatah, ha una reputazione di abile negoziatore per conto del presidente Mahmoud Abbas. Dal gennaio 2019 è primo ministro dello Stato di Palestina.

“Mi creda — afferma — quello ai cristiani non è solo un omaggio, è il riconoscimento di un ruolo importante che hanno avuto nella nostra storia. Per esempio le scuole cristiane sono state il centro di gravità per molti movimenti politici sorti in Palestina. Molti nostri leader del passato erano cristiani. I cristiani hanno sempre rappresentato un ceto intellettuale di prestigio all’interno del nostro popolo. Probabilmente lei non sa che, prima del 1948 ad esempio, a Jaffa veniva editato un importante quotidiano cattolico. Nella nostra storia mai si sono date differenze tra musulmani e cristiani, anche perché l’occupazione israeliana non ha fatto certo differenze nel perseguitare gli uni e gli altri: anche i cristiani si sono ritrovati a essere dei rifugiati dopo il 1948, anche i cristiani vengono fermati ai check point, anche i cristiani sopportano soprusi, anche i cristiani rischiano le loro vite per la protervia dei soldati israeliani. È triste ammetterlo: ci unisce un comune destino”.

La comunità cristiana tuttavia perde fedeli in Palestina…

Mi permetta di correggerla: io non parlerei di comunità cristiana di Palestina come di un’entità distinta dal resto. Al contrario, badi bene, i cristiani sono la prova più evidente delle radici storiche del nostro popolo in questa terra, per il semplice motivo che la abitano da 20 secoli. I musulmani sono arrivati dopo. Quanto alla sua osservazione, si è vero, i cristiani diminuiscono. E di questo mi sento di attribuire una responsabilità, prima che ai cristiani, ai governanti degli Stati Uniti e dell’Europa che, per un mal compreso senso di solidarietà hanno reso più agevole la concessione dei visti e dei permessi di soggiorno ai giovani palestinesi. I governi occidentali dovrebbero piuttosto investire per creare una situazione più vivibile qui per i giovani palestinesi. Economicamente e politicamente. Noi investiamo molto in educazione, tolleranza, inclusività, e pluralismo nella nostra società. Pensi, a proposito di società pluralistica, che noi abbiamo ben 17 partiti — legali — che partecipano alla vita politica del Paese. In questo pluralismo spicca la presenza cristiana, perché diciamo che, rispetto alla cultura politica panaraba, è più autenticamente interprete di valori liberali, e questo io lo considero un valore aggiunto per la nostra nazione.

La guerra, questa orribile guerra, prima o poi finirà. Come vede il futuro di Gaza, e quale il vostro ruolo in tale futuro? Finora Netanyahu ha categoricamente escluso un vostro coinvolgimento, ma ora cominciano, anche dentro il gabinetto di guerra israeliano, a emergere posizioni diverse. Il ministro della Difesa, Gallant, per esempio, ha menzionato un vostro possibile ruolo nell’amministrazione civile della Striscia…

Ci sono molte questioni preliminari da chiarire. Prima di tutto, capire per quanto tempo Israele intenda restare a Gaza. Io temo che nella previsione vada cancellato dal calendario l’intero 2024. La seconda questione è capire se Israele intenda annettere il nord di Gaza e il confine est, restringendone ancor più il territorio. Terzo: quanto tempo il nostro popolo potrà resistere ancora, venendo forzato dagli israeliani in spazi sempre più ristretti a sud. Il popolo sembra per ora resistere e noi lo supportiamo in ogni modo. In particolare attraverso il lavoro comune che stiamo svolgendo con gli egiziani a Rafah, e con gli aiuti umanitari. E lo stesso vale per la cooperazione costruita con la Giordania.

La mia principale preoccupazione come premier del governo di Palestina non è tanto il day after di Gaza ma il today di Gaza. Voglio dire, credo sia ora prioritario che Israele fermi subito l’aggressione violenta contro il nostro popolo. In secondo luogo che sia possibile far entrare gli aiuti umanitari internazionali non solo dal valico di Rafah, ma anche da altri punti d’ingresso, perché possano agevolmente raggiungere anche il nord della Striscia. Poi è assolutamente necessario riallacciare immediatamente l’elettricità e l’acqua. Uno dei punti più bassi raggiunti da Israele in questo conflitto è stato quando il loro ministro dell’energia si è esibito in televisione mentre spingeva l’interruttore che tagliava l’elettricità all’intera Gaza. Non un’azione militare, ma una punizione nei confronti degli abitanti civili. Il riavvio al funzionamento di queste public utilities è preliminare a ogni negoziazione.

Un altro punto per noi irrinunciabile è che oggi a Gaza ci sono circa 60.000 feriti; è possibile che 10.000 di essi possano non farcela a sopravvivere a causa della mancanza di cure e medicine. La priorità è per noi oggi salvare più vite umane possibili. Vi sono 8.000 malati di malattie infettive che si stanno diffondendo ovunque. Un odore nauseabondo di morte pervade tutta la Striscia. Il numero di civili uccisi, oltre 22.000 secondo gli ultimi conteggi, non ha pari, in termini percentuali alla popolazione, con nessuna altra guerra combattuta in questo e nello scorso secolo. Queste sono le cose che ritengo vadano affrontate oggi, prima di poter parlare del “giorno dopo”.

E invece per quanto riguarda il day after?

Intanto mi lasci dire che non deve esserci un day after per Gaza. E neanche un day after per la West Bank. Ma un day after per l’intera Palestina. Dopo il 7 ottobre, la causa palestinese è passata dal “frigorifero” al “forno”. Prima del 7 ottobre, tutti, in Occidente, si erano scordati della Palestina e dei suoi 5 milioni di abitanti. Oggi siamo su giornali e tv ad ogni ora. E questo costituisce un’opportunità straordinaria affinché la comunità internazionale intervenga nella soluzione del problema palestinese. Perché finora la negoziazione diretta con Israele si è rivelata un fallimento totale. Dalla costituzione dell’Autorità palestinese, nel 1994, tutti i nostri sforzi sono stati indirizzati al costruire le istituzioni di un futuro Stato palestinese, libero ed indipendente. Ma la mentalità dei governanti israeliani si è rivelata una maledizione per le nostre aspirazioni. Ogni volta che carichiamo con fatica il masso sulla sommità della collina viene poi fatto precipitare di nuovo giù, e dobbiamo ricominciare tutto daccapo. Ma questa è la Terra Santa, e nella Terra Santa non possono esserci maledizioni. Piuttosto miracoli, come voi cristiani ben conoscete. Io credo in un miracolo politico. Il miracolo che chiamo della “costruzione al contrario”. Mi spiego: abbiamo finora costruito la casa dalle fondamenta al tetto. Ed ogni volta ce l’hanno distrutta. Ora cominciamo allora a costruirla dal tetto. Cioè proclamando formalmente la costituzione di uno Stato di Palestina, riconosciuto dalla comunità internazionale. Sui confini del 1967 e con Gerusalemme come capitale. Questo è il tetto che costruiremo. Le basi istituzionali ed economiche di questo Stato sono già in essere da tempo. La municipalità di Nablus, per fare un esempio, è di 100 anni precedente alla costituzione dello Stato di Israele. Istituzioni statali, parastatali, imprenditoria privata, organizzazioni non governative, sono tutte pronte alla bisogna. Lo sa, per fare un altro esempio, che presso il nostro ministero degli interni sono registrate 3.339 organizzazioni non governative? Noi abbiamo una cultura di governo non improvvisata.

Il premier palestinese e Roberto Cetera

D’accordo. Ma da oggi fino alla realizzazione di questo progetto del day after chi governerà Gaza?

L’Autorità palestinese. Chi altro? Gaza è Palestina. Non ci costringeranno a ritenere Gaza una cosa diversa dal resto della Palestina. E sicuramente noi non rientreremo a Gaza attraverso i carri armati israeliani. In realtà noi non abbiamo mai lasciato Gaza. Le spiego. L’Anp ha al momento 19.000 poliziotti a Gaza, che sono a casa senza lavorare perché gli abbiamo ordinato di non cooperare con Hamas. Abbiamo a Gaza 18.000 dipendenti pubblici dei nostri vari ministeri. I diplomi scolastici, come le certificazioni sanitarie, come i passaporti, degli abitanti di Gaza, sono emessi qui a Ramallah. Le bollette generali della corrente elettrica e dell’acqua che servono Gaza sono pagate dall’Anp. Noi ogni mese spendiamo 140 milioni di dollari per i cittadini di Gaza. Cioè un miliardo e 700 milioni di dollari l’anno. Noi, non Hamas.

Gaza è parte integrante della Palestina e noi siamo impegnati a servirla come ogni altra parte della Palestina. La macchina statale di Gaza che abbiamo predisposto e che è rimasta sospesa 17 anni fa, è pronta a rientrare in funzione già domani. Noi abbiamo creato un team, supervisionato dai miei uffici, specificatamente dedicato alla ricostruzione di Gaza. Fin dal 7 ottobre noi abbiamo stanziato 950 milioni di dollari a questo scopo. Infrastrutture, strade, scuole, ospedali. Noi siamo pronti al day after.

Tutto ciò, primo ministro, richiede però da parte vostra un consenso politico a Gaza…

Noi siamo una forza democratica, quindi non ci sottraiamo alla ricerca del consenso, attraverso il confronto con tutte le realtà del mondo palestinese. Noi non andremo a Gaza per essere coinvolti in altri scontri. Ma in questo confronto ci devono essere due punti fermi condivisi: la definizione di un’agenda politica e l’accordo su quali strumenti possono essere adoperati per realizzarla.

Anche con Hamas?

Certo. Noi parliamo con tutti. Ma ripeto, ci deve essere una condivisione senza equivoci e inganni sull’agenda politica e sugli strumenti per realizzarla, cioè sugli strumenti di lotta per l’indipendenza. Non intendiamo essere trascinati da altri in una guerra che non vogliamo. E neanche in una pace di una parte sola. Hamas propone la lotta armata, altri propongono la resistenza passiva, noi proponiamo di definire un programma di lavoro di governo. Così come quando fai il download di una app sul tuo telefono sottoscrivi il tuo consenso alle condizioni d’uso, così, io dico, se vuoi aderire all’Olp devi dare il tuo consenso al suo programma e ai suoi strumenti.

Avete già detto questo ad Hamas?

Sì. Prima del 7 ottobre tutte le componenti palestinesi si sono incontrate in Egitto, ad El Alamein, e noi abbiamo fatto esattamente questo discorso. Abbiamo detto che dobbiamo trovare un accordo che ci consenta di risultare credibili davanti alla comunità internazionale, un accordo che sia rispettoso delle regole del diritto internazionale, che definisca un programma di lavoro comune e soprattutto avendo chiarezza sugli strumenti di lotta per realizzarlo.

Ma se questo non si dovesse realizzare, non teme che potrebbe ripetersi un altro 7 ottobre nella West Bank?

Sì. Certo. Ma occorre guardare non all’albero, ma alla foresta. La foresta è la strategia politica di Netanyahu, il quale altro non vuole che distruggere la soluzione dei due Stati, che è in bilico da 30 anni ormai. La politica di Israele è sempre stata quella di isolare Gaza dal restante contesto palestinese. Nel 1987, ricordo che Rabin diceva di sognare di vedere Gaza affondare nel Mediterraneo. Sharon non ha mai voluto Gaza. Ad Arafat proposero, per risolvere la questione palestinese, di affrontare prima quella di Gaza, ma lui intelligentemente rispose “No, prima Gaza e Jerico”, per dire che la questione di Gaza non poteva essere isolata dal resto. Netanyahu ha riprovato a isolare politicamente, economicamente, istituzionalmente e geograficamente Gaza dalla Palestina, in un modo più furbo: usando Hamas. Come? Pagando Hamas. In contanti. Da alcune capitali arabe i soldi sono arrivati ad Hamas, con il beneplacito di Israele.

Quindi, secondo lei, Netanyahu ha perseguito il rafforzamento di Hamas per demolire ciò che gli appare come il vero pericolo: la capacità negoziale dell’Anp verso la soluzione dei due Stati?

Esattamente. È proprio così. Netanyahu ha lavorato in modo sporco e spregiudicato alla divisione del fronte palestinese per impedire la soluzione dei due stati. Ed Hamas è caduta nel tranello. Nella West Bank la politica di Netanyahu è invece consistita nella progressiva appropriazione di quel 62 per cento di territorio considerato ad Oslo come zona C, occupato illegalmente e con violenza dagli insediamenti dei coloni. E a Gerusalemme ha perseguito la strada della de-palestinizzazione della città vecchia e di parti di Gerusalemme est.

E poi ancora: la guerra economica dichiarata contro di noi che consiste nel non versare i soldi raccolti dalle tasse che dovrebbero ritornarci. Con la giustificazione che vanno dedotti i soldi attribuiti a Gaza. Così ad ottobre invece di un miliardo di shekel, ce ne sono stati versati solo 400 milioni; a novembre invece di 700 milioni di shekel ne sono stati versati solo 183 milioni. Vogliono affamare il popolo di Gaza.

Perché l’Anp non raccoglie direttamente le tasse e non costituisce una propria valuta?

Perché uno Stato che non è riconosciuto come tale non godrebbe della fiducia necessaria a sostenere una propria valuta. Le valute in tutto il mondo si sostengono sulla fiducia dei mercati. Uno Stato-non Stato, come il nostro, può mai vantare questa fiducia?

Un’ultima domanda: il presidente americano Joe Biden ha dichiarato che un futuro di pace richiede necessariamente una Anp “rivitalizzata”. Cosa significa per lei “rivitalizzare” l’Anp?

La ringrazio per la domanda a cui mi preme rispondere. Secondo il dizionario, rivitalizzare significa riportare alla vita qualcosa che è in grave sofferenza, che manca di ossigeno vitale. Allora la mia domanda è: chi è che ha messo in sofferenza le istituzioni palestinesi? Chi ha tolto l’ossigeno? Rivitalizzare per me significa permettere all’Anp di poter lavorare e funzionare, secondo i suoi fini. Possiamo forse svolgere le nostre funzioni istituzionali di rispetto delle leggi e dell’ordine, se i nostri poliziotti sono ogni giorno delegittimati dalla presenza arrogante e violenta dei soldati israeliani, che entrano nei nostri campi dei rifugiati spargendo paura e sangue? Possiamo svolgere le nostre funzioni quando 755.000 coloni ebrei vivono illegalmente nelle nostre terre? Possiamo garantire la sicurezza ai nostri cittadini quando il ministro israeliano Ben-Gvir ha distribuito 27.000 fucili mitragliatori a questi coloni? Noi produciamo ogni anno 45.000 tonnellate di olio d’oliva, ma quest’anno ne abbiamo potute produrre solo 5.000 tonnellate perché ai lavoratori è stato impedito di raggiungere i campi e raccogliere le olive. Siamo noi che dobbiamo rivitalizzarci? Un sistema istituzionale può funzionare senza soldi e con un’economia compromessa? Parlare di rivitalizzazione dell’Anp allora mi sembra lo scherzo dell’anno! La rivitalizzazione noi la realizziamo ogni giorno lottando per migliorare le condizioni di vita dei nostri cittadini e dei nostri figli.

Vorrei per concludere raccontarle un episodio che mi è occorso la scorsa estate, prima del 7 ottobre, quando ho ricevuto qui a Ramallah una delegazione di bambini di Gaza. Ho chiesto loro: “Cosa vi ha più impressionato uscendo per la prima volta da Gaza e venendo qui nella West Bank?”. E loro mi hanno risposto: “Le colline! Non le avevamo mai viste!”. Ecco: io lavoro e lotto ogni giorno perché tutti i bambini di Gaza possano vedere le colline e tutti i bambini della West Bank possano vedere per la prima volta il mare.