Il Papa: l’Eucaristia ci ricorda chi è Dio, amore crocifisso e donato

Vatican News

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Il Danubio, il fiume più grande d’Europa, divide Budapest in due ma i ponti di questa città le ridonano l’unità che è il segno della sua innata vocazione: essere un collegamento tra Oriente e Occidente. Una vocazione che si è respirata in questa settimana dall’avvio del 52.mo Congresso eucaristico internazionale e che oggi passa il testimone a Quito in Ecuador.

Francesco giunge a bordo della papamobile in Piazza degli Eroi, luogo simbolo della capitale ungherese, della sua storia, della sua fede, dove spiccano le statue, tra le quali quella di Santo Stefano, il re che si impegnò a diffondere il cristianesimo in Ungheria e al quale oggi si guarda per rinnovare l’annuncio cristiano. Qui il Papa, tra gli applausi, i saluti dei fedeli, una breve sosta per baciare un bimbo, arriva dopo circa 30 minuti di giro per concludere un evento che ha le sue radici nel 1881 a Lille, in Francia. 

Chi sono per te?

Domina il bianco delle vesti dei concelebranti, dei copricapi del coro di mille elementi guidato dal maestro Marco Frisina, rettore della Basilica di Santa Maria in Trastevere e fondatore del coro della diocesi di Roma. Il dono di partecipare alla celebrazione è l’indulgenza plenaria con la remissione dei peccati impartita al termine della Statio Orbis.

Il Papa parla dall’altare alla cristianità intera per rinnovare il discepolato attraverso tre momenti che vanno dall’annuncio di Gesù al discernimento fino al camminare dietro a Lui. E l’omelia inizia con una domanda diretta, la stessa che Gesù fa ai discepoli e che Francesco invita a porsi.

Anche oggi il Signore, fissando lo sguardo su ognuno di noi, ci interpella personalmente: “Ma io chi sono davvero per te?”. Chi sono per te? È una domanda che, rivolta a ciascuno di noi, non chiede solo una risposta esatta, da catechismo, ma una risposta personale, una risposta di vita.

Il Servo crocifisso

Si risponde dunque con la vita, non con le formule anche se giuste e corrette. Replica infatti bene Pietro, quando afferma che il Signore è il Cristo, ma nel discepolo manca “il passaggio decisivo, quello dall’ammirazione per Gesù all’imitazione di Gesù”. E’ un Messia che rivela la sua identità, quella pasquale, nell’Eucaristia. Gesù spiega “che la sua missione sarebbe culminata, sì, nella gloria della risurrezione, ma passando attraverso l’umiliazione della croce”. Un annuncio “sconvolgente” che cambia la storia.

Anche noi vorremmo un messia potente anziché un servo crocifisso. L’Eucaristia sta davanti a noi per ricordarci chi è Dio. Non lo fa a parole, ma concretamente, mostrandoci Dio come Pane spezzato, come Amore crocifisso e donato. Possiamo aggiungere tanta cerimonia, ma il Signore rimane lì, nella semplicità di un Pane che si lascia spezzare, distribuire e mangiare. E’ lì per salvarci, si fa servo; per darci vita, muore.

La croce fuorimoda

Pietro si scandalizza, rifiuta il dolore della croce che è la via di Dio “sempre protesa al bene altrui, fino al sacrificio di sé”. Una via che si contrappone alla logica del mondo, della mondanità “attaccata all’onore e ai privilegi, rivolta al prestigio e al successo”.

La croce non è mai di moda cari fratelli e sorelle, la croce non è mai di moda: oggi come in passato. Ma guarisce dentro. È davanti al Crocifisso che sperimentiamo una benefica lotta interiore, l’aspro conflitto tra il “pensare secondo Dio” e il “pensare secondo gli uomini”.

In quella lotta Gesù non ci lascia soli, desidera che “come gli apostoli scegliamo la sua parte”. E’ accanto a Pietro quando viene rimproverato, quando viene messo “in disparte” come capita a molti che lasciano Gesù “in un angolo del cuore”, credendo così di essere “religiosi e per bene” – afferma il Papa – e continuando ad andare avanti “per la nostra strada senza lasciarci conquistare dalla logica di Gesù”.

La differenza cruciale è tra il vero Dio e il dio del nostro io. Quanto è distante Colui che regna in silenzio sulla croce dal falso dio che vorremmo regnasse con la forza e riducesse al silenzio i nostri nemici! Quanto è diverso Cristo, che si propone solo con amore, dai messia potenti e vincenti adulati dal mondo!

Contemplando la fragilità di Dio

“Gesù ci scuote, non si accontenta delle dichiarazioni di fede, ci chiede – sottolinea Francesco – di purificare la nostra religiosità davanti alla sua croce, davanti all’Eucaristia”. Ci chiede di adorarlo.

Ci fa bene stare in adorazione davanti all’Eucaristia per contemplare la fragilità di Dio. Dedichiamo tempo all’adorazione, un modo di pregare che si dimentica troppo. Dedichiamo tempo all’adorazione. Lasciamo che Gesù Pane vivo risani le nostre chiusure e ci apra alla condivisione, ci guarisca dalle rigidità e dal ripiegamento su noi stessi; ci liberi dalla schiavitù paralizzante del difendere la nostra immagine, ci ispiri a seguirlo dove Lui vuole condurci.

Il cammino cristiano non è una rincorsa al successo

Gesù messo da una parte, con una parola riconduce Pietro a sé. Il discepolo fa un passo indietro, riconoscendo il centro che “non è il suo Gesù ma il vero Gesù”.

Il cammino cristiano non è una rincorsa al successo, ma comincia con un passo indietro – ricordate questo, il cammino cristiano comincia con un passo indietro, con un decentramento liberatorio, con il togliersi dal centro della vita.

Stare indietro ma camminare con Gesù, andando avanti “con la sua stessa fiducia, quella di essere figli amati di Dio”, incontro al fratello. “Lì ci spinge l’Eucaristia: a sentirci un solo Corpo, a spezzarci per gli altri”.

Cari fratelli e sorelle, lasciamo che l’incontro con Gesù nell’Eucaristia ci trasformi, come ha trasformato i Santi grandi e coraggiosi che onorate, penso a Santo Stefano e Santa Elisabetta. Come loro, non accontentiamoci di poco; non rassegniamoci a una fede che vive di riti e di ripetizioni, apriamoci alla novità scandalosa del Dio crocifisso e risorto, Pane spezzato per dare vita al mondo. Saremo nella gioia; e porteremo gioia.

L’invito conclusivo di Francesco è che il Congresso Eucaristico Internazionale di Budapest sia “un punto di partenza” per accogliere “la svolta della grazia”.

Erdő: la Chiesa universale a Budapest

All’inizio della celebrazione, il cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest, ha ricordato come la Statio Orbis sia “un fortissimo simbolo che segna la nostra unità attorno a Cristo”. Il porporato si è soffermato sulla presenza di Sua Beatitudine Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, dei rappresentanti di altre religioni considerandolo “un segno vivo dei tempi, cioè la vocazione della Chiesa in seno all’umanità come messaggero di Cristo tra le nazioni”. Infine ha ricordato il percorso della Croce missionaria, presente sull’altare, e la beatificazione a Varsavia del cardinale Stefan Wyszynski, un grande pastore. Il Primate della Chiesa ungherese ha infine donato una copia della Croce al Papa.

Marini: uno zampillo di acqua viva per la Chiesa

Parole di ringraziamento al Papa sono venute, a conclusione della celebrazione, da monsignor Piero Marini, presidente del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali. “Oggi si realizza, umilmente, quel sogno della Chiesa dalle porte aperte che Lei, Santo Padre, ci ha offerto nella sua prima esortazione apostolica Evangelii Gaudium”. Una Chiesa che ha “mangiato lo stesso Pane di vita e bevuto allo stesso calice” e che ora si fa “seme nei solchi della terra, tracciando percorsi nuovi che formano la trama segreta del Regno di Dio”. L’augurio di monsignor Marini è che “dalla Statio orbis celebrata in questa nobile città incastonata nel cuore dell’Europa, sgorghi uno zampillo di acqua viva capace di risanare le comunità cristiane e il mondo intero”.

(Ultimo aggiornamento 12 settembre, h 13.15)