Il “maestro” di Michelangelo

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Paolo Ondarza – Città del Vaticano

Mistero e bellezza, inalterati dallo scorrere del tempo e della storia, sprigionano dal Torso Belvedere, opera identitaria dei Musei Vaticani custodita all’interno del Museo Pio-Clementino.

Il “maestro” di Michelangelo. Guarda il video

Il frammento ellenistico porta la firma di uno scultore neoattico, l’ateniese “Apollonio, figlio di Nestore”, del primo secolo avanti Cristo. Probabilmente si tratta di una copia in marmo, ispirata ad un originale bronzeo, scolpito tra il 188 e il 167 a.C. Enigmatica nella sua incompletezza l’identificazione del soggetto. Dioniso, Eracle, Filottete, Polifemo? Le letture sono state molteplici e discordi. Solo di recente, grazie ad un lungo studio archeologico e alla ricostruzione della posa tramite l’osservazione del movimento dal vivo, è risultata altamente credibile l’ipotesi di identificarvi l’eroe greco Aiace Telamonio che medita il suicidio. 

Tensione statica

L’anatomia è quella di un corpo in tensione. Una “tensione statica”, attribuita nell’arte classica a personaggi che meditano la morte. Così la definisce Giandomenico Spinola, curatore del Reparto di Antichità Greche e Romane e responsabile del Dipartimento dell’Archeologia dei Musei Vaticani. “La statica associata alla tensione muscolare ai massimi livelli – spiega – prevede una tensione psicologica, suggerisce una riflessione, un pensiero profondo e drammatico. Ciò su cui sta riflettendo lo rende teso. La tensione statica è infatti sempre stata attribuita a personaggi che hanno a che vedere con la morte o con la meditazione sulla morte”. L’attimo rappresentato è quello in cui Aiace pensa di togliersi la vita dopo essere stato sconfitto da Ulisse nella lotta per le armi di Achille. É furioso, ha perso il lume della ragione ed ha ucciso un gregge di pecore, scambiandole per nemici. Quindi si è seduto su una pelle di animale, forse una pantera, a meditare il suicidio. La testa è mestamente appoggiata alla mano destra, che probabilmente stringeva la spada con cui l’eroe si uccise; nella sinistra invece stringe il fodero. I fori sul marmo lasciano immaginare le sezioni mancanti: gli arti, lo scudo, la spada e probabilmente altre figure umane e animali che costituivano il complesso scultoreo.

Un capolavoro nel flusso dei Musei

Nel flusso dei circa ventimila turisti che ogni giorno attraversano le sale delle collezioni artistiche vaticane, abbagliati dalle molteplici sollecitazioni estetiche a cui è sottoposto lo sguardo, la grandezza di questo capolavoro rischia di non essere colta nel suo pieno valore. Oggi collocato nella Sala delle Muse, lungo il percorso che conduce alla Sistina, il Torso si presenta di spalle, imponendosi immediatamente in quanto a forza e bellezza fisica. “Molti turisti – commenta Giandomenico Spinola – vengono qui e non si rendono conto dell’importanza del Torso. È apprezzato da pochi. I visitatori corrono per andare in Sistina, il flusso li porta via”.

Il Cortile delle Statue

Eppure quest’opera, inserita dall’incisore William Hogarth tra i canoni della bellezza, ha fatto scuola per intere generazioni di artisti: da Michelangelo a Rubens, da Turner a Rodin che ne ha tratto ispirazione per il celebre “Pensatore”. Ignoti il luogo e l’epoca del ritrovamento: dalle cronache dell’archeologo ed epigrafista Ciriaco d’Ancona, risulta custodito dal 1433 a Palazzo Colonna sul Quirinale. Il Torso sprigiona fascino fin dal momento in cui va ad arricchire la raccolta del cardinale Giuliano della Rovere, che, eletto al soglio pontificio con il nome di Giulio II, decide di trasferirlo intorno al 1530 nel Cortile delle Statue in Vaticano. Qui dai primi del XVI secolo hanno trovato posto alcune tra le opere più belle di tutta l’antichità. Tra queste l’Apollo Pitico, noto come Belvedere, e il gruppo del Laocoonte, emerso prodigiosamente dalla terra pressoché integro nel 1506.  

La nascita dei Musei Vaticani

Giulio II sancisce di fatto l’atto di nascita dei futuri Musei Vaticani. Il Cortile del Belvedere diviene una palestra di iniziazione per i giovani artisti che affluiscono da ogni dove: è la “scuola del mondo”. Cita questa espressione –  usata da Benvenuto Cellini a proposito dei dipinti delle “battaglie” ideate da Leonardo e Michelangelo per Palazzo Vecchio a Firenze –  Guido Cornini, responsabile scientifico del Dipartimento delle Arti dei Musei Vaticani.

La scuola del mondo

“É il periodo – racconta –  in cui viene trovato il Laocoonte: nel 1506 emerge dalla terra come un miracolo, pressoché intero, sopravvissuto al Medioevo.  L’entusiasmo è enorme. É un clima culturale di grande fervore archeologico e antiquario.  Iniziano ad accorrere artisti da tutto il mondo, soprattutto fiamminghi come Hendrick Golttzius, per copiare, prendere appunti, fare disegni, realizzare le prime stampe, familiarizzare con i grandi marmi del Belvedere”.  É il Rinascimento, momento in cui il legame con il passato della grande civiltà greco romana, bruscamente interrotto dalle invasioni barbariche, viene riscattato e riletto in chiave cristiana. 

Michelangelo e il Torso

Rapito dal fascino del Torso, originale greco sopravvissuto al “naufragio della storia”, è Michelangelo, artista di punta della scuderia di Giulio II. Subito avverte una piena sintonia tra il suo “fare scultoreo” e quello di Apollonio. Si racconta che abbia respinto la proposta del Papa di integrare le parti mutilate di quell’opera così perfetta, potente, vigorosa nella sua accidentale incompiutezza. Le cronache riferiscono di ore ed ore trascorse dal maestro toscano in estatica ammirazione del capolavoro ellenistico. Tocca il marmo, stabilisce con esso una relazione fisica e spirituale. È quasi ipnotizzato dalla tensione statica di Aiace che medita il suicidio.

Il discepolo del Torso

A ragione Michelangelo è stato definito il “discepolo del Torso”. Lo testimoniano nel loro spiccato plasticismo gli Ignudi nella volta della Cappella Sistina: “Atletici, muscolosi, queste figure, quasi angeli apteri – prosegue Guido Cornini –  fanno sfoggio di uno sforzo, ma il loro gesto non sembra finalizzato”. Non a caso il celebre studioso Charles de Tolnay parla di “energia dissipata” evidente nel turgore delle membra e nel gonfiarsi dei muscoli. C’è chi ha ravvisato nell’agitazione degli Ignudi, l’inquietudine dei pagani che non hanno conosciuto la Rivelazione. Sono ciechi, voltano le spalle alle scene bibliche affrescate nella volta. “In questi sforzi trapela la memoria certa del Torso, che Michelangelo ha visto, ha studiato, e interrogato a lungo”. Una citazione quasi puntuale sembrano i due nudi con ghirlanda che affiancano la scena del “Sacrificio di Noè”.  “Il senso di agitazione così forte nella volta, – aggiunge Cornini – trapassa anche nelle figure del Giudizio Universale o nel Mosè di san Pietro in Vincoli a Roma”. Suggestivo anche l’accostamento tra l’incompiutezza del Torso e il “non finito” dei Prigioni e di altre sculture michelangiolesche, tutte caratterizzate da “un senso di inquietudine, di sforzo non ben chiaro: è come se stessero lottando, divincolandosi per liberarsi dalla materia che li imprigiona”.