Il Gen Rosso in un campo rifugiati in Bosnia: noi non vi dimentichiamo

Vatican News

Adriana Masotti – Città del Vaticano. 

Ai primi di ottobre, esattamente dal 5 all’8 ottobre, sette componenti del Gen Rosso hanno visitato un campo per rifugiati allestito a Bihać, in Bosnia Erzegovina, a pochi chilometri dal confine con la Croazia. Voleva essere un primo approccio “in diretta”, per conoscere meglio la realtà di questi migranti e valutare la logistica in vista di un progetto più ampio che il Gruppo artistico-musicale internazionale spera si possa realizzare al più presto. Una parte già quest’anno e poi nel prossimo.

Il campo profughi lungo la “rotta balcanica”

Il centro di Borići, come gli altri centri del campo è gestito dal Jesuit Refugee Service (Jrs), che fornisce alloggi e servizi essenziali ai richiedenti asilo e ai migranti della cosiddetta “rotta balcanica” che tentano di superare il confine croato. La visita è nata dal desiderio del Gen Rosso di essere vicini agli ultimi e ai dimenticati. “Siamo partiti – raccontano i componenti della band – con il proposito di portare un po’ di amicizia e di amore ai rifugiati e ai volontari che lavorano nel campo”. Lo hanno fatto semplicemente portando se stessi e la loro musica a persone che rischiano di perdere la speranza, quella che li ha sostenuti nel lungo viaggio verso un futuro migliore.

Tanti hanno ritrovato il sorriso

Prima di partire, rivolgendosi ai loro fans e followers, avevano scritto: “Non sappiamo bene cosa ci aspetta e cosa sarà possibile costruire, ma portiamo la nostra chitarra, un cajón e tanta voglia di donarci”. Missione compiuta, verrebbe da dire, sentendo il commento del padre gesuita Stanko Perica, direttore del Jesuit Refugee Service per il sud-est dell’Europa, al termine dei tre giorni di visita: “Ho visto che è andata molto bene. Ho visto le foto su Instagram e i sorrisi della gente”. E pensando all’invito rivolto dai migranti al Gen Rosso di tornare e di tornare presto, già a novembre. Come è stata l’esperienza vissuta con loro lo racconta, a Vatican News Michele Sole, voce solista del Gen Rosso:

Ascolta l’intervista integrale a Michele Sole

Michele, qual è stato il tuo, il vostro, primo impatto con la realtà dei migranti a Bihać?

Il primo impatto non è stato semplice, in posti così bisogna sempre arrivare un po’ in punta di piedi, anche perché sappiamo che c’è tanta sofferenza e la potevamo vedere e intuire dal clima fin dal primo momento. Ci aspettavamo di andare dove vivono i ragazzi che sono proprio in mezzo al bosco e invece siamo stati ospitati nel centro a Borići dove, più che altro, ci sono famiglie con bambini. Era praticamente un vecchio dormitorio e noi ci siamo sistemati nel refettorio e abbiamo cercato di fare i nostri laboratori classici: canto,  percussione e danza, suddividendo le persone nei diversi gruppi, ma abbiamo subito capito che bisognava inventarsi qualcosa di nuovo e, infatti, loro non hanno voluto dividersi ma restare tutti insieme come in famiglia e così abbiamo fatto restando tutti insieme nel refettorio. 

Ecco, voi siete andati a fare musica con loro, ma a fare anche altro…

Sì, sulla scia di Papa Francesco, che invita a non dimenticare le periferie, e anche sulla scia di quello che Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, ci ha sempre insegnato e cioè di non dimenticare gli esclusi e gli emarginati – che è quello che il Gen Rosso fa da sempre, non solo da oggi -, siamo partiti verso Bihać per andare da questi fratelli e sorelle, per dare loro conforto e speranza dicendo con tutto noi stessi: “Guardate, c’è gente che lotta per voi, che prega per voi, che non vi dimentica”. E allora la musica è sempre, alla fine, una scusa per poter entrare in contatto con questi fratelli e con queste sorelle. Infatti è stato un po’ così, davanti ai primi momenti di imbarazzo siamo partiti con un tamburello, un tamburello brasiliano, e i bambini si sono avvicinati. Dopo i bambini, i genitori e da lì sono cominciati i primi dialoghi. Come ti chiami? Da dove vieni? E il ghiaccio poco a poco si è sciolto ed è stato per noi vedere la fiducia che cresceva, perchè poi le mamme stesse ci mettevano in braccio i loro bambini, e per noi quello era come un gesto che diceva che si fidavano di noi, che sentivano che da parte nostra c’era questa accoglienza e questo amore senza alcun interesse e che noi eravamo lì per loro.

Da dove provengono le persone che avete incontrato e qual è il desiderio che coltivano?

Noi siamo stati soprattutto con persone e famiglie che venivano dal Marocco, dall’Afghanistan e dall’Iran e ovviamente loro desiderano varcare i confini europei per raggiungere l’Unione Europea per avere un futuro diverso, migliore e, come sappiamo, al confine croato vengono continuamente bloccati e rimandati indietro. In particolare, mi ha commosso una donna dell’Iran, Mariam, che alla fine sono andato ad abbracciare, e lei mi ha ringraziato e le brillavano gli occhi e mi ha detto: “Questi giorni con voi sono stati speciali perché noi siamo stanchi, molto stanchi di vivere in queste condizioni, ma oggi con voi abbiamo ritrovato e sperimentato la gioia”. Io non posso farti vedere il volto di questa donna, ma ti assicuro che diceva tutto e valeva più di tanti discorsi.

E’ grazie agli operatori del Jesuit Refugee Service che siete potuti entrare nel campo?

Certo, grazie al Jesuit Refugee Service che si occupa di rifugiati in tutto il mondo e gestisce il campo di Bihać in Bosnia Erzegovina. Perché siamo andati lì? Appunto, come dicevo prima, perché il Gen Rosso è sempre stato dove sta la gente, ma soprattutto per prestare la nostra voce per dire: “Europa, carissima Europa, facciamo qualcosa per i nostri fratelli e le nostre sorelle, non chiudiamo, non costruiamo muri, ma apriamoci, siamo accoglienti e aperti, perché questo è nell’indole e nel Dna dell’Europa”.

Guarda il video sintesi dei giorni vissuti nel campo di Borići

Com’è andata poi, alla fine, anche con la vostra musica?

Ecco, questo per noi è sempre bello constatarlo cioè come con la musica non c’è bisogno di fare tanti discorsi, perché la musica parla da sé e arriva direttamente al cuore. Quindi mettendoci a suonare con loro, a cantare, soprattutto a ballare con loro, abbiamo sperimentato subito un clima di famiglia. A me sembrava di vivere quelle feste di compleanno in famiglia dove, ad un certo punto, ognuno mette in comune il proprio talento, chi canta, chi danza, chi dice una poesia, ecco il clima era un po’ quello, un clima di gioia dove ognuno dà il proprio contributo. Quello che in particolare mi ha commosso è stato vedere tutti quei bambini e pensare: ma questi bambini che futuro avranno? Tra loro ce n’era uno dell’Afghanistan che il primo giorno aveva un volto proprio cupo, arrabbiato e io mi sono detto che dovevo fare qualcosa per farlo sorridere. Cercavo di inventarmi qualcosa, poi ho guardato il mio zaino dove erano attaccati tanti portachiavi diversi e ne ho preso uno tutto colorato. Mi sono avvicinato a lui con il portachiave e gliel’ho dato. Era ancora tutto titubante, ma poi mi ha fatto un sorrisino ed è scappato via. Il giorno dopo lo vedo venirmi incontro con un sorriso grandissimo per abbracciarmi. E questo solo per fare un esempio. Ora la nostra speranza è quella di ritornare presto e di poter fare qualcosa di più grande, non solo con le famiglie, ma anche con i ragazzi che vivono nel campo. Speriamo di ritornare e di poter sognare anche un concerto con la loro partecipazione.

Le persone che avete incontrato non sono cristiane, e nelle vostre canzoni voi spesso parlate di Dio. Non è stato un ostacolo questa diversità?

No, assolutamente! Questo non è mai stato un ostacolo per il Gen Rosso che è abituato a fare le proprie performance anche a Cuba o in Cina…  Per quanto riguarda queste persone, non ci siamo posti il problema, perché il credo religioso dell’altro per noi non è un problema. Ma se anche fossero stati tutti musulmani, come immaginiamo, le nostre canzoni parlano di Dio e il nostro Dio è l’unico, è l’Onnipotente, il Misericordioso, è quello che abbiamo in comune che è il nostro Padre e quindi non c’è alcun problema. Ma soprattutto noi abbiamo cantato dell’amore, questo amore che sappiamo viene da Dio, quindi non è stato assolutamente un problema.

Hai accennato ai prossimi passi, ma questa vostra prima visita a Bihać è stata preparata a lungo con concerti online nei mesi scorsi, con una raccolta fondi, quindi c’è stata una lunga preparazione alle spalle…

Infatti sono passati tanti mesi e sempre l’idea veniva rimandata per vari motivi e anche a causa del Covid. Poi ci siamo detti: “Forse possiamo provare ad andare almeno in un piccolo gruppo di noi” e abbiamo visto che questo era da subito più fattibile, almeno per avere un primo incontro con loro e ci siamo riusciti. Ma è solo un inizio, speriamo di tornare forse già a novembre, chissà…

In Italia si è ripartiti aprendo cinema e teatri, anche voi avete ripreso i concerti in presenza? Avete delle date per i prossimi mesi?

Per il momento non abbiamo delle date per concerti in presenza, ma contiamo di averne già da gennaio e febbraio del prossimo anno. Nel frattempo stiamo lavorando per il nostro concerto di Natale, il 19 dicembre qui da Loppiano, che vedrà la partecipazione del vincitore del Gen Rosso Contest che abbiamo lanciato il giugno scorso. Consiste nell’offrire la possibilità a giovani artisti di fare un’esperienza musicale con noi, per promuovere le nuove leve che ci sono nel mondo musicale. Si sono presentati alcuni gruppi e solisti e a novembre avremo una puntata dove lanceremo i finalisti e poi ci sarà anche un vincitore. Sul nostro sito web ci sono tutte le informazioni riguardo al Contest, che è aperto a giovani artisti dai 18 anni in su, provenienti da tutta Europa.