Igiene delle mani, un gesto salvavita

Vatican News

Eliana Astorri – Città del Vaticano

Un gesto semplice che riduce il rischio di infezioni. Una scoperta effettuata a metà dell’Ottocento dal medico ungherese Ignaz Semmelweis ma che non venne compresa a quei tempi. Fu il chimico e microbiologo Louis Pasteur, con le sue ricerche sulla presenza e i comportamenti dei batteri, a rivalutare l’intuizione di Semmelweis. L’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, si rivolge, quest’anno, agli operatori sanitari e alle strutture in cui lavorano, esortandoli a curare la pulizia delle mani sia al letto del paziente che in ogni luogo in cui viene erogata una cura.

Dall’inizio della pandemia, virologi, epidemiologi, infettivologi informano la popolazione circa l’importanza di lavarsi spesso le mani per proteggerci dall’infezione da Sars-Cov-2, una pratica che, una volta passata la pandemia, deve rimanere nella quotidianità, come riferisce la professoressa Patrizia Laurenti, Associato di Igiene presso l’Università Cattolica Sacro Cuore, campus di Roma. Ricordando la figura di Ignaz Semmelweis, la dottoressa afferma che è “una storia tutto sommato alla fine triste, perché fu internato in un manicomio e morì in questa condizione. Perché il mancato riconoscimento della sua scoperta, cioè che le mani potessero essere un veicolo capace di trasmettere microrganismi patogeni, non fu ben accolta dai suoi colleghi dell’epoca. Ma è una scoperta essenziale per la prevenzione delle infezioni ancora oggi.

Ascolta l’intervista alla professoressa Patrizia Laurenti

Come ha potuto verificare questo?

R. – Sostanzialmente osservò che la mortalità delle puerpere, cioè delle donne che avevano da poco partorito era molto più alta in una divisione ospedaliera in cui operavano studenti che prima facevano le autopsie, ed era molto più bassa in un’altra divisione ospedaliera in cui, invece, le partorienti erano affidate alle ostetriche o addirittura era molto più bassa in quelle donne che si trovavano a partorire per strada, cioè che non facevano in tempo ad arrivare in ospedale. Applicò il metodo scientifico che continua ad essere fondamentale, cioè osservare fenomeni, osservarli, fare delle ipotesi e poi testare l’ipotesi, quindi osservò questo fenomeno, lo testò e arrivò a dire che l’origine della febbre puerperale e caratterizzata da un’elevata mortalità era proprio legata al trasporto di microrganismi, attraverso le mani, da parte degli studenti che avevano appena effettuato le autopsie e che non si lavavano le mani nel passare da un’operazione sporca ad un’operazione pulita.

E sono dovuti passare decenni prima che gli fosse riconosciuta questa intuizione…

R. – Sì, egli scoprì questa cosa intorno al 1846/47, e fu vent’anni dopo che Pasteur iniziò diciamo, a consolidare e confermare le scoperte di Semmelweis. Quindi, il lavaggio delle mani rimane oggi, e purtroppo ancora oggi è sottostimato il suo valore, veramente la misura fondamentale capace da sola di ridurre dal 30 al 40% le infezioni, e oggi ce lo dicono i CDC americani (ndr: Centers for Disease Control and Prevention, importanti organismi di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti). Una manovra tutto sommato semplice della cui potenza ancora non si ha consapevolezza.

Ma nemmeno oggi? Veniamo ai giorni nostri e quindi dall’inizio della pandemia, da quando tutti i media ci ricordano di lavarsi spesso le mani, quali sono i luoghi più pericolosi come ricettacolo di germi?

R. – La pandemia ha aiutato forse, ma soprattutto per paura della pandemia si è implementata l’azione di igiene delle mani, sia in ospedale che al di fuori dell’ospedale, quindi nei luoghi di vita pubblica, i mezzi di trasporto, i negozi o altri contesti come gli ambienti di lavoro dove abbiamo superfici che tocchiamo frequentemente. Ecco non vorrei che, passata la pandemia, perché da questa situazione usciremo, cali l’attenzione che abbiamo invece osservato in questo ultimo anno e mezzo, rispetto alla misura di igiene delle mani, cioè non vorrei che questa attenzione oggi fosse legata solo all’obiettivo di proteggere se stessi, mentre è una misura fondamentale per proteggere i propri assistiti e i propri contatti. Ancora, per prevenire la trasmissione dei batteri multiresistenti agli antibiotici che in ospedale continuano a lavorare anche durante la pandemia.

Quindi, noi speriamo di uscire presto dalla costrizione sia delle mascherine che del distanziamento, però la sana pratica di lavarci le mani spesso deve assolutamente proseguire. Professoressa, un suo commento per la Giornata mondiale dedicata all’igiene delle mani

R. – Sì, ormai da anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci chiede di celebrare in qualche modo, anche come strumento per aumentare la consapevolezza di tutti, degli operatori sanitari, delle persone. Bisogna celebrare il valore di questa azione semplice che salva le vite. Certamente, presi dalla gestione della pandemia anche in ospedale, non possiamo svolgere iniziative eclatanti, ma ci sono comunque momenti di ricordo, per esempio con dei video trasmessi sui televisori a circuito chiuso del nostro ospedale, per cui gli utenti magari si soffermeranno a guardarli e si ricorderanno ancora una volta del valore di questa misura. E anche gli operatori sanitari che non debbono, certamente, far calare la loro attenzione.