Ibrahima: il Papa ha accarezzato le mie cicatrici e pregato per chi cerca salvezza

Vatican News

Il giovane senegalese, ricevuto ieri da Francesco a Casa Santa Marta, racconta l’emozione dell’incontro con il Pontefice al quale ha raccontato la sua storia, fatta di torture nelle prigioni libiche, e regalato il suo libro, scritto “per dare voce a chi non ce l’ha fatta”

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Il Papa gli ha accarezzato le cicatrici, chiudendo gli occhi, commuovendosi e promettendo di pregare per chi giace in fondo al mare, per gli uomini, le donne e i bambini che sono ancora chiusi nei lager libici, per chi sta attraversando il deserto del Sahara alla ricerca di un luogo sicuro. E poi per i poveri di tutto il mondo, per chi, soprattutto in Africa, non ha la possibilità di ricevere un goccio di acqua o di avere un piatto di cibo. Per chi muore sotto le bombe.

Ibrahima Lo, oggi ha 23 anni, ne aveva 16 quando nel 2017 ha lasciato il Senegal, con destinazione l’Europa. Lui, assieme al gambiano Ebrima Kuyateh, e a Pato, marito di Fati e papà di Marie, morte di sete nel deserto – che aveva incontrato il Papa già a novembre 2023 – sono stati ricevuti da Francesco ieri pomeriggio a Casa Santa Marta accompagnati, fra gli altri, da don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea Saving Humans, e dal fondatore della ong Luca Casarini.

Ascolta l’intervista con Ibrahima Lo

L’incontro con Francesco

“Mi sono commosso quando mi hanno chiamato perché il Papa voleva vederci, commosso ed emozionato – racconta Ibrahima – di solito lo si vede da lontano, circondato da tanta gente, e invece ero con lui in una sala e lo toccavo con la mano. E lui mi ha detto: ‘Ibrahima, ti avevo visto, come stai, dove vivi?’ Gli ho dato il mio libro, gli ho raccontato la mia storia, e gli ho chiesto di pregare per chi soffre, pregare pure per il mio amico che quando eravamo in Libia in carcere sognava di arrivare in Italia per diventare un calciatore. Ma non ce l’ha fatta, è finito in mare, e il Papa mi ha detto che pregherà. Gli ho anche detto che sono musulmano, ma che ho fatto lo scout perché credo nella fratellanza. Lui mi ha detto: ‘Siamo tutti fratelli e siamo tutti figli di Dio’. Questo mi ha toccato molto.

Le cicatrici che danno la forza

Ibrahima vive a Venezia ed è autore del libro ‘Pane e acqua. Dal Senegal all’Italia passando per la Libia’, storie di uomini donne e bambini, di chi che ce l’ha fatta e di chi no e ora ha bisogno che qualcuno racconti la storia. Un libro che descrive quelle cicatrici toccate dal Papa e che danno la forza a Ibrahima di andare avanti a raccontare la sua storia, quella di un ragazzino che in sei mesi di viaggio, partito dal Senegal, ha trascorso solo tre settimane in libertà, tutto il resto del tempo è stato nelle carceri libiche, picchiato e torturato ogni giorno. “Una volta questi libici sono venuti nella cella ci hanno detto che per uscire dalla prigione avremmo dovuto pagare soldi che non avevamo, ci hanno ordinato di dar loro il numero di qualcuno che avrebbe potuto pagare per noi. Tre di noi, due nigeriani e un gambiano, non avevano nessuno” e i libici li hanno uccisi sotto gli occhi di Ibrahima. La difesa di questo ragazzino di soli 16 anni contro le botte degli aguzzini erano le sue mani, l’unica cosa che poteva fare era alzarle per “proteggere la mia testa”, e sono quelle che oggi portano le cicatrici toccate dal Papa.

Moussa, Farah e chi non ce l’ha fatta

Ibrahima in Senegal ha solo la zia, la decisione di partire per l’Europa nasce proprio dall’essere rimasto orfano, con il sogno di diventare “giornalista per dare voce a chi voce non ha”. E anche un viaggio così duro permette di farsi degli amici, sono le persone che si incontrano per strada, con le quali ti scambi i contatti, quelli dei social. “Però sono pochi quelli che mi hanno risposto, significa che non ce l’hanno fatta”, è il dolore di Ibrahima. Il ricordo che porterà sempre con sé è il salvataggio, suo e di tutte le persone che erano sul gommone assieme a lui. Fu quello il momento preciso in cui la paura cessò. “Era la paura che avevamo dietro di noi, non davanti a noi, perché avevamo paura di essere ripresi dai libici, sarebbe stato meglio morire in mare piuttosto che tornare in Libia per vivere una sofferenza senza fine”. Ibrahima ricorda che assieme a quello suo vi fu un altro salvataggio, ma di sole 4 persone, le altre cento e più che erano a bordo del gommone salirono a bordo dentro “a sacchi neri, e lì ho capito che non ce l’aveva fatta”. Come non ce l’hanno fatta Moussa o Farah, il primo era “il mio amico che sognava di diventare calciatore”, lei, invece, Farah, “era una donna fiera, quando eravamo in Libia i libici la prendevano e lo portavano con la forza a casa loro”.

Il Papa a Ibrahima e Pato ha parlato delle cicatrici, di quelle del corpo e di quelle del cuore, per le quali, spiega il giovane senegalese “non c’è una medicina, né medico e neppure un ospedale”, perché sono malattie che i tanti Ibrahima porteranno sempre con loro.