Hollerich: i cristiani d’Europa ripartano dalla relazione con Dio

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Francesca Sabatinelli e Ágnes Gedő – Città del Vaticano

L’Europa è attraversata da tre crisi: quella migratoria, quella ecologica, quella d’identità. Il cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente dei vescovi dell’Unione europea (Comece), ne ha parlato, nei giorni scorsi, durante il suo intervento al Congresso eucaristico internazionale, a Budapest, che verrà chiuso dal Papa domani. Hollerich ha denunciato, con riferimento all’accoglienza di chi arriva nel vecchio Continente in cerca di rifugio e aiuto, “un’Europa chiusa e paurosa di perdere non si sa quale identità; un’Europa egoista che vuole mantenere il suo benessere, il suo tenore di vita, anche a scapito di altri; un’Europa che, in fondo, non riconosce in queste persone dei fratelli e delle sorelle. Un’Europa che non vuole spezzare con loro il pane della fraternità e chiude le porte del cenacolo per paura”. Il cardinale ha poi lanciato un appello per il clima in occasione della prossima Cop 26 a Glasgow, mettendo in oltre in guardia l’Ue dal rischio di “imporre una stessa ideologia a tutti”. Il porporato, ieri, nell’omelia della santa messa che presiede le sessioni del Congresso, aveva ribadito gli aspetti più fragili del continente europeo.

Ascolta l’intervista con il cardinale Jean-Claude Hollerich

Eminenza, qual è l’importanza della fede in un momento difficile per l’Europa, sia dal punto di vista sanitario, che per la perdita di riferimenti culturali e spirituali?  

Penso che, come Chiesa, abbiamo reagito male alla pandemia, ma forse è normale, perché nessuno sapeva cosa fare, cosa dire. Io penso che il messaggio centrale della morte e della risurrezione di Gesù debba essere anche il messaggio centrale per le persone durante la pandemia, perché vuol dire non abbiate paura, un cristiano non ha bisogno di aver paura: se mi ammalo sono sempre nell’amore di Dio, se mi trovo in ospedale sono sempre nell’amore di Dio e se muoio trovo la casa del Padre. Dunque, non c’è niente di cui aver paura e penso che questo messaggio debba continuare ad essere inviato in modo forte anche ora, dopo la pandemia, perché le persone soffrono ancora per le conseguenze. L’Europa è diventata una società consumistica, in Europa si pensa che si possa comperare felicità, ma non è così! La felicità viene della vita, dalle relazioni umane, non si può comperare. Inoltre, questo atteggiamento consumistico, diventa lo stesso per i rapporti umani e per la relazione con Dio.  Dunque, noi dobbiamo ripartire dalla relazione con Lui, che è relazione, un Dio che ci ama in ogni momento della nostra giornata. Tra i cristiani, e parlo soprattutto dell’Europa occidentale che conosco meglio dell’Europa centrale, abbiamo gente che non è più venuta a Messa a causa della pandemia, ma per loro la Messa era un’abitudine, un rito, ma non un rito sacro, quanto piuttosto un po’ come il mio quando prendo il caffè al mattino.  Allora, loro avevano  questo rito di andare a Messa, di ascoltare i canti, ma senza la fede. Adesso hanno cambiato i loro riti, non sentono il bisogno di tornare in chiesa, allora questo da una parte è sicuramente triste, perché ogni persona che perdiamo fa male. Dall’altra parte, però, è anche l’occasione di una nuova partenza, perché la gente che rimane è gente che ha la fede, con queste persone possiamo iniziare un nuovo cammino, un cammino della fede, così come il Papa ci ha chiamati per il cammino sinodale, si può dire “questo è il cammino che noi dobbiamo fare insieme”.  

Come vede lei l’Ungheria, la Chiesa ungherese, in questo momento nel contesto europeo? 

Vedo una fede ancora molto grande e molto viva, non soltanto da parte di persone di una certa età. Ci sono anche molti giovani che hanno la fede e ad un vescovo fa bene vedere che questo esiste ancora in Europa. Allo stesso tempo, penso che in Europa abbiamo troppo il carattere di Chiese nazionali: ciò non vale soltanto per l’Ungheria, ma per tutti. Le Conferenze episcopali sono molto forti e qualche volta la Conferenza, ad esempio della Germania, non sa che cosa sia importante per la Conferenza francese. Non c’è abbastanza comunicazione tra noi, e non soltanto tra i vescovi, ma tra le Chiese.  Ho avuto un incontro con l’arcivescovo di Strasburgo, prima di venire qui a Budapest. Lui, così come me, è un vescovo di frontiera, io con la Germania e la Francia, lui con la Germania e la Svizzera. Allora abbiamo detto che, dal punto di vista politico, economico, sociale, c’è una grande regione, la gente si incontra, fa le spese, va in un altro Paese, lavora in un altro Paese, ma per le Chiese no, per le Chiese le frontiere esistono ancora. Io penso veramente che sarà molto difficile di fare la sinodalità con Chiese, diciamo, quasi nazionali così forti. Quindi, dobbiamo trovare un modo, in Europa, per essere Chiesa insieme. E forse questo Congresso, ciò che abbiamo vissuto in questi giorni, potrà essere un punto di partenza per un nuovo modo di essere cristiani in Europa.

Cosa significa l’arrivo del Papa, la presenza qui del Successore di Pietro?

È una gioia. Il Papa sa parlare della fede con parole semplici, che toccano il cuore della gente. E questo è importante. Noi possiamo avere teologie, teorie molto intelligenti, ma non servono a niente se non tocchiamo il cuore della gente. Il Papa lo fa, lo abbiamo visto durante la pandemia, quando ci ha dato la benedizione del Santissimo, è un po’ il parroco del mondo e questo è bello. Io vorrei veramente sentire il suo messaggio e celebrare l’Eucaristia con lui, Successore di Pietro, che ci dà l’unità, anche l’unità tra vescovi, dunque è un momento speciale, molto importante.