Haiti, Fondazione Rava: salvare il Paese dall’inferno della violenza

Vatican News

Giancarlo La Vella – Città del Vaticano

Sono migliaia ad Haiti le persone bloccate da giorni, nei quartieri della capitale Port au Prince, senza acqua cibo e medicine a causa degli scontri giornalieri tra gruppi rivali. Il Paese caraibico non sembra abbia la forza di riprendersi dalle crisi che lo hanno colpito negli ultimi anni: terremoti, epidemie, caos politico culminato con l’uccisione del presidente Jovenel Moise proprio un anno fa. Il Paese, soprattutto le città, sono nelle mani di gruppi criminali senza scrupoli, in lotta tra di loro, che per finanziarsi rapiscono, uccidono e controllano il territorio. Questa situazione è al centro in queste ore del confronto all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per il rinnovo della missione dei caschi blu nel Paese, ormai in scadenza. Una goccia nel mare, la presenza di truppe internazionali, ma che in parte può garantire un minimo di vivibilità e di sicurezza per gli haitiani. La Cina ha chiesto che venga applicato un embargo sulle armi leggere, proprio per evitare che le bande possano armarsi.

Continuare ad aiutare Haiti

In questa situazione pericolosa, drammatica e caotica continua ad operare ad Haiti la Fondazione Francesca Rava, che da decenni opera in America Latina e, in particolare, nel Paese caraibico, aiutando soprattutto l’infanzia in condizioni di disagio attraverso ospedali, scuole e forniture di beni di prima necessità. Un intervento umanitario fondamentale ad Haiti che, nell’emergenza attuale, si estende all’intera popolazione sofferente. Sulla situazione abbiamo interpellato Maria Vittoria Rava, presidente della Fondazione Rava.

Ad Haiti l’emergenza è grave. Giornalmente giungono notizie di violenze, continue soprattutto nella capitale. Qual è la situazione?

Dopo l’assassinio del presidente Moise, praticamente un anno fa, c’è stata un’escalation di violenza ed è una situazione di vero massacro. Le persone sono bloccate nelle baraccopoli della capitale in cui vivono. Soprattutto sono impraticabili anche le strade che portano verso il Sud e quindi ne sentono anche le popolazioni che vivono nella parte meridionale del Paese. C’è carenza di gasolio, c’è carenza di beni alimentari e l’insicurezza alimentare è cresciuta tantissimo. Un milione di persone, su tre che vivono nella capitale, è già a un livello di malnutrizione grave, perché l’inflazione ha alzato i prezzi, aumentando le difficoltà di trasporto e di accesso alle risorse, prima fra tutte l’acqua. L’acqua manca, non c’è un sistema di distribuzione idrico per l’acqua potabile casa per casa, che invece viene trasportata da camion e, se questi mezzi non possono passare, perché ci sono le barricate create dalle gang, le persone muoiono di sete. Quindi questa situazione di violenza grave ha messo in discussione i diritti umani basilari. I rapimenti e le uccisioni sono quotidiani e sono anche casuali, perché ci sono civili che vengono uccisi o comunque feriti nell’ambito di sparatorie tra le bande armate e, non potendo accedere a delle cure, muoiono di una morte lenta.

A proposito di questo, le persone quali difficoltà hanno nell’accesso alle strutture ospedaliere?

Il diritto alle cure è in forte discussione, perché quasi tutti gli ospedali sono chiusi, grazie a Dio il nostro ospedale San Damian rimane aperto, però il personale ha paura a muoversi. Quindi dobbiamo organizzare con attenzione dei turni, dobbiamo ospitare medici a dormire di notte, perché hanno paura di tornare a casa.

Immagino in questa situazione ci sia una particolare sofferenza da parte dei più fragili, come i bambini…

Migliaia di bambini non vanno più a scuola, perché le scuole sono chiuse, perché gli insegnanti non riescono ad arrivare, hanno paura di essere uccisi nel tragitto o di essere rapiti.

Come uscire da questa situazione? E’ sufficiente la presenza dei caschi blu o la comunità internazionale dovrebbe fare qualcosa in più?

I militari dell’Onu sicuramente hanno fatto la loro parte, anche se hanno fatto anche dei danni – come sappiamo hanno portato il colera e tanti altri problemi – ma una forza di pace, una forza di Polizia o comunque una forza esterna sicuramente potrebbe aiutare a riportare l’ordine in un Paese che sta vivendo in totale anarchia da totale anarchia sulla pelle di tantissime persone innocenti. Purtroppo c’è un disinteresse generale per Haiti da parte dei governi stranieri. Sembra proprio un Paese abbandonato a se stesso e chi è lì, come per esempio il nostro personale che è al 100% haitiano è testimone del degrado progressivo della situazione. Chi è lì da quasi 50 anni dice di non aver mai visto code di questo genere. La Fondazione Rava da 20 anni porta sempre personale medico volontario ad Haiti, ma quest’anno abbiamo rinunciato, perché essere rapiti poi vuol dire creare problemi a chi viene qui ad aiutare gli altri. Insomma la situazione è davvero molto compromessa. L’appello è rivolto alla comunità internazionale, per far sì che ci sia un interesse e un aiuto concreto.

Nonostante tutto la vostra opera umanitaria continua…

Si, davvero io mi inginocchio davanti al coraggio delle centinaia di medici e infermieri che lavorano tutti i giorni all’ospedale, Saint Damien, che è l’unico ospedale pediatrico del Paese, dove curiamo 30 mila bambini ogni anno, ci sono le code fuori abbiamo. Il nosocomio è dotato di tutte le specializzazioni, si curano i tumori infantili, c’è la chirurgia pediatrica, il reparto di malnutrizione, la terapia intensiva. I reparti sono sempre pieni di personale, e io mi inchino davanti al loro coraggio: tutti i giorni sono lì ad assistere i bambini. Stessa cosa avviene in un altro ospedale per famiglie, ma soprattutto abbiamo le cliniche mobili che vanno nelle baraccopoli, dove, oltre alle cure, portiamo acqua come anche facciamo per le nostre abbiamo 36 scuole in tutti il Paese. Lì portiamo anche cibo, i bambini mangiano e portano a casa sacchi di riso o pacchi di pasta per le famiglie. Ora è diventato sempre più difficile fare questo, ma lo si fa anche a rischio della propria vita. Abbiamo anche tre centri per bambini disabili. I minori che hanno disabilità motorie hanno più problemi di tutti, perché non riescono a camminare e gli haitiani si muovono moltissimo a piedi. Nel nostro centro, che è sempre aperto, i bambini riescono ad arrivare a fare fisioterapia e, anche qui, le madri ricevono un aiuto che poi si portano a casa. Dal punto di vista alimentare siamo autonomi: abbiamo un allevamento di polli, l’allevamento di pesce, i pannelli solari per la produzione di energia elettrica, perché l’ospedale va ad energia solare e ha un generatore, come tutte le situazioni ad Haiti dove non esiste fornitura di corrente dallo Stato, se non per un’ora al giorno. Quindi io ancora ringrazio tutte le persone volontarie, che sono centinaia, i donatori che ci sono vicini, anche pur non potendo andare là, ma che continuano a sostenerci che fanno i consulti on-line per aiutare i chirurghi giù a risolvere i casi più difficili, grazie al supporto dell’ospedale Gaslini di Genova dell’ospedale Buzzi di Milano, del Mangiagalli, del Bambino, Gesù, che continuano a esserci vicini anche a distanza, grazie alla tecnologia.