Giornata pro orantibus: a Napoli un monastero aperto sul mondo

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Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Tra gli antichi vicoli del centro storico di Napoli, il monastero delle clarisse cappuccine di Santa Maria in Gerusalemme, detto “delle Trentatré” dal numero delle monache che potevano essere accolte (una per ogni anno di Cristo), da secoli è un punto di riferimento per tanta gente. Chi bussa alla porta della comunità voluta nel XVI secolo da Maria Lorenza Longo, fondatrice dell’ordine delle clarisse cappuccine, beatificata lo scorso 9 ottobre, chiede preghiere, domanda conforto, vuole ascolto o è alla ricerca di spiritualità. Le otto claustrali che, nell’osservanza della prima regola di Santa Chiara, oggi vivono nell’antico convento non si sottraggono mai, sempre pronte anche ad accogliere giovani, gruppi parrocchiali, persone di passaggio.

La storia di suor Paola, monaca architetto

Era una di loro suor Paola Velotto, che ha emesso i voti solenni la scorsa primavera e che un tempo incrociava il monastero di Santa Maria in Gerusalemme andando a scuola. Trentacinque anni, ha terminato gli studi in architettura da postulante, poi ha accantonato squadre e matite per immergersi nella vita contemplativa. Ma poco tempo fa, da monaca, ha ripreso in mano quegli strumenti da lavoro per seguire più da vicino il progetto della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli che prevede interventi di restauro conservativo del suo monastero, incastonato fra il Decumano maggiore e la nota via San Gregorio Armeno. Un monastero conosciuto da adolescente, quando da Volla veniva a Napoli per studiare alle superiori e sognava di laurearsi e mettere su famiglia.  

Ascolta l’intervista a suor Paola Velotto

Suor Paola come è arrivata a questo monastero e alla clausura?

Ho visitato questo monastero all’età di 12 anni, facevo parte della famiglia francescana, dei giovani. Questo luogo mi è molto caro, ho frequentato il liceo artistico che è a 500 metri da qui, quindi queste strade di Napoli sono diventate la mia casa, mi erano familiari, ne conoscevo ogni chiesa. Sono arrivata alla clausura dopo un lungo percorso, perché, nonostante conoscessi il monastero, nel mio percorso di vita, per molti anni, ho rifiutato quest’idea. Ero legata all’idea di un mio progetto personale, ambivo a una famiglia, alla professione di architetto. Volevo realizzare sì delle cose in comunione col Signore, però erano molto forti questi sogni, personali, miei. Poi Dio piano piano si è fatto spazio nella mia vita e ha scardinato questi sogni come li vedevo io e mi ha condotta per mano qui, e in qualche modo mi sono arresa alla storia del Signore nella mia vita.

Come ha capito che doveva far spazio ad altri progetti?

Perché quelli che pensavo potessero essere i miei progetti facevano un po’ fatica a realizzarsi come li volevo io. Era un’idea mia, personale, che si scontrava con un’idea diversa. Nel cammino della fraternità della gioventù francescana la domanda che ci facevamo era: “Signore, cosa vuoi che io faccia?”. Ma per i miei sogni volevo in qualche modo mantenere io la regia. Ho capito che c’era qualcosa che non andava quando ho compreso che era Lui che faceva la storia con me, per cui questi sogni si sono disintegrati, si sono distrutti. Poi, piano piano, hanno assunto forme diverse. Perché il Signore non parla attraverso visioni, con me ha usato anche eventi, incontri reali, situazioni in cui mi sono sentita chiamata per nome.

Lei ha studiato architettura, si è laureata, sognava di progettare ampi spazi, poi ha scelto la clausura, dove gli spazi sembrano, invece, limitati…

Questa è un’altra idea che il Signore ha scardinato nella mia vita, questo era quello che pensavo anch’io prima di entrare, di varcare la soglia del monastero. Quando l’ho varcata mi si è aperto un mondo. Pensare solo alla soglia non dà l’idea della vita contemplativa, della vita all’interno di un monastero. Varcare questa soglia apre orizzonti nuovi. Quelli che io pensavo fossero spazi limitati, piccoli, angusti, da togliere il fiato, ho scoperto essere invece spazi vitali, pieni di luce, pieni di aria, di vita. Un monastero, si potrebbe dire, è una piccola città – in questo caso nel cuore di Napoli – che è veramente aperta sul mondo. Il Signore ha scardinato e ha distrutto anche questa idea piccola che avevo del mondo della clausura, del monastero, e mi ha fatto scoprire un altro mondo.

Come vive la sua consacrazione in un monastero nel cuore di Napoli?

Una cosa cui sono stata educata è l’amore per la città. Venendo da un paese della provincia di Napoli, sognavo anche di abitare in città, di viverla nella sua ricchezza e nelle sue tante contraddizioni, e custodivo anche il desiderio profondo di fare qualcosa per questa città. Il Signore mi ha condotta nel cuore di Napoli, nel monastero delle clarisse cappuccine, dove la clausura è uno spazio aperto alla città, è un’isola cui si varca la soglia anche dalla strada. Si percepisce un distacco da quello che succede fuori, ma poi, dentro, si spalanca un altro mondo. Ma vivere la clausura nel cuore di Napoli non è vivere la clausura come la si immagina: la stabilità, la vita contemplativa, in un luogo staccato dal mondo che non sente i rumori della città.

Che ne è stato del bagaglio dei suoi studi?

Io ho concluso la mia tesi da postulante, mi sono laureata e questa è stata una grande eccezione, una grande opportunità che mi è stata data. Subito dopo ho accantonato i miei studi, in qualche modo li avrei voluti abbandonare perché pensavo che non potessero incontrarsi con questa vita. Per cui mi hanno lasciata accantonarli e metterli da parte per consentirmi di radicarmi in questo monastero, in questa “sororità”. Ma qualche anno fa ho ripreso la mia formazione. Prima ho fatto un cammino per riappropriarmi di quello che era tutto il mio bagaglio, anche culturale, di formazione professionale. E poi mi è stato anche chiesto di completare, con l’esame di abilitazione, il percorso che richiede la professione. È stato un segno che dimostra che questa comunità, questa “sororità”, è radicata completamente nel territorio, non vive fuori dal mondo. Ora metto in qualche modo a servizio uno sguardo diverso, perché la mia esperienza, il mio bagaglio culturale di formazione, può essere utile a vedere questo luogo, questo monastero, con occhi sempre nuovi, anche grazie a un progetto della Soprintendenza che porterà a fare alcuni cambiamenti, a ricostruire un chiostro in gran parte andato distrutto. Per cui aiutare le sorelle a guardare, a sognare insieme, con un occhio che è competente, in qualche modo, può sicuramente aiutare.

Le iniziative per la Giornata pro orantibus

La Giornata pro orantibus si celebra il 21 novembre, memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria al Tempio, ma quest’anno, data la coincidenza con la Solennità di Cristo Re, la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e il Segretariato Assistenza Monache ha rimandato di una settimana le iniziative per le religiose di vita contemplative. Oggi il convegno on line “Vita contemplativa, profezia di fraternità” da Villa Nostra Signora della Meditazione, sede del Segretariato Assistenza Monache, presso il Monastero Sacro Cuore di Roma con gli interventi del cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, di mons José Rodríguez Carballo, segretario del dicastero e presidente del Segretariato Assistenza Monache, di suor Giuseppina Fragasso, vice presidente del Segretariato, e di suor Cecilia Pasquini, coordinatrice della comunità Villa Nostra Signora della Meditazione. Domenica, alle 11, Messa al Monastero dei Santi Quattro Coronati presieduta da monsignor Carballo. Le due iniziative, riferisce un comunicato della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica vogliono celebrare la vita contemplativa “dono di grazia per la Chiesa”.