Gallagher in Ucraina, il nunzio: una ricerca delle vie per la pace

Vatican News

Stefano Leszczynski – Kiev

La visita dell’arcivescovo Gallagher “non ha un risultato, ma è una ricerca delle vie per la pace”. Insieme “abbiamo cercato di capire sia negli incontri con le autorità, sia guardando la realtà, guardando la gente negli occhi, che cosa ancora si può fare per ritrovare la pace”. E di questo “sono personalmente grato a Papa Francesco e a monsignor Gallagher”. Parole del nunzio apostolico a Kiev, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, al termine del viaggio di quattro giorni in Ucraina del segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher, che domani rientrerà in Vaticano. “Una visita che per me e per il popolo ucraino ha un altissimo valore – ci dice il nunzio – perché non sono stati solo gesti o parole, ma uno stare insieme, vedere e sentire insieme”.

Kulbokas: visti i luoghi del dolore, dove sentivamo la guerra

Il 48enne presule lituano, nunzio in Ucraina dal giugno 2021, ha accompagnato per tutta la visita la delegazione vaticana. Insieme hanno toccato da vicino le profonde ferite del popolo ucraino, sostando anche nei luoghi dei grandi massacri di civili: Bucha, Irpen, Vorzel. Luoghi a soli 20 chilometri da Kiev e dalla sua nunziatura, tanto che a febbraio e marzo – racconta – “sentivamo i bombardamenti”. Vedere ora con gli occhi come sono state distrutte, “ci ricollega alle sofferenze patite lì”. Dolore ma anche fede testimoniata dalle Bibbie, recuperate dai pompieri nelle case e nei palazzi sventrati che oraa sono nella nunziatura di Kiev. Tra di esse anche una Bibbia ritrovata al centro di una stanza di bambini, circondata da giocattoli.

Ascolta l’intervista all’arcivescovo Visvaldas Kulbokas

Eccellenza, quale importanza ha avuto questa visita di monsignor Gallagher per il popolo ucraino?

Io in quanto Nunzio mi considero quasi parte del popolo ucraino perché sto qui, e quindi anche per me è una grazia e insieme una sofferenza stare insieme in un periodo difficile. In questo senso, già cominciando da me, posso dire che questa visita ha un altissimo valore perché non si tratta soltanto di gesti e di parole, ma è uno stare insieme, un sentire, e questa è una parte molto importante per il popolo. Essere capiti nella sofferenza, capiti anche in ciò che serve, perché vediamo che la guerra è così pesante, così drammatica e se l’Ucraina e tutti coloro che fanno sforzi per ritrovare la pace, fossero stati capaci di farlo, avremmo già la pace. Ma si vede che è una cosa molto, molto, molto difficile: vuol dire che l’impegno deve continuare, nonostante tutto. E quindi durante la visita si è cercato di capire, sia negli incontri con le autorità, sia guardando la realtà, guardando la gente negli occhi, che cosa ancora si può fare per ritrovare la pace. Quindi è una costante ricerca dei modi, dei mezzi, delle possibilità, una valutazione. Questa visita non ha un risultato, è una ricerca delle vie per la pace. Già a cominciare da me stesso, ha un valore molto molto alto, per cui sono molto grato al Santo Padre e a sua eccellenza monsignor Gallagher, personalmente.

La nunziatura è sempre rimasta operativa, durante i giorni dell’assedio a Kiev, e avete vissuto dei momenti anche molto difficili. Ci può offrire un suo ricordo personale di quanto avete vissuto?

Dire che la nunziatura è rimasta operativa è una parola grossa, perché in realtà sì, siamo rimasti a Kiev, ma per alcune settimane è stata l’unica cosa che potevamo fare. Rimanere, stare, perché per esempio, con l’arcivescovo Gallagher abbiamo visitato alcuni dei luoghi della guerra, Irpen, Bucha, Vorzel e non sono molto distanti da Kiev. Dalla nunziatura distano appena 20, 22 chilometri e alla fine del mese febbraio e nel mese di marzo, noi sentivamo ciò che accadeva lì, sentivamo i bombardamenti. Quindi oggi, quando si va a visitare quei luoghi, si aggiungono i ricordi personali e anche i rumori a quello che abbiamo sentito con le nostre orecchie nel mese di marzo. Queste stesse cose le vediamo con gli occhi nel mese di aprile e nel mese di maggio, quindi si ricollegano alle sofferenze patite.

Lei ha raccolto alcune Bibbie trovate tra le rovine: una la fa commuovere particolarmente, quando ne parla…

In realtà anche adesso la parola “Bucha”, quando la pronuncio mi fa quasi piangere, veramente, perché so che cosa significa. Bucha, Borodyanka e altri luoghi. I pompieri che nei primi giorni del mese di aprile sono andati a Borodyanka, sono andati a verificare in alcuni palazzi, se ancora ci fosse gente viva dopo i bombardamenti, facendo i sopralluoghi hanno raccolto alcuni oggetti tra cui alcune Bibbie. Una in particolare, mi ha raccontato il pompiere che l’ha trovata, era all’ottavo piano di un palazzo, al centro di una stanza di bambini, con i giocattoli. Mi ha detto: “Non so se questi bambini sono vivi o morti, ma si vede che la Bibbia apparteneva a loro”. E questa Bibbia sta adesso con noi in nunziatura.