Francia, processo per gli attentati del 2015: il bisogno di giustizia per le vittime

Vatican News

Olivier Bonnel-Città del Vaticano

L’epidemia di Covid-19 ci ha finalmente dato un po’ di tregua. Più volte rinviato, il processo sugli attentati del 13 novembre 2015 si è aperto finalmente a Parigi l’8 settembre. Una sequenza giudiziaria senza precedenti come quegli attentati terroristici che hanno fatto sprofondare il Paese nel lutto e stupito il mondo intero. La notte del 13 novembre 2015, diversi commando terroristici hanno ucciso 130 persone a Saint-Denis e nel centro di Parigi, facendosi saltare in aria nei pressi dello Stade de France, poi sparandocontro caffè e terrazze e prendendo centinaia di persone in ostaggio nella sala concerti del Bataclan.

Quasi sei anni dopo quegli attacchi, il processo meticolosamente organizzato dovrebbe durare nove mesi sotto strette misure di sorveglianza. Venti persone sono sul banco degli imputati presso la Corte d’assise speciale del tribunale di Parigi, dove è stata allestita un’aula ad hoc. Quattordici imputati saranno presenti, tra cui Salah Abdelslam, l’unico terrorista sopravvissuto del commando del 13 novembre. Di fronte a loro, le vittime e le loro famiglie – quasi 1.800 – testimonieranno come parte civile. Un esercizio ancora doloroso per dare un nome a ciascuna delle vittime e dei sopravvissuti di una notte di orrore.

Dietro la macchina giudiziaria ci sono storie di vite distrutte ma anche di persone che si stanno ricostruendo, che cercano di “conviverci”. Emmanuel Domenach, 34 anni, era al Bataclan la sera del 13 novembre. Per due anni è stato il vicepresidente dell’associazione delle vittime “13onze15”. Testimonia ancora nelle scuole con l’Associazione francese delle vittime del terrorismo (AfVT). Con sobrietà, guarda indietro al percorso compiuto e al bisogno di giustizia di coloro che sono stati colpiti dal terrorismo quella notte:

Sei anni dopo il Bataclan, cosa rimane di questo evento che ha cambiato la sua vita?

È una cicatrice, non visibile, perché non ho lesioni fisiche, ma con la quale convivo da allora. Ho pensato per molto tempo che sarei stato in grado di liberarmi di questa cicatrice e che in qualche modo sarei stato in grado di vivere come prima, che sarebbe stato un po’ come una brutta caduta dalla bicicletta che si ricorda di tanto in tanto, ma in realtà no, mi sono reso conto che non sarei mai più stato lo stesso. Mi capitano attacchi d’ansia, momenti di paura inspiegati e inspiegabili e c’è una sensibilità,una fragilità in particolare quando si parla di terrorismo jihadista.

Ma ciò che mi resta dopo sono anche momenti di forza, di ricostruzione. Anche se non sarò mai più lo stesso, ho ricostruito la mia vita, sono andato avanti, ho visto cose belle, ho condiviso con le altre vittime durante le conferenze. Ora ho ancora questo desiderio che il 13 novembre non sia stato inutile, che ce ne possiamo servire per far progredire le cose, per aiutare le persone. E anche per non cedere alla paura di fronte ai nostri nemici che continuano a cercare di attaccarci. 

Come si crea questo legame con le altre vittime di questi attacchi?

È una specie di legame invisibile. Quando incontri qualcuno che ha vissuto questi attacchi, anche parenti di vittime di altri attacchi, hai vissuto gli stessi orrori, riesci ad esprimere le parole. Può sembrare strano, ma si parla anche di difficoltà procedurali, quelle legate al risarcimento, e subito si ha questo legame che si crea, nella condivisione di queste cose. Con gli altri, questo legame sarà anche più stretto perché facciamo le cose insieme, abbiamo la volontà di lottare, di andare avanti,  e la volontà di non farci rubare la nostra parola e non permettere che se ne approprino. 

Non dobbiamo neanche idealizzare questo legame, perché può essere altrettanto temibile dal mio punto di vista. Se si parla solo di questo, non si fanno progressi. La mia forza è stata quella di incontrare le vittime ma anche di avere familiari che non hanno vissuto il 13 novembre, che mi hanno aiutato ad andare avanti, a continuare la mia vita. Il 13 novembre non deve diventare un’ossessione, non deve occupare tutto lo spazio, altrimenti può diventare molto pericoloso e doloroso. 

Da politici o altri, c’è il rischio che la voce delle vittime venga strumentalizzata? 

Costantemente, e per di più da tutti gli schieramenti politici. Questo è spregevole.  Nessuno ha il diritto di rubarci la parola, nessuno ha il diritto di parlare in nostro nome, tranne le associazioni che ci rappresentano. Avremo questo processo contemporaneamente alla campagna presidenziale, dovremo essere molto vigili. 

Questo processo sta attirando un’immensa attenzione mediatica, pensa che, lontano dai riflettori, le voci delle vittime siano sufficientemente ascoltate il resto del tempo? 

Sì, assolutamente, e penso che sarà peggio dopo il processo. C’è un enorme riflettore sulle vittime, comprese quelle che finora non hanno potuto parlare. Lo si sente molto forte, ma penso che il periodo post-processuale sarà molto doloroso. Questo è normale, in un certo senso, perché la società considererà che il suo lavoro è finito, che si può voltare pagina, ma per le vittime il dolore è ancora vivo. Ci sono ancora molte cause di risarcimento in corso, centinaia se non migliaia, e da qualche parte temo che queste persone si sentiranno ancora più dimenticate di prima.

La società pensa alle vittime durante le commemorazioni o durante questo processo, e questo è legittimo, ma la sofferenza e il dolore sono lì e fanno fatica ad uscire e, in qualche modo, la politica non risponde più. Si sente davvero una differenza tra il periodo 2015-2017, quando le vittime erano un po’ al centro dell’attenzione, e ora che sono un po’ dimenticate. Non si chiede una maggiore attenzione,  ma che le nostre sofferenze e le nostre difficoltà siano affrontate. Questi attacchi erano rivolti alla Francia in generale, non solo agli spettatori del Bataclan o a quelli seduti all’aperto. 

Ma come si può “risanare i sopravvissuti”, nel caso fosse possibile? Il sostegno a lungo termine delle vittime è poco previsto in Francia? 

Non si possono risanare i sopravvissuti, ma penso che si possano aiutare e accompagnare. Ci sono molte cose che vengono fatte in Francia, non sto buttando via il bambino con l’acqua sporca, cose molto positive, ma c’è una mancanza di sostegno a lungo termine. La macchina amministrativa può essere molto pesante per le persone. Inoltre, oggi c’è una “ingiunzione alla resilienza” che viene fatta alle vittime, a voltare pagina, che è insopportabile per alcune di loro. Non ci riescono, non ce la fanno e si sentono ancora più abbandonati per il fatto di non riuscire.

Queste vittime si sentono sminuite e per questo c’è bisogno di una mano tesa, che deve passare attraverso lo Stato. Lo Stato deve preoccuparsi delle vittime, può sembrare stupido, ma significa scrivere loro per avere notizie, ricordare loro che possono avere accesso a uno psicologo, ecc. Le cure gratuite si sono fermate due, forse tre anni al massimo, dopo gli attacchi. Oggi, tuttavia, alcune persone hanno ancora bisogno di sostegno psicologico, alcune delle quali non si sono espresse dopo gli attacchi ma per le quali il dolore sta tornando. E con il processo questo tornerà inevitabilmente. Notiamo anche che molti si sono costituiti parte civile all’ultimo momento, il che dimostra la necessità di condividere questa sofferenza.

L’altra difficoltà che vedo riguarda il fondo di garanzia delle vittime. Il risarcimento fa parte del processo di ricostruzione, che ci piaccia o no, è un diritto per le vittime, l’unica cosa che abbiamo trovato per “risanare” un po’ la nostra sofferenza. E questa compensazione è difficile: abbiamo la sensazione che appena esponiamo una delle nostre sofferenze, o diciamo che stiamo meglio, questo venga preso in considerazione in modo positivo o negativo dal fondo di garanzia. È un rapporto “assicuratore-assicurato”, un po’ tecnocratico, meno umano. È molto difficile da accettare.

Cosa si aspetta da questo processo?

Mi aspetto soprattutto una cosa: che la giustizia francese prevalga. Questo processo non è per le parti civili, non è una seduta di psicologia collettiva. Non è lì per darci soddisfazione, perché non credo sia possibile. Non ci aspettiamo nulla nemmeno dagli imputati, perché hanno già dimostrato che non avranno il coraggio di dire la verità, si chiuderanno ancora di più nel loro mutismo o in discorsi politici per difendere la loro ideologia.

D’altra parte, ciò che la Francia può mostrare di fronte al terrorismo jihadista che ha cercato di indebolire i nostri valori, che ha cercato di mostrare che siamo solo democrazie fantocce pronte a cedere all’odio o a mettere all’indice una parte della popolazione, di fronte a coloro che vorrebbero riassumere tutto questo come uno scontro tra Francia e Islam, possiamo dimostrare che, al contrario, la giustizia francese rimane forte, che mantiene i suoi principi di stato di diritto. Gli accusati avranno il diritto di essere difesi, in modo equo, avranno avvocati che potranno esprimersi. Mi aspetto quindi un processo che sia equilibrato e che farà in modo che la loro condanna non sarà altro che quella giusta. Questa sarà la migliore immagine da offrire in risposta alla barbarie e all’odio promossi dai gruppi jihadisti, ai loro processi sommari, alle loro lapidazioni o alle loro esecuzioni mirate. 

Personalmente, come si è ripreso dopo il Bataclan?

Per due anni ho messo in attesa questa ricostruzione di me stesso. Con l’associazione “13onze15”, mi sono ricostruito prima aiutando gli altri, perché volevo davvero fare qualcosa di quel 13 novembre. Ho fatto del mio meglio. Poi è arrivata la mia ricostruzione personale, ho una vita familiare, ho creato il mio rifugio. Questo mi aiuta molto. Mia moglie, che non c’era il 13 novembre, mi ha aiutato enormemente, mi ha mostrato che la vita continuava, che c’erano tante cose belle da vivere, come la mia bambina, che è forse la più bella. Tutto questo mi dà forza.

Intervengo anche nelle scuole con l’Associazione francese delle vittime del terrorismo, che è molto importante per me. E poi ho fatto cose che mi stavano a cuore, mi sono sposato, sono stato anche battezzato dopo un percorso catecumenale. Provenendo da una famiglia cattolica, volevo essere battezzato da molto tempo. Quando mi sono sposato, ho incontrato un prete in una parrocchia che mi ha aiutato molto. Questo non sostituisce il supporto psicologico, ma mi ha fatto pacificare con alcune delle cose che sentivo. La religione cattolica mi ha permesso, in un certo senso, di dargli voce. Il sentimento di perdono, anche se al momento ancora non ci arrivo, il rapporto con le persone che hanno cercato di ucciderti, ecco, la religione mi ha rasserenato su tutto questo.