Francesco: le tasse, se sono giuste, tutelano i poveri e gli ultimi

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Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Anche il Vangelo può integrarsi con i principi di legalità, imparzialità e trasparenza che l’Agenzia delle Entrate considera come guida nello svolgimento delle proprie attività. Lo afferma Papa Francesco che, incontrando nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico una delegazione dell’ente italiano che si occupa di tributi e controlli fiscali, nota come la Bibbia più volte parli di tasse e non demonizzi il denaro, piuttosto inviti “a farne l’uso giusto, a non restarne schiavi, a non idolatrarlo”. Fra le varie figure che la Scrittura fa conoscere descrivendo gli antichi sistemi di riscossione dei tributi, il Pontefice cita Matteo immortalato da Caravaggio nel momento in cui viene chiamato da Gesù mentre siede al banco delle imposte. Gesù lo guarda con misericordia e lo sceglie, ricorda il Papa, e “da quel momento la vita di Matteo non è più la stessa”, ma “è illuminata e riscaldata dalla presenza di Cristo”. L’esempio di Matteo, per il Pontefice deve essere anche un invito a chiedere a Dio, quando si deve prendere una decisione, di avere “la mente lucida e il cuore caldo, riscaldato d’amore”. E se “forse Matteo avrà continuato a usare e gestire i propri beni, e magari anche quelli altrui”, riflette Francesco, certamente lo avrà fatto “con un’altra logica: quella del servizio ai bisognosi e della condivisione con i fratelli e le sorelle, come il Maestro gli insegnava”.

La riscossione delle tasse garanzia di uguaglianza

Il Papa evidenzia che riscuotere le tasse “è un compito fondamentale, perché la legalità tutela tutti. È garanzia di uguaglianza”.

“Le leggi consentono di mantenere un principio di equità laddove la logica degli interessi genera disuguaglianze. La legalità in campo fiscale è un modo per equilibrare i rapporti sociali, sottraendo forze alla corruzione, alle ingiustizie, alle sperequazioni. Ma questo richiede una certa formazione e un cambiamento culturale”.

Seppure “il fisco viene visto come un ‘mettere le mani in tasca’ alle persone”, osserva Francesco, “in realtà la tassazione e segno di legalità e di giustizia” e “deve favorire la redistribuzione delle ricchezze, tutelando la dignità dei poveri e degli ultimi, che rischiano sempre di finire schiacciati dai potenti”. E aggiunge il Pontefice che “il fisco, quando è giusto, è in funzione del bene comune”, per questo invita a lavorare “perché cresca la cultura del bene comune” e “si prenda sul serio la destinazione universale dei beni”, insegnata dalla dottrina sociale della Chiesa che l’ha ereditata dalla Scrittura e dai suoi Padri. E circa il bene comune, il Pontefice si sofferma sull’esigenza del “sistema sanitario gratuito”, che in Italia, viene garantito dal fisco, ed esorta a difenderlo e a conservarlo, perchè non ci sia “un sistema sanitario a pagamento, dove i poveri non hanno diritto a nulla”. 

Il contributo al bene comune di chi paga le imposte

“Una società che mette al centro la proprietà privata come assoluto e non riesce a subordinarla allo stile della comunione e della condivisione per il bene di tutti”, nota inoltre Francesco, vede il lavoro dell’Agenzia delle Entrate come un ingrato compito, ma ci sono anche tante persone oneste “che non si sottraggono al loro dovere”. “Accanto ai casi di evasione fiscale, di pagamenti in nero, di illegalità diffusa”, fa notare il Papa, proprio i dipendenti dell’Agenzia delle Entrate possono raccontare che c’è chi paga “il dovuto contribuendo così al bene comune”.

Alla piaga dell’evasione risponde la semplice rettitudine di tanti contribuenti e questo è un modello di giustizia sociale. L’imparzialità del vostro lavoro afferma che non esistono cittadini migliori di altri in base alla loro appartenenza sociale, ma che a tutti è riconosciuta la buona fede di essere leali costruttori della società. C’è – esiste, c’è – un “artigianato del bene comune” che andrebbe narrato, perché le coscienze oneste sono la vera ricchezza della società.

E a proposito di imparzialità Francesco indica l’insegnamento di San Paolo ai romani, perché ciascuno potesse “compiere il bene davanti a tutti gli uomini”: rendere a ciascuno il dovuto, pagare tasse e imposte, portare rispetto.

Trasparenza e redistribuzione

Infine Francesco parla della trasparenza e rimarca che il fisco viene “percepito in modo negativo se non si capisce dove e come viene speso il denaro pubblico”, cosa che, tra l’altro, “rischia di alimentare il sospetto e il malumore”. “Chi gestisce il patrimonio di tutti ha la grave responsabilità di non arricchirsi”, ammonisce il Papa che richiama l’episodio evangelico di Zaccheo, “toccato nel cuore dall’amore gratuito di Gesù che ha voluto andare proprio a casa sua”. L’uomo non solo riconobbe di aver peccato defraudando tanta povera gente, ma comprese che “la logica dell’accumulare per sé” lo aveva isolato dagli altri. Per questo decise di restituire quattro volte tanto il maltolto e di donare ai poveri la metà dei suoi averi, rendendo così trasparente il denaro che gestiva. E insistendo sulla trasparenza dovuta nei servizi di riscossione delle tasse Francesco afferma:

“La trasparenza nella gestione del denaro, che proviene dai sacrifici di molti lavoratori e lavoratrici, rivela la libertà d’animo e forma le persone a essere più motivati nel pagare le tasse, soprattutto se la raccolta fiscale contribuisce a superare le disuguaglianze, a fare investimenti perché ci sia più lavoro, a garantire una buona sanità e l’istruzione per tutti, a creare infrastrutture che facilitino la via sociale e economica”.

Infine il Papa invoca sui dipendenti dell’Agenzia delle Entrate l’intercessione di San Matteo, perché custodisca e sostenga il loro impegno sulla strada di quei principi cui sono chiamati ad ispirarsi.