Ecuador, i vescovi criticano il disegno di legge sull’aborto in caso di stupro o disabilità

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Alina Tufani – Città del Vaticano

“L’attuale disegno di legge si concentra esclusivamente sull’aborto come unica alternativa per le donne vittime di stupro e riduce l’essere umano concepito a un semplice prodotto senza alcun diritto”. Lo afferma il Consiglio della presidenza della Conferenza episcopale ecuadoriana in una lettera aperta ai membri dell’Assemblea Nazionale del Paese, riguardante il disegno di legge che garantisce l’interruzione volontaria della gravidanza a ragazze, adolescenti e donne in caso di violenza sessuale. Nel documento, i vescovi spiegano che la Corte costituzionale ha chiesto all’Ufficio del difensore civico e, successivamente, all’Assemblea nazionale, di stabilire “le condizioni e i requisiti affinché vi sia un adeguato equilibrio tra la tutela della vita fin dal concepimento e i diritti costituzionali delle donne vittime di stupro”. Tuttavia, venerdì scorso, la Commissione Giustizia dell’Assemblea Nazionale ha proseguito la discussione sul disegno di legge per stabilire, in particolare, se l’aborto, in caso di violenza sessuale, possa essere applicato entro un periodo massimo di 28 settimane di gestazione (sette mesi) nel caso di maggiorenni e senza limiti di tempo nel caso di minori e donne con disabilità.

L’aborto non è un diritto

Per la Conferenza episcopale il disegno di legge si basa su due presupposti “infondati”, ovvero che l’aborto è un diritto e che la vita umana non inizia con il concepimento. Ricordando, poi, che la Costituzione ecuadoriana protegge la vita dal concepimento e che l’aborto non fa parte dei diritti sessuali e riproduttivi e della pianificazione familiare, i vescovi sottolineano che “nessuna norma internazionale o nazionale riconosce l’aborto come un diritto”.

La vita umana inizia dal concepimento

Il Consiglio della presidenza della Conferenza episcopale ecuadoriana ribadisce che “la vita umana inizia dal concepimento, come dimostra la scienza medica, ed è soggettivo, arbitrario e contrario a ogni constatazione tecnico-scientifica indicare un’età gestazionale fino alla quale è possibile abortire”. Dopo il concepimento, qualsiasi intervento chirurgico, medico o chimico, pone fine in modo “sommario e arbitrario” alla vita di un essere umano. E così, osservano i vescovi, considerando anche il rischio per la salute e la vita della madre, l’aborto “non dovrebbe mai essere usato come giustificazione per uccidere un essere umano, anche se in caso di stupro non viene inflitta alcuna sanzione legale agli autori dell’aborto”.

Facilitare la denuncia dei reati di stupro

Secondo la Conferenza episcopale, inoltre, lo stupro, come stabilito dal codice penale, è un crimine e un delitto, ma non viene denunciato e investigato a fondo, il che “favorisce il senso di impunità e incoraggia la reiterazione”. La denuncia – aggiungono i presuli – permette invece di avviare indagini e di adottare misure di protezione a favore delle vittime: senza denuncia, quindi, non c’è giustizia, lo stupratore resta impunito e la donna indifesa”.

L’obiezione di coscienza è un diritto

I vescovi ecuadoriani ricordano, infine, ai membri dell’assemblea che i medici godono di un diritto umano e costituzionale che è l’obiezione di coscienza, e che quindi il personale medico “non dovrebbe essere costretto a praticare l’aborto contro le proprie convinzioni mediche, etiche e morali”, tanto meno sotto la minaccia di sanzioni come multe o detenzione. L’episcopato ecuadoriano conclude la lettera con un appello alla “ragionevolezza e buona volontà” ai membri dell’Assemblea nazionale, affinché nel disegno di legge “ci sia un adeguato equilibrio tra la protezione della vita dal concepimento e diritti costituzionali delle donne vittime di stupro”, come affermato dalla Corte Costituzionale.