“Donne Chiesa Mondo”, corpi e miracoli dove trovarli

Vatican News

Sul numero di luglio del mensile de L’Osservatore Romano, una riflessione sul cinema di fronte all’ignoto delle guarigioni straordinarie

di Davide Brambilla

Il mistero dell’incarnazione è l’essenza stessa della fede cristiana: un Dio che si fa carne, che assume un corpo mortale e percorre le strade dell’umanità, è l’inedito, la novità rivoluzionaria che il cristianesimo introduce nella storia. E, a questo, si aggiunge la modalità con cui ciò avviene: una vergine si trova incinta per opera dello Spirito santo e dà alla luce un figlio, che è il Figlio di Dio, senza conoscere uomo alcuno. Un fatto impossibile da spiegare e che si può abbracciare solo con la fede, evento che comunemente chiamiamo “miracolo”.

Letteralmente un miracolo è una “cosa meravigliosa, da ammirare”, e difatti lo si applica a opere d’arte, a paesaggi naturali mozzafiato, a fantasie bizzarre e sorprendenti. Ed è proprio con il cristianesimo che il miracolo trascende in un evento che supera le leggi della natura e, così, rivela la potenza di Dio. E i miracoli più evidenti, quelli che nel corso della bimillenaria storia cristiana hanno interrogato, provocato e accresciuto una letteratura fatta di leggende e di vicende reali, sono quelli legati al corpo umano, a guarigioni prodigiose.

Anche il cinema ha contribuito al racconto di miracoli di questa entità, legati alla corporeità umana e, spesso, a quella femminile, più facilmente associabile rispetto a quella maschile ai concetti di grazia, sensibilità e fragilità.

E quando si parla di guarigioni miracolose l’associazione mentale immediata ci porta a Lourdes, a quel villaggio nel Sud della Francia divenuto celebre grazie alle apparizioni della Vergine alla piccola Bernardette nel 1858, meta oggi di numerosi pellegrinaggi specialmente di persone ammalate che lì cercano un miracolo abbeverandosi o facendo il bagno nelle piscine alimentate dalle sorgenti sgorgate dalla grotta dell’apparizione. Si stima che in 150 anni siano 7.500 le guarigioni miracolose dichiarate, delle quali solo 70 sono state riconosciute dalla Chiesa cattolica come miracoli, e di queste otto su dieci riguardano donne. Al viaggio a Lourdes in cerca di un miracolo è dedicato il recente The Miracle Club (2023), nel quale tre donne irlandesi che non hanno mai lasciato Dublino, interpretate da Maggie Smith, Kathy Bates e Laura Linney, riescono a realizzare il loro sogno vincendo un viaggio premio nel comune francese. Ben lontano dal tono leggero e melodrammatico di questo film, è invece Lourdes (2009), scritto e diretto dall’austriaca Jessica Hausner, presentato alla 66a Mostra del Cinema di Venezia dove ricevette, singolarmente, sia il Premio Signis  assegnato dall’Organizzazione cattolica per il cinema che il Premio Brian conferito dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

Nella pellicola la giovane Christine, bloccata su una sedia a rotelle dalla sclerosi a placche, partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes. Lì guarisce dalla sua malattia: questa improvvisa e inaspettata situazione più che porre dubbi sull’origine miracolosa dell’evento, mette invece in luce le reazioni degli altri partecipanti al viaggio. Hausner con un taglio di tipo quasi documentaristico e ispirandosi ai toni di Aki Kaurismäki e Jacques Tati, indaga l’animo umano che si pone di fronte all’ignoto e all’irrazionale e porta lo spettatore ad entrare nel corpo e nello sguardo di Christine, una sublime Sylvie Testud premiata con lo European Film Award alla “miglior attrice”. È una che si fa amare da tutti, la sua dolcezza mista a una riservatezza che associa al suo blocco fisico anche un semi-mutismo la rendono un personaggio buffo. È una donna che non chiede e non pretende nulla da nessuno, ma che nella disperazione si lascia vivere. Nonostante preghi molto meno degli altri e partecipa a pellegrinaggi solo perché unico modo di uscire di casa, è a lei che tocca il miracolo con esso una felicità solo apparente, dove canta (proprio Felicità di Al Bano e Romina), balla e si innamora, per poi ripiombare nel dubbio e nell’assurdità quotidiana della vita.

Di tutt’altra pasta è fatta la protagonista di Piccolo corpo (2021), film di debutto di Laura Samani, premiata come “miglior regista esordiente” ai David di Donatello e agli European Film Awards. Qui Agata, giovanissima donna friulana di un piccolo villaggio di pescatori lagunari di fine Ottocento o primi del Novecento, non si rassegna all’idea che la propria figlia, nata morta, si trovi nel Limbo perché impossibilitata dalla legge canonica ad essere battezzata. Venuta a conoscenza che nelle montagne innevate della Val Dolais c’è una chiesa in cui risvegliano i bambini nati morti giusto il tempo di quel respiro necessario per il battesimo, Agata intraprende un viaggio impervio e irto di ostacoli, nel quale sarà affiancata da Lince, personaggio ambiguo ed enigmatico che però conosce tutti i segreti della montagna. In questo caso, la protagonista cerca disperatamente il miracolo, che per lei equivale a quella indomabile speranza che le dà vita. Il suo corpo giovane e minuto, ferito dalla morte e segnato dal latte che il suo seno continua a produrre, custodisce la scatola di legno che contiene le spoglie della bimba defunta, quasi un tabernacolo che per lei rappresenta la “presenza reale” che sostiene ogni suo sforzo. Fra le tante immagini evocative, a un certo punto Agata, contro il parere dei minatori stessi, decide di attraversare i cunicoli bui e stretti di una grotta cui nessuno fa mai ritorno: è l’immagine stessa della fede che cerca un miracolo e ad esso si aggrappa, capace di percorrere e cercare di superare vie difficilmente percorribili.

Al miracolo della vita, capace di sconfiggere anche la più bieca e brutale violenza, è dedicato Agnus Dei (2016) diretto da Anne Fontaine: nel 1945 una giovane studentessa francese di medicina si ritrova in un convento polacco dove diverse suore si trovano in stato interessante dopo essere state ripetutamente stuprate da soldati sovietici. Il fatto terribile, superando l’amarezza di scandali e inganni, diventerà l’occasione per accogliere anche gli orfani del paese e (ri)generare vita. Una novizia vittima di violenza sessuale è anche la protagonista del rumeno Miracle- Storia di destini incrociati (2021), presentato nella sezione “Orizzonti” a Venezia. Nel film di Bogdan Apetri un miracolo risolve il racconto, alla maniera dei misteri popolari, ma non offre risposte certe. Ciò che avviene potrebbe essere un intervento dall’alto o un semplice desiderio avverato.

A unire tutte le donne protagoniste di questi film è, forse, il coraggio di cercare il miracolo o di subirne le conseguenze, unito a una fine sensibilità nel leggere la realtà. Che poi, forse è proprio la condizione necessaria perché un miracolo, reale o presunto, venga riconosciuto.

 *Sacerdote, vicario della Comunità Pastorale “Padre Nostro” in Milano, cultore del cinema – Rivista del Cinematografo