Don Mauro, una vita da “prete TikTok”

Vatican News

di Charles de Pechpeyrou

Nell’annuncio del Vangelo non va tralasciato nessun “continente”, compreso quello di Internet, e in particolare i social network, frequentati da miliardi di utenti in tutto il mondo, molti dei quali hanno una scarsa conoscenza del cristianesimo, a maggior ragione della Chiesa. Ne è convinto don Mauro Leonardi, prete ed educatore, scrittore ed opinionista. Iscritto sulla piattaforma TikTok un anno fa, già presente su Facebook, Twitter, Instagram e YouTube da tempo, il sacerdote ritiene tuttavia che i social — con i loro limiti e pericoli — non rappresentano l’incontro definitivo, ma un primo passo per arrivare ad una relazione personalizzata e reale. Don Mauro, che svolge il suo lavoro pastorale a Roma, ha raccontato la propria esperienza nel suo nuovo libro intitolato Il Vangelo secondo TikTok. Usare i social e restare liberi (Edizioni Terra Santa, Milano, aprile 2021, pagine 176, euro 15).

In introduzione del suo libro dice di essere a volte non percepito come un prete “normale” perché usa TikTok. A cosa è dovuto? Con il passar del tempo tuttavia ha osservato un’evoluzione delle mentalità?

L’incipit del volume è la frase «cosa ci fa un prete su TikTok» ed essa mi era rivolta, soprattutto agli inizi, da utenti che non mi conoscevano. Negli ultimi mesi questa espressione è quasi del tutto scomparsa: segno forse che l’algoritmo ha iniziato a riconoscermi e a riconoscere il mio pubblico potenziale. Se la sua domanda si riferisce invece alle questioni che mi pongono le persone che incontro nella mia vita reale, credo che la risposta risieda nel fatto che gli adulti in genere conoscono TikTok solo per sentito dire e, sempre per quello che sentono, ne hanno una percezione molto negativa.
 

Secondo lei perché la realtà dei vari social è ancora lontana dall’essere del tutto percepita come vera e positiva all’interno della Chiesa?

La nostra è la religione di un Dio che s’incarna e quindi giustamente nella Chiesa siamo abituati a sottolineare la necessità della presenza reale. L’errore culturale sta nel credere che il mondo virtuale sostituisca quello reale: non è così né potrebbe essere altrimenti. Sarebbe come dire: «sono contrario al telefono perché preferisco gli incontri di persona». Il telefono è una protesi del nostro incontro reale: lo prepara, lo completa, lo segue. Così avviene sui social. Ogni social ha la sua caratteristica ma ciascuno di essi è solo una tessera del mosaico della realtà.

Perché ritiene l’essere presente sui social network — e quindi sul mondo virtuale — come un dovere?

Perché Gesù ci ha detto di portare il Vangelo «ad ogni creatura» (Marco, 16, 15) e le persone oltre che nella realtà sono anche in quel sesto continente che è il web, e i social dentro il web. Francesco Saverio è andato in Asia perché l’Asia esisteva: io sto sui social per la stessa ragione di ogni missionario. Questo non significa che ogni sacerdote o ogni religioso o ogni cristiano debba fare quello che faccio io, perché ciascuno ha i propri doni e le proprie sensibilità. Però credo che sia un dovere per tutti stimare i doni degli altri. La monaca di clausura sostiene i missionari ma non fa la missionaria; i missionari si sentono sostenuti dalle monache di clausura ma non diventano monaci.

Chi sono gli utenti che la seguono sulle varie piattaforme che sta usando?

Sono esattamente gli stessi utenti che caratterizzano quelle piattaforme. Gli adulti su Facebook, i giovanissimi su TikTok, i giovani su Instagram, i giornalisti su Twitter, i professionisti su Linkedin. E così via.

Come TikTok può essere uno strumento privilegiato per rivolgersi a chi non sa nulla di Cristo, di fede, di religione?

TikTok non è adatto per la catechesi, intesa come discorso lungo e articolato. Il suo linguaggio è piuttosto quello del kèrigma, ovvero dell’annuncio del Vangelo composto da formulazioni brevi, che dicono qualche cosa di essenziale con il sottinteso: se ciò che ho appena detto ti interessa, fammelo sapere e prendiamoci del tempo perché richiederà maggiori spiegazioni. Avverrà cioè, ecco il sottointeso, che le domande suscitate dall’annuncio, spostandoci in un altro formato della realtà virtuale o della vita reale troveranno una risposta. Kèrigma vuol dire «annuncio» e deriva da kêrux, araldo o messaggero, ovvero colui che porta la notizia. Il messaggero — ovvero la clip di TikTok — non deve saper spiegare la notizia per filo e per segno: altri hanno quel compito, lui deve solo portare la notizia, anticiparla, darne un primo annuncio. La notizia, cioè la cosa che viene proclamata nell’annuncio in forma breve, è il kèrigma. La mia opinione è che questa app, se la si sapesse usare, sarebbe per i giovani esattamente il luogo ideale del kèrigma, cioè dell’annuncio. Uno dei miei ultimi video, per esempio, condanna — con la grammatica di TikTok — il recente episodio di violenza di cui sono stati vittime due giovani omosessuali a Palermo. Quel messaggio è cristiano anche se ovviamente il messaggio cristiano non si esaurisce lì. Il resto del messaggio va completato in un’altra sede, non su TikTok.

L’uso dei social network lo si può definire anche come la prima tappa di un percorso di mutua conoscenza?

I social non sono l’incontro definitivo: dai social si deve passare all’incontro reale. Se tu sei sui social e appari come un sacerdote dialogante e non moralista, puoi passare al mondo reale: tramite altri social, altri mezzi, fino ad arrivare agli incontri personali. Il desiderio, alla fine, è quello di arrivare ad una relazione personalizzata. I social possono permettere di entrare in dialogo con giovani bloccati nei confronti della Chiesa perché hanno di essa un’immagine molto dura, molto esigente, molto austera, che non apprezza le cose belle della vita. Io credo che noi dobbiamo portare le persone poco a poco a percepire il bello del bene che il cristianesimo propone in tutti gli ambiti: la sessualità, la famiglia, il lavoro e così via. TikTok consente di andare ad incontrare i giovani dove sono. È un percorso che arriva alla vetta ma non può partire dalla vetta. I giovani di oggi non hanno assolutamente le categorie per comprendere la vetta a prescindere dal percorso. Se si opera altrimenti, la vetta appare come inaccessibile, assurda, legata a un’altra epoca: in ogni caso improponibile.

Lei affianca i video di TikTok al linguaggio delle parabole?

Perché con noi parli apertamente e con gli altri in parabole, chiedono gli apostoli (cfr Matteo, 13, 10)? A quella domanda Gesù risponde che è necessario. A volte si deve parlare in modo allusivo ed enigmatico: a volte è necessario «suonare il flauto e ballare» (cfr Luca, 7, 32). TikTok è una di queste occasioni. Noi dobbiamo parlare il linguaggio dei giovani: non dobbiamo pretendere che siano i giovani a parlare il nostro linguaggio. Gesù era falegname ma nessuna parabola di Gesù è ambientata in una falegnameria. Gesù traeva gli esempi dal mondo degli interlocutori: parla di ortaggi e alberi perché si trovava davanti ad agricoltori, di pesca perché aveva di fronte pescatori, di pecore perché dialogava con pastori.

Quali sono i limiti di questo social?

La app cinese, in sé stessa, per il suo linguaggio, per la sua grammatica, impedisce il chiarimento. Ma noi dobbiamo pensare TikTok come la parte di un tutto. TikTok è l’inizio di un discorso. È molto più semplice incontrare i giovani lì che nella realtà.

Cosa risponde ai genitori che accusano i social media di essere una perdita di tempo e di energia per i loro figli? Come proteggere i giovani dai rischi legati a questi mezzi di comunicazione?

Una risposta esauriente a questa domanda si trova nel mio libro. Qui posso dire brevemente che la presenza nel mondo virtuale cresce quando il mondo reale è poco, piccolo, di angusti orizzonti. Non ho mai conosciuto un giovane che preferisca un “like” detto da una persona virtuale al “like” detto da una persona reale. Il problema spesso è che i “like” reali sono pochissimi, non sufficienti.