Chiesa ortodossa in Etiopia: non è permesso nemmeno seppellire i morti

Vatican News

di Charles de Pechpeyrou 

«Vogliono distruggere il popolo del Tigray» con azioni della «massima brutalità e crudeltà», «soldati stanno deliberatamente massacrando civili di città in città, di villaggio in villaggio, massacrano dicendo “non dormiremo finché la gente del Tigray non scomparirà dalla faccia della terra”». In un video diffuso l’8 maggio su Internet il patriarca della Chiesa Ortodossa Tewahedo di Etiopia, Abuna Matthias I, ha condannato con forza la situazione nella regione più settentrionale del paese che, a circa sette mesi dall’inizio del conflitto, sta attraversando una drammatica emergenza umanitaria, aggravata dalla carestia. Un conflitto che ha provocato violazioni dei diritti umani, uccisioni, massacri collettivi, stupri, esecuzioni extragiudiziali, incarcerazioni arbitrarie e minacce.

      Il patriarca ortodosso ha parlato di un «genocidio del popolo del Tigray»: «ciò che sta accadendo è il massacro di persone, in particolare l’uccisione di innocenti. I giovani vengono ricercati nelle città e nei villaggi. Poi vengono uccisi e gettati dai dirupi. Non è nemmeno permesso seppellirli». «Questo tipo di atrocità non si è mai visto finora, il che è molto, molto offensivo. In particolare lo stupro delle donne è molto vergognoso, squallido e cattivo», ha denunciato Abuna Matthias, sottolineando che gli aggressori «non hanno alcun timore di Dio né alcun rispetto per la dignità umana».

      Gli agricoltori del Tigray «non sono autorizzati a coltivare e le loro attrezzature vengono bruciate», mentre «vengono bombardate anche chiese e monasteri, i sacerdoti uccisi». Ad Axum, in particolare, «coloro che si sono opposti al saccheggio delle reliquie» dalla chiesa di Santa Maria di Sion «sono stati fucilati», ha affermato il patriarca, riferendosi all’attacco che, secondo alcune fonti, sarebbe avvenuto nel novembre 2020 presso il complesso della chiesa – che secondo la tradizione ortodossa conserva l’Arca dell’Alleanza – nel quale sarebbero state uccise almeno 750 persone. Secondo il patriarca, «queste atrocità riguardano anche le regioni di Oromia, Benishangul—Gumuz e altre parti del Paese», ma non tanto quanto il Tigray, dove sarebbe in corso «il peggiore e il più brutale tra i conflitti».

      «Nessuno conosce le difficoltà che sto affrontando – ha deplorato Abuna Matthias – purtroppo, tutti i miei messaggi sono stati censurati. Di conseguenza, tutti i miei sforzi sono stati vani. Questo perché non mi è permesso di parlare. Ho parlato e mi hanno censurato. Ho parlato di nuovo e mi hanno censurato ancora. Fino ad ora non ho avuto l’opportunità di mostrare il mio messaggio attraverso i media».

      Il capo della Chiesa Ortodossa Tewahedo di Etiopia conclude con un accorato appello alla comunità internazionale: «I governi del mondo devono fare qualcosa. È urgente fermare questa azione malvagia: l’uccisione e il massacro di innocenti. Devono fermarsi e il mondo deve lottare per fermarli. Sono turbato e la mia coscienza soffre: mi appello affinché agiate per fermare quanto sta accadendo».