Cantalamessa: l’Eucaristia e il “no” di Dio alla violenza pronunciato sulla croce

Vatican News

di Nicola Gori

L’Eucaristia favorisce certamente la pace, ma suppone la fede, perché Cristo ha vinto la violenza. Sono parole di grande attualità quelle del cardinale Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, in questa intervista a «L’Osservatore Romano». Il porporato cappuccino spiega la scelta del tema «”Prendete, mangiate: questo è il mio corpo” – Una catechesi mistagogica sull’Eucaristia» per le prediche per la Quaresima che si terranno alle ore 9, nei venerdì 11, 18, 25 marzo e 1, 8 aprile, nell’Aula Paolo VI.

Perché la scelta dell’Eucaristia?

Alcune Chiese locali e nazionali (per esempio quella degli Stati Uniti d’America) hanno deciso di dedicare il corrente anno a una speciale catechesi sull’Eucaristia, in vista di un desiderato revival eucaristico nella Chiesa cattolica. Mi è sembrata una decisione opportuna e un esempio da seguire, magari toccando qualche ambito di solito trascurato. Ma c’è un movente meno occasionale di questo che ho sottolineato nel programma stampato delle mie prossime prediche. L’Eucaristia è al centro di ogni tempo liturgico, della Quaresima non meno che degli altri tempi. È ciò che celebriamo ogni giorno, la Pasqua quotidiana. Ogni piccolo progresso nella sua comprensione si traduce in un progresso nella vita spirituale della persona e della comunità ecclesiale. È un tema di cui davvero bisognerebbe parlare, come dice Paolo, «a tempo e fuori tempo» (2 Tim 4, 2), cioè sempre. È un tema sempre attuale, proprio perché non è un “tema”, ma una persona e una presenza: Cristo morto e risorto che rinnova ogni giorno l’evento che ci ha salvati.

Quanto ha inciso la pandemia di Covid-19 nella preparazione delle meditazioni?

Durante il periodo più acuto, nel 2020, sono stato fortemente impressionato – e con me penso tantissimi altri – da quello che significava ogni mattina assistere in televisione alla santa messa celebrata da Papa Francesco a Santa Marta. Con le poche ispirate parole che l’accompagnavano, era davvero la luce in fondo al tunnel, il sole dietro le nubi. Ho capito che parlare dell’Eucaristia in tempo di pandemia – e ora, per giunta, tra rumori di guerra – non è un astrarsi dalla realtà, ma un guardarla da un punto di vista più alto e meno contingente, libero da quella che un salmo chiama «la rissa delle lingue» (Sal 31, 21).

Cosa si intende per stupore eucaristico?

Questa bella espressione risale a san Giovanni Paolo II che la usò nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia (La Chiesa nel suo rapporto con l’Eucaristia) del 17 aprile 2003. Diceva tra le altre cose: «C’è, nell’evento pasquale e nell’Eucaristia che lo attualizza nei secoli, una “capienza” davvero enorme, nella quale l’intera storia è contenuta, come destinataria della grazia della redenzione… Questo stupore eucaristico desidero ridestare con la presente Lettera enciclica» (nr. 5-6).
Cos’è lo stupore eucaristico? È più facile intuirlo che esprimerlo perché è un sentimento, non un’idea. Possiamo dire: è la capacità di non dare per scontata l’Eucaristia e la sua celebrazione; non ridurla a una pia pratica, sia pure la più importante, o a un rito che si ripete sempre uguale. Lo stupore eucaristico è la fede nel suo grado più alto: fede credente (fide qua, si dice in teologia), non solo fede creduta (fides quae). I poeti credenti hanno il potere di esprimere i misteri della fede in modo diverso, a volte paradossale, ma proprio per questo preziosi. Ecco come Paul Claudel traduce in termini poetici lo stupore eucaristico: «O mio Dio, questa cosa è troppo più grande di noi: sia chiaro che sei tu l’unico responsabile di questa enormità» (Hymne du Saint Sacrement). L’Eucaristia è davvero, in senso letterale, una “enormità”, qualcosa che va al di là di tutto ciò che l’uomo ritiene “normale” nell’agire di Dio con l’uomo. Non è solo un mistero che non si può comprendere; è anche un mistero che non si finirà mai di comprendere.

L’Eucaristia può facilitare la pace?

L’Eucaristia può favorire certamente la pace, ma suppone la fede. Essa favorisce la pace in quanto offre al credente un motivo (e un aiuto!) trascendente per lottare per la pace e contro la violenza che ha nella guerra la sua manifestazione più distruttiva. Cristo ha vinto la violenza, non opponendo ad essa una violenza più grande, ma subendola e mettendone a nudo tutta l’ingiustizia e l’inutilità. Ha inaugurato un nuovo genere di vittoria che sant’Agostino ha racchiuso in tre parole: “Victor quia victima”: vincitore perché vittima. Risuscitandolo da morte, il Padre ha dichiarato, una volta per tutte, da che parte sta la verità e la giustizia e da che parte l’errore e la menzogna.
Il dibattito di qualche decennio fa su “la violenza e il sacro”, suscitato (e risolto cristianamente!) da René Girard ci ha aiutato a cogliere una dimensione nuova dell’Eucaristia. Grazie ad essa, il “no” assoluto di Dio alla violenza, pronunciato sulla croce, viene mantenuto vivo nei secoli. L’Eucaristia è il sacramento della non-violenza! Nello stesso tempo essa ci appare, positivamente, come il “sì” di Dio alle vittime innocenti, il luogo dove ogni giorno il sangue versato sulla terra si unisce a quello di Cristo che grida a Dio «con voce più potente di quello di Abele» (Eb 12, 24). Anche quello versato in questi giorni nella martoriata Ucraina!