Caccia: di fronte alle sfide del pianeta bisogna educarsi alla mondialità

Vatican News

Giancarlo La Vella – Città del Vaticano

Tante le sfide a cui la comunità internazionale deve far fronte: guerre, terrorismo, povertà, immigrazione. Su tutte stende la sua ombra la pandemia ancora in atto. Ma, secondo l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, c’è una possibile ricetta per avere la meglio su queste problematiche: unità e condivisione. Il presule stamani è stato ricevuto in udienza da Papa Francesco e al termine dell’incontro con il Pontefice ha concesso questa intervista a Vatican News.

Ascolta l’intervista a monsignor Caccia

Il mondo è ancora alle prese con la pandemia. Perché questa emergenza, secondo lei, più che unire ha messo ancora più in crisi la situazione dei diritti umani e le differenze sociali?

R. – Molto spesso nei momenti di difficoltà, c’è un tentativo di rinchiudersi per salvarsi. Ognuno pensa che, vivendo nel suo piccolo mondo, proteggendosi, possa trovare delle soluzioni e il mondo ci fa capire che invece le soluzioni fanno un po’ cercate insieme e trovate insieme, perché il mondo è sempre più un’unica grande realtà. Settantacinque anni fa ci fu una guerra mondiale, al termine si capì che la ricerca di interessi nazionalistici, o soltanto di alcuni Paesi, non poteva portare molto lontano e si crearono le Nazioni Unite. Credo che anche da questa crisi si potrà capire che insieme ci sono strade di più lunga durata per risolvere il problema di tutti.

Proprio all’Onu lei ha chiesto con forza la cancellazione del debito estero dei Paesi più vulnerabili. E’ questa una strada percorribile?

R. – Certamente. Ci sono dei segni di incoraggiamento. C’è stata una proroga in un primo momento. E’ una delle strade, non l’unica, ma soprattutto nel momento di emergenza a volte ci sono delle misure che possono essere considerate almeno per il periodo dell’emergenza come favorevoli a trovare poi soluzioni anche di più largo respiro.

Guerra e terrorismo, sono ancora drammaticamente presenti in molte parti del mondo. Il Papa nell’ intervista al TG5 è tornato con preoccupazione anche su questo tema. Quali passi si possono fare per fronteggiare questa “guerra mondiale a pezzi”?

R. – Innanzitutto all’inizio della pandemia il segretario generale dell’Onu, tra le prime richieste che ha rivolto alla comunità internazionale e al mondo intero, ha elevato quella del cessate-il-fuoco globale, a cui subito anche il Santo Padre ha unito la sua voce per rilanciare questa proposta, perché in un momento di crisi come questo ancora di più si capisce che non ha senso mettere energie, spendere per ciò che non è pane, per ciò che non è salute, ma per ciò che distrugge. In questo senso molti hanno raccolto questo appello, si tratta poi di accompagnarlo, di mediare, di dialogare, perché da un’iniziativa possa poi nascere un consolidamento e anche, speriamo, una risoluzione di questi conflitti.

Le difficoltà globali di oggi, secondo lei, sono aggravate da quella che viene definita la “crisi dei sistemi democratici”?

R. – Credo che ogni sistema abbia dei suoi lati positivi e delle sue fragilità. Credo che non bisogna mai dare acquisito nulla. Ci sono delle condizioni che permettono di incrementare meglio lo sviluppo integrale, ma bisogna sempre educarsi alla pace, bisogna sempre educarsi alla cura dell’altro, bisogna sempre educarsi alla mondialità, alla collaborazione. E questo è anche l’invito del Papa nell’Enciclica Fratelli tutti, cioè di cambiare lo sguardo. Solo con una prospettiva più ampia, poi si trovano anche i cammini concreti, altrimenti si rimane prigionieri di una logica che è destinata a fallire.

Un altro dei temi, che Papa Francesco ha a cuore, è quello degli immigrati, la loro accoglienza, il loro reale inserimento sociale. Che cosa si può fare, anche in presenza del Covid che sta complicando un po’ tutto?

R. – Certamente, è un problema che riguarda in modo molto forte l’Italia, ma tanti Paesi nel mondo sono coinvolti in questo tipo di problematica, sia nelle Americhe sia nell’Asia, e quindi è un problema veramente mondiale. Credo che una visione di vicinanza, di accoglienza – che poi deve essere naturalmente declinata secondo le competenze, i governi o il tipo di persone – permetterebbe di trovare anche soluzioni originali. Per l’Italia per esempio il corridoio umanitario, elaborato anche con la collaborazione della Comunità di Sant’Egidio e della comunità luterana, lo Stato Italiano, sono forme nuove, cioè la creatività è molta. Ci possono essere molti modi con cui realizzare. L’importante è che ci sia questa volontà di affrontare con una prospettiva aperta questo problema e considerando non solo i numeri che fanno paura, ma i nomi. Dietro il nome c’è una storia, dietro nome c’è una vicenda, un fratello e una sorella, non è solo un numero.