Assisi, Unhcr: è necessario rimanere vicini alla popolazione afghana

Vatican News

Giancarlo La Vella – Città del Vaticano

In Afghanistan situazione instabile. A Jalalabad, la città più importante della provincia orientale del Nangarhar, almeno tre persone hanno perso la vita e altre 20 sono rimaste ferite in tre attentati. Si è trattato di violente esplosioni che hanno colpito veicoli dei talebani. All’origine degli atti terroristici, secondo gli osservatori, potrebbe esserci l’Isis-K, gruppo antagonista del nuovo governo retto dai talebani. Non è ancora chiaro se tra i feriti e i morti ci siano funzionari talebani. Intanto Pakistan e Tagikistan hanno avviato contatti con il governo di Kabul, affinché l’esecutivo sia inclusivo di tutte le realtà etniche presenti nel Paese.

L’Onu in Afghanistan

In questa realtà continuano ad operare i funzionari dell’Onu che sono rimasti lì. Il tema è stato al centro di uno dei dibattiti offerti dal “Cortile di Francesco”, una tre giorni in corso ad Assisi sul tema della “Speranza”. Dopo il suo intervento, Chiara Cardoletti, responsabile per Italia, Santa Sede e San Marino dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr), ha parlato con Vatican News-Radio Vaticana. E’ importante – ha detto – che in questa fase si riesca a rimanere in Afghanistan per evitare che l’emergenza umanitaria si aggravi.

Ascolta l’intervista a Chiara Cardoletti

Chiara Cardoletti, come si è parlato ad Assisi dell’Afghanistan dal punto di vista delle Nazioni Unite?

Se ne è parlato partendo dalle esigenze della nostra attività, della nostra intenzione di rimanere a lavorare nel Paese e di quali sfide questo comporta sotto un governo completamente diverso da quello che lo ha preceduto. Abbiamo sottolineato l’importanza di rimanere al fianco del popolo afghano, soprattutto in questo momento dove c’è un’emergenza umanitaria, un problema Covid, che rappresenta una sfida importante. Quindi al centro le complessità che coinvolgono le Nazioni Unite nel Paese inclusa, ovviamente, quella di dover dialogare con i talebani che rappresenta una sfida anche per noi.

Proprio su questo aspetto, sarà possibile dialogare con questo nuovo governo e in che modo?

Secondo me la domanda non è ‘sarà possibile’, ma è ‘ che aspettative abbiamo…’. Nel senso che, se vogliamo poter accedere alla popolazione, muoverci per il Paese, assicurarci che le nostre donne possano lavorare, non abbiamo alternative alla creazione di un dialogo chiaro, dialogo che il nostro Alto commissario, Filippo Grandi, ha già cominciato con la leadership talebana quattro giorni fa, quando era in missione a Kabul. Fare questo è importantissimo, in quanto, se non riusciamo a mantenere questo dialogo, per assicurarci la capacità e la possibilità di fare lavorare sul terreno le nostre colleghe donne, non si potrà avere accesso alle donne afghane, in quanto la sharia non prevede relazioni dirette tra donne e uomini. Di conseguenza sarebbe estremamente importante instaurare un dialogo che ci permetta di lavorare. Fino a quando questo sarà possibile, fino a quando avremo un sicuro accesso alle province, fin quando potremo avere accesso alle donne, ai bambini e a tutte le persone che hanno veramente necessità primarie, questo dialogo dovrà continuare. Poi saranno le azioni a farci vedere se effettivamente questo confronto è un dialogo che porta a dei risultati o meno.

Soluzioni per il problema politico e soluzioni per il problema umanitario sono due questioni che devono andare avanti necessariamente di pari passo?

Credo che nel passato si siano fatti molti errori nell’isolare regimi duri, per esempio il regime eritreo, ma anche la Siria e tanti altri, e penso che questo fallimento anche in Afghanistan ce l’abbia insegnato che il dialogare con persone che forse non sono particolarmente vicine a noi come modo di vedere, come visione della vita, rimane l’ultimo importante baluardo per evitare l’isolamento di questi Paesi. E’ necessario quindi continuare poco a poco a fare dei passi avanti, sia nella diplomazia, che ne lavoro umanitario che appare così fondamentale nella maggior parte di queste nazioni.