Abusi, Wijlens: un errore aver tutelato la reputazione della Chiesa e non i minori

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Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

“I leader della Chiesa hanno gravemente fallito nel reagire alle denunce venute alla luce. Si sono concentrati sulla reputazione della Chiesa, piuttosto che sulla protezione dei minori”. È la voce di una donna, la professoressa Myriam Wijlens, docente di Diritto canonico a Erfurt e membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, a rimarcare dal palco della Conferenza internazionale di Varsavia, giunta oggi al secondo giorno, gli errori commessi in passato dalla Chiesa e dai suoi rappresentanti sulla questione pedofilia. La Conferenza – avviata ieri pomeriggio con il videomessaggio di Papa Francesco – è entrata questa mattina nel vivo dei lavori, dopo una Messa presieduta dal cardinale Sean O’Malley, presidente della Commissione vaticana.

Le ferite della Chiesa 

A intervenire, stamani, è stato monsignor Tomáš Halík, professore della Charles University di Praga e presidente dell’Accademia Cristiana Ceca, tra i sacerdoti ordinati clandestinamente durante il regime comunista, a lungo segretario generale della Conferenza episcopale ceca. “In spirito di umiltà e con cuore addolorato”, Halík ha esortato i presenti a “toccare una delle ferite più dolorose della Chiesa”, quella degli abusi sessuali, ma anche di potere e di coscienza, a danno di minorenni o adulti vulnerabili. “Anche il corpo mistico di Cristo risorto – ha detto – porta delle ferite e se ignorassimo queste ferite, se non volessimo toccarle, non avremmo il diritto di dire con l’apostolo Tommaso: Mio Signore e mio Dio! Un Cristo senza ferite, una Chiesa senza ferite, una fede senza ferite, è solo una diabolica illusione”, ha esordito il prelato. “Con fiducia nel potere risanante e liberatorio della verità – ha aggiunto – vogliamo toccare le ferite che i rappresentanti ufficiali della Chiesa hanno inflitto agli indifesi, soprattutto ai bambini e agli adolescenti; così facendo, hanno inflitto anche ferite lente e difficili da rimarginare alla credibilità della Chiesa nel mondo di oggi”. Secondo il professore, i casi di abuso indicano pure “la crisi del clero nel suo insieme”. Crisi che “può essere superata solo da una nuova comprensione del ruolo della Chiesa nella società contemporanea”, quale “scuola di saggezza cristiana”, “ospedale da campo” e luogo di incontro, condivisione e riconciliazione. 

Riflettere sulla responsabilità dei vescovi

Dopo gruppi di lavoro divisi per lingua, gli ospiti di Varsavia si sono ritrovati nella sala principale per ascoltare gli interventi del pomeriggio. La professoressa Wijlens – che recentemente ha presentato a Roma il Documento preparatorio del Sinodo sulla sinodalità – ha svolto un’analisi della crisi scaturita dai casi di abuso sessuale. Due i punti, comuni nella maggior parte delle Chiese locali: in primo luogo, il fatto che bambini e ragazzi vittime di violenze “rimangono privati non solo della loro dignità e integrità sessuale”, ma spesso per il resto della vita sono “profondamente feriti nella loro fede cristiana”. Poi il fatto che la fiducia riposta nei leader ecclesiastici dai fedeli e dalla società “è gravemente compromessa e porta a una mancanza di autorità morale”. Tale crisi richiede “una riflessione teologica e canonica sulla responsabilità di un vescovo diocesano per quanto riguarda la garanzia di prevenzione, intervento, giustizia e guarigione”, ha sottolineato la canonista, alla luce delle indicazioni di Papa Francesco che “ha deciso che se i vescovi falliscono nel loro compito, devono renderne conto e assumersene la responsabilità”.

L’esempio dell’Australia 

Agganciandosi su quest’ultimo punto, l’onorevole Neville Owen, giudice senior emerito presso la Corte Suprema dell’Australia Occidentale, ha ricordato che “non solo il Santo Padre, ma anche la società civile e lo Stato riconoscono la necessità di intervenire quando la Chiesa non protegge sufficientemente i più vulnerabili e quando gli abusi vengono coperti”. L’esperienza di riferimento per Owen è quella dell’Australia, dove per cinque anni (dal 2013 al 17) l’impatto devastante degli abusi su minori è stato oggetto di “un’intensa indagine che ha preso forma di una Commissione reale, la forma più potente di inchiesta prevista nel sistema giuridico australiano”. “L’esame – ha detto Osen – ha messo a nudo l’ampiezza del fenomeno dell’abuso sessuale di minori nelle istituzioni della Chiesa”, ma al contempo ha evidenziato in modo palese “il fallimento catastrofico della leadership della Chiesa nel gestire la tragedia in modo adeguato, o anche affatto affrontarla”. “Nessuna Chiesa locale, ovunque sia situata, è immune dalle conseguenze della tragedia degli abusi sessuali di minori”, ha affermato il giudice, “è necessario dunque che responsabilità, accountability e trasparenza praticate da altre giurisdizioni, tra cui l’Australia, diventino una lezione per tutti”.

Standard minimi di protezione dei sopravvissuti

Sulla stessa scia Pawel Wiliński, giudice della Sezione Penale della Corte Suprema della Polonia, ha parlato di “alcuni standard minimi di diritti, sostegno e protezione”, a cominciare dalle norme di base del diritto della Chiesa sviluppate negli ultimi anni che chiedono assistenza psicologica e spirituale per i sopravvissuti. “Sembra necessario discutere e prevedere delle garanzie minime efficaci – ha detto Wiliński – per proteggere i loro interessi durante e in relazione ai procedimenti in corso, includendo, tra l’altro, il diritto alla rappresentanza legale, all’informazione, alla riparazione del danno in modo da assicurare una reale protezione dei minori ed evitare che le loro ferite si aggravino e li spingano a cercare aiuto fuori dalla Chiesa”.