A Roma il Forum sulle azioni di pace delle donne nei diversi contesti di conflitto

Vatican News

Adriana Masotti – Città del Vaticano

Donne pacifiste e attiviste, giornaliste, accademiche provenienti dai Paesi euromediterranei e da Afghanistan, Iran, Russia, Ucraina, Sahel, Birmania, Tigray, Colombia, protagoniste alla 7a edizione del Forum organizzato in presenza e on line da Fondazione Pangea Onlus e Associazione Giornaliste del Mediterraneo. Oggi la prima conferenza alla Casa internazionale delle donne di Roma che proseguirà con un secondo momento, dal 21 al 25 novembre a Bari, per confrontarsi sul ruolo che le donne hanno nei processi di pace. “Corpi, ecosistemi, comunità: smembrati dai conflitti, ricuciti dalle donne”, il tema dell’incontro romano che vuol richiamare l’attenzione sulle pratiche di costruzione di pace messe in atto dalle donne sui territori devastati dalle guerre.

L’invisibilità delle donne nei contesti di guerra

“Il ruolo delle donne è spesso taciuto o trascurato, perché le guerre storicamente vengono raccontate al maschile – afferma alla conferenza Simona Lanzoni, vice presidente di Pangea -. Le guerre le rendono povere e invisibili, perché rendono invisibile qualsiasi altro attore a parte i governi, gli eserciti e gli uomini. Per questo è necessario far parlare le donne di tutto il mondo, perché il loro contributo è fondamentale per la difesa dei diritti umani e per scardinare quelle disuguaglianze di genere che la guerra vuole rafforzare”.

Dare voce a chi si oppone alla guerra 

“Assistiamo ad una informazione di guerra spesso “pornografica”: il soffermarsi compiaciuto sui dettagli, il non rispetto della privacy delle vittime, la negazione delle voci di chi si oppone alla guerra, di chi dissente, e di chi ricostruisce”, sostiene Marilù Mastrogiovanni, fondatrice e direttrice del Forum. E spiega: “Con il Forum di quest’anno puntiamo l’attenzione sull’azione di costruzione di pace attuata dalle donne, che tessono relazioni e mettono in pratica la pace non intesa come tregua, ma come azione di prevenzione alla guerra”, e questo tenendo “come bussola la dichiarazione dei diritti delle donne scaturita dalla Conferenza mondiale delle donne a Pechino e dalla Risoluzione 1325 dell’ONU”.

Lanzoni: è necessario coinvolgere le donne in tutti i settori

Preceduta da diversi tavoli di discussione su come le donne ricuciono quello che è smembrato dalla guerra, la conferenza di stamattina ha visto la presentazione di tre Panel con testimonianze di donne dell’Ucraina, del Sahel e dell’Afghanistan, per concludere con l’intervento di un’attivista iraniana. Al microfono di Vatican News, Simona Lanzoni traccia una sintesi dell’evento e una riflessione in prospettiva sulle tematiche affrontate:

Ascolta l’intervista a Simona Lanzoni

Simona Lanzoni, quest’anno il Forum si inserisce in un contesto politico internazionale dominato più di sempre da una realtà di guerra e lei ha osservato che quando si parla di guerra, di armi, le donne vengono spesso cancellate e ridotte al solo ruolo di vittime. Ma questo non corrisponde alla verità…

Sì, abbiamo avviato a Roma il Forum delle giornaliste del Mediterraneo, la settima edizione, attraverso un incontro che in realtà è il risultato di due giorni di dialogo tra donne che provengono da conflitti differenti: dall’Afghanistan – dove purtroppo continuiamo ad avere informazioni negative sulla cancellazione dell’esistenza delle donne nella partecipazione alla vita attiva – all’Ucraina e al Sahel, in particolare erano presenti una donna dal Niger, una dal Senegal e, in collegamento on-line, una donna dal Mali. E vorrei proprio cominciare da questa zona del mondo, perché è una tra quelle più cancellate dal punto di vista della comunicazione mediatica, mentre nel Sahel continuano ad esserci da decenni delle sanguinose guerre dove si continuano a creare situazioni di estrema tensione e violenza a partire dai corpi delle donne. Loro ci hanno parlato di campi di persone sfollate dove vivono solo donne e bambini, non ci sono uomini perché sono in guerra, e di come piano piano tutta l’economia locale è andata distrutta proprio per il fatto che le popolazioni di interi villaggi sono sfollate o nelle zone urbane principali o per prendere quelle strade che poi portano ai famosi barconi che sono fermi adesso nel Mediterraneo e che si fa tanta difficoltà ad accogliere. Questo per dire che bisognerebbe iniziare a dare risposte diverse anche a partire dall’inclusione delle donne nei tavoli di negoziazione dove si discute dei processi di pace e si decide la ricostruzione dal punto di vista economico, sociale e anche della sicurezza dei Paesi. La cosa importante è coinvolgere le donne, perché sono metà della popolazione mondiale, coinvolgerle nei negoziati di pace e nelle fasi di mediazione e in tutti i settori perchè sono loro che rimangono sui territori per ricucire quello che la guerra distrugge.

Dalle donne è emersa anche la questione dei traumi fisici e psicologici legati ai conflitti…

Una delle richieste che hanno fatto le stesse donne ucraine, che in questo momento stanno vivendo un trauma terribile come del resto le donne afghane, è che si ponga attenzione ai traumi lasciati dalle guerre. Perchè ogni volta che c’è una guerra – e la guerra è la massima espressione della violenza – non a caso già nelle situazioni di pre-conflitto e poi di conflitto la prima cosa che succede è l’aumento dei casi di violenza sulle donne sia in famiglia che fuori, ma se questi traumi che produce la violenza e la guerra, non sono poi presi in carico in seguito da programmi specifici, e allora questi traumi genereranno ulteriore violenza e forse ulteriori guerre. Perciò questo è quello che va assolutamente affrontato, bisogna detonare la guerra in sé e nelle sue conseguenze. Questa è una delle cose che chiedono le donne perchè da anni le donne lavorano sulla violenza sulle donne e sanno che cos’è il trauma della violenza. 

Come lei ha accennato, le donne da anni sono impegnate su queste questioni, ma forse non è così evidente. In che modo lavorano? Ci sono associazioni, ci sono le attiviste, come funziona questo mondo, direi un po’ sommerso?

Il mondo delle donne e dei diritti umani è un mondo sicuramente che ancora non appare a sufficienza, perché è un mondo poco finanziato e poco sostenuto da tutta la comunità internazionale. Ma da sempre le donne, cominciando dal basso, sostengono le donne che subiscono violenza e discriminazioni perché non viviamo in una società che garantisce l’uguaglianza, a maggior ragione nelle zone di guerra. Le donne ricostruiscono e rimangono nelle zone di guerra proprio perché devono dare delle risposte ai loro figli, agli anziani, devono dare delle risposte perché si trovano sole e quindi a volte creano associazioni o aderiscono ad associazioni già esistenti come Pangea che, ad esempio in Afghanistan, ha creato una rete tra donne per continuare a lavorare in una situazione di conflitto non raccontato, ma che c’è sempre stato anche quando si diceva che c’era la pace. Le associazioni delle donne, in particolare quelle che difendono i diritti umani, sono sempre esistite, bisogna sostenerle non solo perché fanno un lavoro umanitario incredibile di protezione e di messa in sicurezza della popolazione intera, ma anche perché conoscono i bisogni specifici delle persone e quindi devono avere un ruolo nei tavoli di negoziazione della pace.

A chiusura della conferenza di oggi c”è stata la testimonianza di un’attivista iraniana. Adesso c’è una grande attenzione o ci dovrebbe essere su quanto sta accadendo in Iran…

Sì, è stato bellissimo ascoltare l’attivista iraniana perché ha portato con molta semplicità, ma anche con molta fermezza, quanto sta avvenendo in Iran a livello di attivismo di tutta la popolazione a partire dalle donne ma anche con accanto gli uomini. La gente che oggi manifesta rischia la vita. Sono tante le persone, e soprattutto i giovani, uccise solo perché hanno chiesto maggiore libertà all’interno del proprio Paese e maggiore uguaglianza. Il popolo iraniano è culturalmente avanzato e non riesce più a contenere la propria libertà ed è giusto che questa venga riconosciuta.

C’è un’esigenza, una richiesta comune fatta da queste donne che lottano per i diritti, la libertà e la pace nei propri contesti?

Una richiessta comune è quella di rimanere in rete e di far sì che veramente ci sia una maggiore attenzione all’associazionismo e ai movimenti delle donne che difendono le donne e le popolazioni intere, che siano giornaliste, attiviste, operatrici umanitarie, bisogna dare attenzione al lavoro delle donne, bisogna finanziarlo questo lavoro perché ricostruisce quei sistemi e quella vita che invece la guerra spezza ed è una risposta fondamentale che in qualche modo è contenuta nello slogan che in questo momento usano le donne iraniane: “donne, vita, libertà”. Lasciamo agire le donne, diamo loro spazio, solo così si potrà costruire la pace.