A cento anni dalla morte di Don Minzoni: martirio “politico” o “cristiano”?

Vatican News

Il postulatore della Causa di beatificazione del sacerdote ucciso cento anni fa: il significato della sua morte risiede nella fede vivificata dalla carità per Cristo e per i fratelli, soprattutto per i più piccoli e umili, per i poveri, i giovani alla cui educazione aveva dedicato tante delle sue energie

di Gianni Festa op*

Quest’anno ricorre il Centenario del martirio di don Giovanni Minzoni (23 agosto 1923-2023), definito recentemente, insieme a don Lorenzo Milani, don Tonino Bello e don Pino Puglisi, uno dei «quattro evangelisti della Chiesa italiana del Novecento» (Daniele Menozzi). Al di là dei numerosi eventi e celebrazioni, studi e ricognizioni storiografiche che stanno prendendo vita a ricordo della sua vita esemplare di cristiano e sacerdote martire, l’arcidiocesi di Ravenna-Cervia, la parrocchia di San Nicolò di Argenta (Fe) , il Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (Masci), l’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani (Agesci) e gli Scout d’Europa-Fse, tramite il postulatore, hanno chiesto all’arcivescovo monsignor Lorenzo Ghizzoni di dare inizio all’inchiesta diocesana sulla vita, il martirio e la fama di martirio e di segni. L’iniziativa di aprire la Causa di beatificazione, già proposta e avanzata negli anni Ottanta del secolo scorso, è giunta a benvenuta e finale maturazione in occasione del centenario del martirio. E, in verità, fin dai giorni successivi all’uccisione, era chiaro a molti testimoni di essere stati spettatori di un vero e proprio martirio. Molteplici, polifoniche e provenienti da più parti furono le attestazioni che si susseguirono nell’arco di poco tempo.

Antifascista, gemello di Giacomo Matteotti, martire della libertà, prete che disse no ai fascisti, vittima della dittatura, testimone di coraggio e fedeltà ai valori di libertà e giustizia, martire del fascismo che sacrificò la sua vita per non aver voluto mettersi in riga e aver fondato una squadra di scout considerati dal regime antitetici ai Balilla…sono davvero tante e storicamente pertinenti le definizioni formulate da storici, giornalisti e rappresentanti delle istituzioni laiche per comprendere l’indubbio spessore sociale e politico dell’azione pastorale di don Minzoni e l’inequivocabile presa di coscienza e di posizione a favore degli ideali democratici e di giustizia contro il rischio della dittatura. Ma tutto questo — anche se è vero — non basta ancora a definirlo «martire cristiano». Come ebbe a esprimersi san Giovanni Paolo II nella lettera del 30 settembre 1983 indirizzata al cardinale Ersilio Tonini: «Don Minzoni morì “vittima scelta” di una violenza cieca e brutale, ma il senso radicale di quella immolazione supera di gran lunga la semplice volontà di opposizione a un regime oppressivo, e si colloca sul piano della fede cristiana. Fu il suo fascino spirituale, esercitato sulla popolazione, sulle forze del lavoro ed in particolare sui giovani, a provocare l’aggressione […] la morte intravista come approdo di una irrinunciabile difesa della verità e della libertà, assume in lui il senso di un sacrificio estremo “per il trionfo della causa di Cristo”; sacrificio congiunto a quello di Cristo stesso che liberamente si offrì al Padre per affrancare l’uomo da ogni forma di errore e di schiavitù».

Il 2023 non è solo l’anno di don Minzoni. Abbiamo, infatti, appena commemorato il settimo centenario della canonizzazione di san Tommaso d’Aquino (18 luglio 1323 e del quale ricorderemo nel 2025 l’ottavo della nascita) e la fortuita coincidenza mi ha ispirato a riflettere sull’essenza del martirio cristiano del sacerdote ravennate partendo dalla dottrina del teologo domenicano che, a mio parere, ci aiuta a proiettare l’evento storico dell’aggressione mortale sullo sfondo luminoso della testimonianza cristiana fino al dono di sé. La domanda preliminare alla quale dovremo rispondere è la seguente: l’assassinio di don Minzoni dev’essere considerato l’ultimo e sublime atto di una persecuzione mossa da scopi e intenti politici e mirante a sopprimere un uomo che agiva e parlava a difesa dei valori della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza sociale? O ancora: la sua morte può essere definita un «martirio cristiano»? E, più radicalmente: a quali condizioni un cristiano può essere riconosciuto martire?

A queste domande si può rispondere semplicemente: si è martiri quando si è messi a morte per la fede in Cristo, ovvero in odium fidei. Ma sorge subito una difficoltà, ed è questa: molto spesso è accaduto e accade che il martire non necessariamente venga perseguitato per la fede in Cristo e che il persecutore agisca per motivi diversi da quelli religiosi. Per essere adeguata la risposta deve partire dall’aspetto “interiore” del martirio. Esso consiste nella misteriosa azione di Cristo che riproduce nel credente la sua passione nei due aspetti di una sofferenza fino alla morte e della vittoria sulla morte per la forza del Padre. Al tempo stesso, l’accoglienza da parte del cristiano di questa sofferenza e di questa morte come testimonianza in favore del Cristo, completa e avvera la prima. Inoltre, il martirio comporta un aspetto per così dire “esteriore”, in quanto la testimonianza viene resa pubblicamente davanti ai persecutori e sotto minaccia di morte. Affinché il martirio sia riconosciuto come autentico non è indispensabile che il persecutore infligga la morte esplicitamente a causa della fede in Cristo, cosa che non fu molto chiara nemmeno nel caso dei martiri cristiani dei primi secoli. Negli Acta Martyrum o nelle Passiones, emerge chiaramente come l’elemento determinante del martirio sia l’affermazione cosciente e coraggiosa del cristiano della sovranità di Cristo di fronte ad un potere politico che esige un atto inconcepibile con il servizio del Cristo, e questo sotto pena di morte. Si può diventare martiri cristiani per il rifiuto di un’ingiustizia, di una menzogna, di un giuramento, ecc., ma il riconoscimento ufficiale del martirio da parte della Chiesa richiede che il motivo sia chiaro e che la fede in Cristo vi sia direttamente implicata.

San Tommaso ha organizzato la sua morale intorno alle virtù, teologali e morali, perfezionate dai doni dello Spirito Santo e collegate alle Beatitudini evangeliche. E la Beatitudine dei «perseguitati per la giustizia» (Mt 5, 10) è la citazione con la quale inizia la questione 124 della Summa Theologiae IIa IIae dedicata al martirio. Poiché questo consiste in una resistenza ferma contro gli attacchi della persecuzione, san Tommaso lo lega direttamente alla virtù cardinale della fortezza necessaria per affrontare le difficoltà più gravi. Ora sulla fermezza morale e spirituale di don Minzoni non c’è bisogno di spendere parole. Il santo dottore aggiunge che il martirio non è un semplice atto di coraggio, ma richiede per sua natura le virtù teologali e al tempo stesso precisa che il martire resiste in nome della verità e della giustizia, intendendo per verità quella della fede in Cristo e per giustizia quella delle Beatitudini. La virtù della fortezza non è sufficiente allora per definire il martire cristiano: come ricorda Tommaso, “martirio” significa “testimonianza” e dunque il martire è il testimone della fede in Cristo: «La fede cristiana è la madre dei martiri ed è questa fede che i martiri hanno colorato con il loro sangue» (San Massimo di Torino). Nel martirio la fede si associa al coraggio e la verità insegnata dal Cristo ne è la causa (art. 2, ad 1). Ma è essenziale anche il legame con la carità, che rappresenta il movente principale del martirio e questo è la dimostrazione della perfezione della carità raggiunta dal martire. Più si ama qualcuno e più si è disponibili a rinunciare a tutto per lui, anche alla propria vita. Si realizza allora la parola di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Così, animato dall’amore del Cristo, il martirio è l’atto perfetto e il più meritorio che vi sia (art. 3).

Come la tradizione ecclesiale afferma e indica, anche san Tommaso ritiene che non vi sia martirio nel senso pieno del termine senza la morte effettiva subita a causa della propria fede in Cristo (art. 4). Tuttavia, egli prevede un certo allargamento della concezione del martirio nella linea delle virtù che possono contribuire a realizzarlo e definirlo. Partendo dall’assunto che è la verità della fede in Cristo a costituire la causa specifica del martirio, san Tommaso opera un’importante distinzione tra la fede che vive nel cuore del cristiano e la sua manifestazione esteriore. Ora, quest’ultima si può esplicitare non soltanto con una confessione orale, ma anche attraverso molteplici atti di virtù nella misura in cui queste sono rapportate a Dio. È grazie a questa relazione a Dio che tutti gli atti di virtù possono diventare o costituirsi come delle attestazioni di fede ed essere causa di martirio.

Un caso esemplare menzionato da san Tommaso è Giovanni il Battista che venne condannato alla decapitazione per aver rimproverato Erode di adulterio e che la Chiesa onora come martire (art. 5). Il rifiuto della menzogna come contraria alla legge di Dio può dunque nel medesimo senso diventare la causa di un martirio autentico (ad 2). Credo che la teologia tomista del martirio fosse presente a san Giovanni Paolo II quando, nel corso della sua visita pastorale a Ferrara-Comacchio (22-23 settembre 1990), nell’omelia tenuta nel duomo di Argenta, ricordava don Minzoni e centinaia di tanti altri sacerdoti, i quali «nell’esercizio del loro ministero, entrarono in urto con uomini che traevano ispirazione dall’una o dall’altra delle ideologie totalitarie e neopagane, che hanno segnato dolorosamente questo nostro secolo. Esse costituivano una negazione diretta della verità sull’uomo, creato a immagine di Dio ed elevato, in Cristo, alla dignità di figlio suo, come ci dice la rivelazione, che accogliamo nella fede. In causa era, dunque, la persona umana; in causa era l’amore di Dio per tutti gli uomini. Perciò questi nostri fratelli nella fede che, contro tali avversari, difesero i diritti della persona umana, elevata, in virtù della grazia di Cristo, a una dignità senza uguali (cf. Gaudium et spes, 22), non fecero che obbedire a un’esigenza derivante dalla fede. E quando, guidati dall’amore più puro per i fratelli, essi si spinsero, in questa difesa, fino al dono supremo della vita, il loro gesto poté ben essere considerato come una vera e propria testimonianza di fede».
Nella fede vivificata dalla carità per Cristo e per i fratelli, soprattutto per i più piccoli e umili, per i poveri, i giovani alla cui educazione aveva dedicato tante delle sue energie, risiede dunque il significato della morte di don Giovanni Minzoni che non temiamo di denominare «martire cristiano» e al quale vogliamo rendere il nostro certamente tardivo ma sincero omaggio con la richiesta di apertura della sua Causa di beatificazione.

*Postulatore della Causa di beatificazione