A Castiglione, le sfide del cinema italiano e l’abbraccio tra protagonisti e pubblico

Vatican News

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Un confronto tra attori, registi e sceneggiatori a tutto tondo come Margherita Buy e Neri Marcorè, Giulio Scarpati e Aurora Ruffino, Giuseppe Piccioni e Nora Venturini, Neri Parenti ed Enrico Vanzina, e il pubblico richiamato sulle sponde del lago Trasimeno da Castiglione Cinema 2022. Ma anche un dibattito serrato e pieno di idee tra studiosi, distributori, produttori e giornalisti sul futuro del cinema italiano. La quinta edizione del festival fatto di film e incontri promosso dalla Fondazione Ente dello Spettacolo (Feds) della Cei, nella cittadina umbra non ha tradito le attese.

Sabato pomeriggio, protagonisti Marcoré e la Ruffino

“Con Castiglione Cinema – sottolinea a Vatican News Gianluca Arnone, coordinatore editoriale Fondazione Ente dello Spettacolo – puntiamo a mettere al centro la persona nella sua pienezza, quindi sia come artista, sia come uomo e come donna e permettere a queste persone di sentirsi a proprio agio anche nel confessarsi a cuore aperto al pubblico”. E così hanno fatto, sabato pomeriggio e sera, Neri Marcorè e Aurora Ruffino, attori divisi da più di 30 anni d’età, ma accomunati dalla stessa passione per la recitazione, i personaggi e le loro storie. Marcorè, attore, imitatore, conduttore e cantante marchigiano, ha ricordato gli esordi a “Stasera mi butto” e l’interpretazione di Papa Luciani nella serie tv Rai “Il sorriso di Dio”.

Il “Papa del sorriso” e l’attore, imitatore e cantante

“Lo sento molto vicino – ci dice Marcoré al termine dell’incontro col pubblico – e sono contento che presto sarà beato, perché da dodicenne cattolico mi rattristò molto la notizia della sua morte dopo soli 33 giorni di Pontificato, e per interpretarlo nello sceneggiato tv ho studiato a fondo la sua vita. È stato un Papa incredibile perchè in pochi giorni ha lasciato un grande segno e ho ammirato molto il suo messaggio ‘sorridere, sorridere sempre’. Il sorriso è un modo per sentirci vicini, gli uni con gli altri, e un segno di grande forza e serenità”.

Aurora e il grande “potere” del cinema

Dopo di lui, sempre in piazza Mazzino a Castiglione, la torinese Aurora Ruffino, con la freschezza dei 33 anni, che non dimostra, ma l’esperienza di già 13 anni davanti alla macchina da presa. Ha parlato commossa del vero potere del cinema, “raccontare storie che arrivano al cuore della gente”, toccato con mano grazie a “Braccialetti rossi”, la serie tv Rai che vedeva protagonisti giovani malati e la loro lotta per vivere. “La mia Cris – ha raccontato – e la sua forza di vincere l’anoressia, hanno aiutato Asia, una bellissima ragazza con lo stesso problema, a trovare la forza di accettarsi e di superare la malattia. Oggi sta per diventare mamma”. E durante le riprese, “negli incontri che facevamo col pubblico, una coppia di genitori mi ha abbracciato e ringraziato perché nella storia di un ragazzo, che nella fiction muore di tumore, hanno rivissuto quella del figlio scomparso, e hanno trovato la forza, per la prima volta, di parlarne tra loro e ripartire”. A Vatican News, Aurora racconta anche quanto la fede e la famiglia siano importanti nella sua vita. “Sono in una fase di ricerca del senso della mia vita – ci dice – ma la fede mi da’ fiducia nell’affrontare tutto quello che mi accade, anche doloroso, come una lezione di vita, e andare avanti con coraggio”.

Il seminario su politiche e scenari per il cinema

Nella giornata di sabato, dalla mattina al pomeriggio, una quarantina di esperti del mondo del cinema, nel seminario “Politiche culturali e scenari economici per il futuro del cinema italiano”, hanno cercato punto di convergenza per “fare comunità e sistema”, come ha chiesto il presidente dell’Ente dello Spettacolo, monsignor Davide Milani. Tra l’iperproduzione di nuovi film, stimolata dai fondi governativi, che pone oggi l’Italia al primo posto in Europa per pellicole realizzate, anche più della Francia, e dati drammatici sulle sale vuote e la difficile esportazione del nostro cinema oltre confine, sottolinea Gianluca Arnone, è stata condivisa almeno l’analisi dei problemi.

Arnone: serve un nuovo equilibrio tra sale e piattaforme

“Va trovato un equilibrio tra la fruizione in sala che va difesa – chiarisce il coordinatore editoriale Feds – e le esigenze delle nuove piattaforme, che comunque sono anche produttrici di film”. Va risollevata la qualità del nostro prodotto film, “che spesso non supera il mercato nazionale” e serve “un azione politica decisa” anche per una alfabetizzazione al cinema delle nuove generazioni, che assorbiti dagli smartphone, non riescono più a guardare nemmeno un film di un’ora, un’ora e venti. Una responsabilità nel valorizzare i film davvero capaci di farci tornare a sognare “è anche di noi giornalisti e critici” ricorda Arnone, troppo spesso ancorati a schemi di lettura “un po’ standardizzati”. Ecco la sua intervista:

Ascolta l’intervista a Gianluca Arnone (Ente Spettacolo)

Alla fine del seminario residenziale sul futuro del cinema in Italia, sono stati trovati secondo voi dei punti di convergenza per ripartire?

Sicuramente sono stati trovati nell’analisi dei problemi che in effetti attanagliano, e non da adesso, il cinema italiano e un po’ tutto sistema audiovisivo e brevemente sono riassumibili in tre punti. Il primo è che non c’è stato ancora raggiunto un equilibrio tra il vecchio modo di frizione del cinema, ovvero la sala, e le nuove piattaforme, cioè lo streaming. Quindi si dovrà lavorare necessariamente per trovare un punto di caduta comune tra le esigenze della sala legate, evidentemente anche la questione delle finestre (tra la visione in sala e la disponibilità sulle piattaforme) e le esigenze anche delle piattaforme a pagamento di poter continuare non soltanto ad offrire una un prodotto valido, ma a sostenere anche la produzione di film. Perché, ricordiamoci che sono importanti anche da questo punto di vista, come produttori. Il secondo punto è la eccessiva offerta di film italiani. Un dato mi ha colpito ieri nell’analisi che è emersa dal seminario: l’Italia è il primo Paese produttore di film in Europa, addirittura più della Francia. Il problema però è che di fronte a questa “generosità produttiva” non corrisponde poi una qualità del prodotto, anche perché si tratta di film a basso budget, quindi non con quegli standard anche qualitativi che permetterebbero questi di andare oltre il mercato nazionale. Il terzo problema è l’alfabetizzazione delle nuove generazioni. Dopo due anni di pandemia, ma il processo era già in atto, c’è stata una disaffezione crescente nei confronti della sala. Sappiamo bene che le nuove tecnologie hanno decisamente alterato anche la modalità di fruizione dei contenuti mediali. I ragazzi di oggi si distraggono molto più spesso, non sono abituati a film abbastanza lunghi, guardano continuamente il cellulare. È chiaro che su questo una riflessione va fatta e che se si vuole intervenire bisogna a livello formativo e non nell’ultimo tratto della formazione dei ragazzi, cioè le scuole superiori, ma già quando sono bambini. Ecco su questi tre punti si deve fare qualcosa, si deve promuovere un’azione politica più decisa.

Nel seminario molti interventi hanno espresso apprezzamento per  la legge 220 sul Cinema, la legge Franceschini, parlando però della necessità di una riforma. Si è ribadita anche la necessità di avere dati certi sulla visione sulle piattaforme, come già avviene per la TV e la sala…

La legge Franceschini è importante perché è andata a razionalizzare alcuni aspetti che in Italia erano stati lasciati un po’ a se stessi. Però il limite forse di questa legge è che non corrisponde a una politica industriale sul cinema complessiva. Manca forse quella visione di insieme che permetterebbe al cinema italiano di farsi sistema, seguendo il modello francese. A cui tutti guardano, ma che pochi poi riescono effettivamente a emulare. Per quanto riguarda invece il tema della misurazione, dei sistemi di rilevazione dalla piattaforma, io credo che sia un problema grosso, perché è chiaro che quando ci sono delle piattaforme che continuano a immagazzinare prodotti senza far capire poi se quel prodotto effettivamente viene visto, con quale tipo di profilo è anche difficile, poi sostenere una politica di offerta un po’ più mirata, un po’ più attenta. Oltre al fatto che la opacità nel non dare questi dati, crea una sorta di differenziazione tra sistema auditel per le tv e quello delle sale, dove sappiamo bene quanti spettatori vedano un film, e le piattaforme che non diffondono nessun dato quindi è anche per uniformare un po’ questa situazione.

Non si è parlato solo di economia, ma soprattutto il professor Gianni Canova ha sottolineato l’urgenza che questi nuovi film riprendano a far sognare, emozionare e sappiano essere anche poi venduti bene dal marketing…

Gianni Canova, con la sua proverbiale lucidità, ha sottolineato il tema del sogno e del reincantamento attraverso il cinema, segnalando che molto spesso oggi i produttori di cinema, anche per le agevolazioni di legge che ci sono, si limitano effettivamente a consegnare i prodotti nei tempi prestabiliti e poi vada come vada. Un tempo invece c’erano produttori, invece, che erano disposti a rischiare anche patrimoni personali, ma che avevano una visione, avevano questa capacità di sognare. Però io allargherei questa richiesta di tornare a sognare anche ai mediatori culturali, quindi anche a noi giornalisti, a noi critici che spesso per pigrizia applichiamo delle formule stereotipate, degli schemi un po’ standardizzati con cui andiamo a leggere un film o una serie televisiva e non facciamo emergere, poi quella che è la cosa più importante, cioè la passione che queste opere d’arte spesso invece suscitano in noi e che dovremmo saper trasmettere alle vecchie e alle nuove generazioni.

Passione che invece ha dominato questi giorni a Castiglione, sia nella scelta dei film che nella scelta dei protagonisti degli incontri col pubblico.

Sì, questa è la caratteristica di Castiglione Cinema, mettere al centro la persona nella sua pienezza, quindi sia come artista, sia come uomo e come donna e permettere a queste persone di sentirsi a proprio agio anche nel confessarsi a cuore aperto al pubblico di Castiglione. L’abbiamo visto molte volte in questi giorni, ieri con Aurora Ruffino e oggi con Giulio Scarpati e Nora Venturini, e con Giuseppe Piccioni Margherita Buy. Cioè abbiamo visto degli artisti, ma abbiamo visto soprattutto delle persone, non così diverse da noi che hanno voluto condividere un bilancio, un percorso, un cammino cercando di farci capire come questo cammino, questo percorso, possa essere lo stesso che noi percorriamo ogni giorno. Lasciamo Castiglione sicuramente più arricchiti umanamente e anche artisticamente ed esteticamente con i due film che abbiamo proposto e che sono stati molto apprezzati.

Marcoré: il mio legame con Papa Luciani, da ragazzo ad attore

Concluso il seminario, l’attenzione di Castiglione Cinema 2022 è tornata agli incontri con i protagonisti della “settima arte”, stimolati dalle domande dei critici de La Rivista del Cinematografo, e il pubblico. Versatile e inarrestabile, Neri Marcorè ha imitato Corrado e Pupi e Antonio Avati, ricordando il suo primo film, proprio con il regista emiliano, “Il cuore altrove” del 2003. E con Vatican News ha parlato del “suo” Papa Luciani, uscito nell’ottobre 2006. 

Ascolta l’intervista all’attore Neri Marcorè

Che effetto le fa la ormai prossima beatificazione di Papa Luciani a settembre?

Sono contento, ovviamente, perché per me è stata una figura doppiamente importante per me. Prima da dodicenne cattolico: quando se ne andò dopo soli 33 giorni di Pontificato, ricordo che la notizia mi rattristo molto e poi ho avuto anche l’occasione di interpretarlo nello sceneggiato televisivo (“Papa Luciani, il sorriso di Dio”, n.d.r.) e quindi oltre ad essere stato un Papa incredibile, che ha lasciato un ricordo dolcissimo a tutti, per me è proprio una persona alla quale sono molto vicino e quindi mi fa piacere per lui e per tutti i credenti.

Avendo studiato la sua vite per interpretarlo, lei ha sottolineato l’importanza di questo suo messaggio: “Sorridere, sorridere sempre”. E’ un po’ anche il suo mantra?

Ma sì, c’è anche un detto che dice “un sorriso non costa nulla se lo regali, non ti toglie nulla, mentre da’ moltissimo a chi lo riceve”. Penso che attraverso il sorriso si possano comunicare tanti bei messaggi e davvero non toglie nulla chi lo regala. È semplicemente un modo per sentirci più vicini gli uni con gli altri. A me fanno ho paura quelli che stanno sempre con la faccia tesa e che non si aprono al sorriso, pensando magari che sia un segno di debolezza. Per me è tutt’ altro, è un segno di grande forza, di serenità e abbiamo bisogno sempre di serenità.

E c’era un’altra caratteristica del Pontefice che verrà beatificato che il produttore della serie aveva visto in lei…

Aveva detto che potevo restituire il suo candore, queste sono state le sue parole.

Quali altri elementi della vita di Albino Luciani l’hanno colpita?

Abbiamo semplicemente raccontato la sua storia, da dove partiva, da semplice parroco, fino a ricoprire il ruolo di maggiore responsabilità nella Chiesa, una responsabilità che lui lì per lì non voleva assumere, pensando che fosse troppo gravosa, poi dopo ha ovviamente obbedito alla chiamata di Dio e l’ha accettata, pur sapendo, perché c’era stata una premonizione, che non sarebbe durato tanto. Quindi pur sapendo che quello era il suo destino, l’ha accettato fino in fondo, ed è riuscito, ripeto, in soli 33 giorni a lasciare un segno enorme.

Lo rivede un po’ in Papa Francesco?

Sì, molto. In effetti c’è un collegamento diretto tra i due. Papa Francesco che tra l’altro ho avuto anche il piacere di incontrare, perchè in occasione di una partita della Nazionale italiana cantanti di cui faccio parte gli abbiamo donato una maglia prima di andare in Terrasanta. Quindi c’è stato anche questo piacere personale e particolare di scambiarci due parole.

Però questa interpretazione non ha influito sul suo percorso spirituale. Lei ha detto che non ha più la fortuna di credere perché è troppo razionale. E1 così?

La definisco fortuna, nel senso che non ci si può imporre di credere. Credere è qualcosa che deve venire da dentro e deve essere naturale. Però credo al tempo stesso che si possa essere buoni cristiani pur non praticando, se ci sono i principi dei quali comunque sono intriso, perché ovviamente la mia formazione è stata cattolica. Io dico sempre che basterebbe applicare due principi che sono: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te e ama il prossimo tuo come te stesso. Anche se uno crede o no, se tutte le persone applicassero questi due principi, già si sarebbe una trasformazione radicale e tutte le cose brutte che succedono non succederebbero più. Per cui credo che ognuno poi abbia la propria strada per praticare la spiritualità, cosa che fa parte di tutti, noi. Diciamo che la vedo in maniera un po’ più sincretista: credo che ogni religione nasca per il bisogno di rivolgerci a qualcosa che ci sfugge, qualcosa che sta più in alto di noi, e che poi ognuno ci si rapporti nella maniera più consona che ritiene.

Nelle opere che fa per chi ha bisogno, lei comunque esprime grande solidarietà. Ha detto: “Se qualcuno ha una richiesta d’aiuto, non riesco proprio a voltare la sguardo”…

Ribadisco quello che stavo dicendo, perché secondo me appunto, che si creda o meno, quello è un dono che si può coltivare. Ma non credere non significa essere all’opposto, agli antipodi dei principi di umanità e di buon senso  umani di Titti umanità di buon senso che si dovrebbero applicare. Per cui essere solidali gli uni con gli altri, dare quello che si può credo siano dei principi che valgano sempre, a prescindere.